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Cuori di latta

Pubblicato il 20/05/2018

Un'estate caldissima, una stanza bianca, l'attesa di una chiamata. Una storia di sofferenza, di grida dai balconi, di cuori di latta caricati a molla. La storia di un trapianto. Sarà davvero universale la lingua dell'amore?

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Quanto tempo ci ha messo questo cuore ad accettare te. E me. E noi. Quanta fatica ha fatto a essere quello che è. Ci abiti tu. Lo hai abitato per tutti questi anni. Ora il trapianto.


Fuori dalla finestra un motorino passa sfrecciando. Sarà un padre di famiglia stanco che non vede l’ora di tornare a casa. Casa. Famiglia. Parole vuote. Sono disteso su questo letto ormai da un mese. Mesi. Giorni. Il tempo non ha nessun valore per chi un valore al tempo proprio non riesce a trovarlo.

Mi guardo intorno. I miei occhi osservano la stanza. Bianca. Vuota. Muovere anche un solo muscolo è per me uno sforzo sovrumano. Sto immobile. Aspettando il cuore nuovo da trapiantare. O forse aspettando la morte. L’altra sera mi è venuta a trovare. È una donna bellissima la morte. Non è come tutti la credono. Non ha un mantello e un cappuccio nero. E non ha nemmeno la falce. È alta e slanciata, giovane e avvenente, mora e con occhi di ghiaccio. Abbiamo riso alla faccia di questa vita inutile, bianca e vuota come questa stanza. Sudo solo al pensiero di pensare. Fa caldo. Non respiro. Trattengo il fiato. Ci manca poco che svenga. Quando torni?


Uno schiaffo. Una sberla forte, data con rabbia. La tua faccia formicola e il segno rosso delle cinque dita pian piano compare sulla tua guancia. Piangi. Non ne conosci il motivo. Sei sbagliato. Non puoi essere così. Non ti è permesso essere quello che sei. A nessuno è veramente concesso di essere quello che è.

Urla. Tante urla. Il cuore che va in frantumi. Tu vai in frantumi. Va in frantumi la tua famiglia. Esci di casa. Ti presenti al mio portone. Mi racconti tutto. Mentre ti scompiglio i capelli ci baciamo.

Dai balconi la gente ci grida che siamo contro natura. Noi quella natura proviamo a cambiarla. Ci riusciamo. Dura poco. Duri poco. Crolli di nuovo. Non ti reggi in piedi. Io crollo senza di te, come una casa priva di fondamenta. Tu tra le braccia di un’altra, labbra che non sono le mie, l’amore fatto con qualcuno che non sono io. E io sono immobile. Perchè è così che rimane chi in amore perde: immobile.


Una sera, torni. Solito portone. Soliti occhi. Solite labbra. Io ti guardo, perdonandoti nel momento stesso in cui quel portone lo apro. Ti ho aspettato in silenzio tutto quel tempo, fingendo con me stesso. Amandoti troppo per poter amare me e andare avanti. Siamo di nuovo noi.

Tu dici di essere cresciuto. Dici che l’amore che provi per me lo hai provato dal primo giorno. Dici che la gente ora può parlare, ma che la tua felicità è quello conta. Io ti credo. Io credo in noi.

Credo nell’amore. Credo nell’amore prima di essere nati e in quello dopo la morte. Credo in chi ama con il cuore a pezzi, graffiato, scheggiato. Credo in chi ama i tramonti, la scrittura, le persone. Credo che l’amore sia più semplice di quello che la gente crede.


Poi la mia malattia, il mio cuore non regge il reggere la situazione. Tu non sei nessuno per starmi vicino in ospedale. Mi stai vicino a casa allora. Quando ci comunicano la necessità del trapianto piangiamo insieme. Piangiamo poco però, perché anche piangere mi affatica. Mi affatica ormai il vivere. Mi affatica ogni piccolo piacere che la gente non gode. Ogni tanto guardo il cielo e bestemmio dio. Un dio in cui tante volte non credo. Un dio che, dovunque sia, si è sempre preso gioco di me. Un dio che mi ha sempre fatto prendere la strada in salita. Un dio che è tutto fuorché amore.


Compriamo casa. La lasciamo bianca. All’inizio non dipingiamo nemmeno le pareti. Non ne sappiamo il perché. Avremmo potuto renderla meno stanza d’ospedale e invece la lasciamo proprio come se fosse il nostro ospedale. Ospedale per malati come noi. Per quelli che la società considera malati. Un giorno, però, tu mi costruisci il nostro rifugio. Decidi che non siamo noi i malati,  che probabilmente è questa società a essere malata. Disegni con una matita la nostra storia sulle pareti, le riempi di poesie.

Costruisci e lasci per tutta la casa cuori di latta che si caricano a molla. Dici che li caricherai tutte le volte che sarai fuori e non potrai starmi vicino. Li hai caricati stasera, perché saresti andato a trovare tua madre. È martedì, quel maledetto giorno della settimana che ha portato via a lei un marito, a te un padre.

In radio passa la nostra canzone. Jovanotti canta che questo nostro amore è come musica e non potrà finire mai. Io piango. Piango perché questo cuore ci ha messo una vita ad amare te. E ora è solo questione di tempo prima che me lo portino via. Il tempo che mi separa dall’arrivo della chiamata dei medici. Ho paura che con il trapianto se ne possa andare anche l’amore che provo per te. Magari mi daranno il cuore di una persona che non è mai stata educata ad amare. Magari mi daranno un cuore piccolo, magari il cuore di uno straniero che non parla la nostra lingua. Che poi, sarà davvero universale la lingua dell’amore? Spero solo che il mio cuore regga abbastanza da scoprirlo.


Una chiave gira nella serratura, la porta si apre. Sei a casa. Il mio cuore batte. Sorrido.

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Anonimo ha votato il racconto

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Carmen_Borrelli ha votato il racconto

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Sono in lacrime, commossa dalla bellezza di questo racconto. E' estremamente forte, ma al tempo stesso delicato. Complimenti <3 Segnala il commento

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elilovesbooks ha votato il racconto

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Uno stile che colpisce da subito. Semplice ma profondo, sensibile e forte al tempo stesso. Evocativo e senza dubbio emozionante... Segnala il commento

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lalibraiainblu ha votato il racconto

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Come coltello affilato: ferisce e brucia. E il taglio è reale. Chapeau. Segnala il commento

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Marina Lalettriceassonnata ha votato il racconto

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Monica96 ha votato il racconto

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Giulia Meneghel ha votato il racconto

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Micol ha votato il racconto

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Simolegge ha votato il racconto

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Pochissime volte mi è capitato di commuovermi leggendo. Qui è successo. Stile asciutto , dettagli di una chiarezza dirompente.Segnala il commento

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Manuela Barban ha votato il racconto

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andrecarda96 ha votato il racconto

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Non sono una persona che piange spesso. Ho sentito molto vicino questo racconto, mi ha fatto commuovere.Segnala il commento

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monica ha votato il racconto

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riverberodiparole ha votato il racconto

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Simox ha votato il racconto

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Escherichia libri ha votato il racconto

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Appassionato, vivo, emozionante. <3Segnala il commento

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EleonoraCaffulli ha votato il racconto

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Marco Bonelli ha votato il racconto

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Azzurra Sichera ha votato il racconto

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Giuliaceravolointra ha votato il racconto

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Pokif ha votato il racconto

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Federica1995 ha votato il racconto

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di Mattia Tortelli

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