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Fantastico

Da questa parte.

Di GAP
Pubblicato il 26/06/2021

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Di solito ci incontravamo al parco. Anche se non sentivo la sua voce, sapevo quando mi chiamava. Allora andavo a cercarlo e lo trovavo seduto su qualche panchina a dare da mangiare agli altri e a parlare con loro. Raccontava a tutti tante storie, ma a me ne raccontava di più. Me ne raccontava diverse quando mi portava in albergo, lassù, nella sua stanza dalla finestra sempre aperta. Mi teneva per un po’ tra le sue mani, mi accarezzava la testa, la nuca, la schiena con le sue dita leggere che mi facevano sentire bella. Lui diceva che lo ero, che gli piaceva il mio biancore con quelle punte finali di grigio. Mi amava, me lo ripeteva sempre. Forse pensava che avessi bisogno di quelle parole, ma a me bastavano le sue mani. Poi iniziava a raccontare e spesso mi parlava di lui.

Era nato di notte a Smiljan, vicino alla frontiera militare dell’Impero Austro-ungarico, durante una tempesta estiva, mentre scariche elettriche riempivano il cielo. È figlio della tempesta, aveva detto l’ostetrica. No, della luce, aveva deciso sua madre. Da ragazzo era stato in tanti posti. Escursioni mentali, diceva lui, che lo impegnavano giorno e notte. Voleva superare i limiti del piccolo mondo in cui si trovava. Mi descriveva paesi in cui le case avevano tetti formati da intrichi di piante. E poi mi faceva perdere tra città labirintiche che cambiavano forma, bastava voltare un angolo e niente era uguale alle parole di prima. Mi portava sulle nuvole, là dove neanche io riuscivo ad arrivare, e visitavamo le isole che vi erano sopra e vedevo arcipelaghi mobili che si aggregavano e si scomponevano, sospinti dai capricci dei venti. Le sue parole erano così chiare e nitide che mi sembrava di essere davvero in tutti quei posti che lui aveva visitato molti anni prima.

Quando iniziava questi racconti mi poggiava con delicatezza sul tavolo, si metteva su una sedia di fronte a me e mi chiedeva di guardarlo fisso negli occhi. Se compare qualcosa qua all’interno della pupilla, e si portava sempre un dito all’altezza dell’occhio ad indicarmi il punto, fammelo sapere subito, mi diceva. Accadde solo una volta. Fu mentre mi stava descrivendo il Paese in cui tutto era composto di luce. Ogni essere animato, ogni costruzione, ogni oggetto aveva la sua luce personale di intensità diversa ed era questa differente intensità che rendeva possibile distinguere una cosa dall’altra. E mentre parlava il suo pensiero fu all’interno della pupilla e sul fondo del suo occhio apparve quello che non stava dicendo. Vidi la figura luminosa di lui che si muoveva in quel mondo e iniziai a tubare per farglielo capire. Mi chiese se avevo visto davvero e quando glielo confermai, sorrise. 

Spesso, la notte, restavo a dormire da lui. Andavo sul comodino accanto al letto e nascondevo la testa sotto una delle mie ali dalle punte grigie. Lui dormiva poco e di un sonno agitato. Mi svegliavano i suoi incubi, lo sentivo ripetere che non era stato lui a fare spaventare quel cavallo. Ma di questo non mi raccontò mai. La mattina uscivamo entrambi, lui dalla porta della stanza, io da quella finestra sempre aperta. Stava fuori tutto il giorno, mi diceva che andava in laboratorio dalle sue invenzioni. Io volavo su tutta la città, ma ogni tanto tornavo in quella stanza d’albergo anche se lui non c’era e trovavo altri piccioni che cercavano i semi che lui lasciava sparsi tra i mobili. Poi, al tramonto, volavano tutti al parco ad incontrarlo e quando sentivo che mi cercava andavo anche io con loro.

Un pomeriggio, nonostante il suo richiamo, non ebbi la forza di andare al parco, ma lo raggiunsi la sera direttamente in albergo. Ero stanca. C’era qualcosa che non andava in me, se ne accorse anche lui. Mi prese tra le sue mani e iniziò ad accarezzarmi, come faceva sempre, e sentii la sua voce caricarsi di una tristezza che non conoscevo. Mi addormentai mentre lui diceva che dai miei occhi proveniva una luce più intensa di tutte quelle che era mai riuscito a creare all’interno del suo laboratorio. Per molti anni, quelle furono le ultime parole che ascoltai dalla sua voce.


Abbiamo dovuto aspettare, ma adesso siamo di nuovo insieme. Fu qualcun altro a permettere che ci ritrovassimo da questa parte. Lui dice che siamo all’interno di un’eterotopia letteraria e viviamo in mezzo ad altri personaggi che giocano un gioco strano. Mentre io resto tra le sue mani che si muovono con delicatezza su di me, lui sale e scende i piani di questo edificio e ogni tanto incrocia qualcuno. Per fortuna non si ferma mai a parlare con loro, continua a camminare e le storie che racconta sono solo per me. E continua a dirmi che mi ama, anche se, per via delle sue carezze, le mie piume sono ormai diventate nere.

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Queequeg ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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occhineri ha votato il racconto

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Un punto di vista insolito :)Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Originale e ben scritto, Gap!Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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omALE ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Carm ha votato il racconto

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Il puma del Sîambù ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Anche se alla fine le ali di lei cambiano colore i protagonisti sono uniti da un sentimento che li fa ritrovare oltre, in altri mondi.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Kenji Albani ha votato il racconto

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Bellissimo per me :)Segnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

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doktor ha votato il racconto

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eyepizzapie ha votato il racconto

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L'espediente che impieghi per raccontare di posti lontani e di questa figura misteriosa è originalissimo. Il finale mi ha lasciato una nota di inquietudine che aggiunge spessore al tuo narrare schermato.Segnala il commento

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Anle ha votato il racconto

Esordiente

Che bella questa storia sulle ali della fantasia. Oltre questo ciarpame c'è un mondo fantastico che non tutti sanno vedere, tu, sicuramente hai uno sguardo diverso. Segnala il commento

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