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Narrativa

Dalla realtà al sogno

Pubblicato il 14/09/2020

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Il luogo dove si era svolta la scena esisteva veramente, ci passavo tutte le mattine. Era su via Aurelia, vicino al cavalcavia della ferrovia. Lì Adriana, con il suo sorriso enigmatico, mi avvicinava senza parlare e mi accarezzava su un fianco. L’espressione dei suoi occhi e la sensazione di intimità mi avevano quasi portato a una polluzione. Mi svegliai. Dovevo alzarmi, andare a lezione. Mi chiedevo delle ragioni di quel sogno così campato per aria. Adriana non era alla portata, per giunta era la sorella di Marta. E allora?

Marta e io vivevamo tra passione e sofferenza. Primo incontro a diciassette anni, amore a prima vista. Dopo un anno, le mie disaffezioni. Quindi grandi difficoltà per tornare insieme. All’università in due città diverse, primo rapporto sessuale completo a vent’anni e Marta incinta. Un dramma. Lei decisa ad abortire, terrorizzata dalle conseguenze in famiglia, io dubbioso. Per eseguire l’intervento andammo a Bologna. Adriana ci accompagnò. Era il febbraio del ’77. La città ribolliva, presidiata dalla polizia. Marta e Adriana mi trascinavano per la città come un corpo inutile, Marta stravolta e sempre sul punto di piangere. L’unica bussola la sagoma di Adriana in loden blu e guanti neri, che predicava ottimismo con sorrisi fuori luogo. In quella tragedia, dove ero al rimorchio delle paure di Marta, mi distraevo a interrogarmi sul senso da dare allo sguardo di sua sorella.

Quante differenze tra loro. Marta era una ragazza sensibile, incline all’idealizzazione dell’amore, dominata dalla personalità del padre e dai suoi comandamenti di educatore all’antica. Adriana, di cinque anni più grande, prendeva invece con leggerezza l’impalcatura patriarcale della famiglia. Era lei la sessantottina apripista un po’ strafottente, sempre sorridente e ottimista, incurante delle preoccupazioni di Marta e abile ad ingannare i genitori con qualche bugia. Fisicamente, pochi tratti in comune: Marta capelli castani e occhi celesti con lineamenti dolci e arrotondati, Adriana alta e magra, capelli corvini e occhi neri, zigomi sporgenti e una strana tonalità di voce che mi eccitava più di ogni altra cosa.

Adriana veniva a Pisa per stare da una sua amica, ma in realtà accompagnava Marta bisognosa di aiuto. Dopo Bologna, lei ed io non ci eravamo ancora rimessi in carreggiata. La realtà bussava alla porta per chiedermi di diventare adulto, ma mi ostinavo a non sentire. Passando sotto il ponte dell’Aurelia per andare alla stazione mi domandai ancora se la scena fosse veramente accaduta: Adriana aveva una gonna a quadri verdi e blu e una maglia leggera a collo alto di color marrone, aderente sui seni, i capelli legati dietro.

Adriana fu la prima a scendere dal treno. Da qualche mese si era lasciata col famoso fidanzato tennista. Mi vide e agitò la mano per destare l’attenzione, Marta si limitava a sorridere dietro di lei. Con la solita ironia mi disse “E tu che ci fai qui?”. Colpito, sì, come sempre, ma non affondato: “Passavo per caso, e comunque aspettavo tua sorella”. Marta stava ancora in bilico. L’aborto aveva steso una cappa sul nostro rapporto. Lei era paralizzata dai sensi di colpa, io rimuovevo tutto. Niente andava bene. L’università un disastro. Lo sguardo di Adriana stava diventando una mezza ossessione.

Fummo invitati a cena per festeggiare il compleanno dell’amica di Adriana. Marta non voleva saperne. Le dissi, dai, andiamo che ti distrai. Rivolgevo ogni tanto lo sguardo verso quella sfinge di Adriana. Il ricordo del sogno continuava a modificare il senso di quelle occhiate. Marta si convinse ad andare, ma rimaneva sempre triste, turbata. Non ci sfioravamo da due mesi e nessuno dei due accennava a riprendere un contatto fisico, un gesto. Come eravamo arrivati a quel punto?

Marta volle telefonare ai genitori, prima di andare in pizzeria. Li chiamava tutti i giorni, anche per capire se sospettassero qualcosa dell’aborto. Adriana le faceva i segni da dietro il vetro della cabina per rincuorarla. Io assistevo alla scena dall’altro lato del vetro e percepivo la differenza tra le due: da una parte una ragazza depressa, pronta a vuotare il sacco per la paura, dall’altra il ritratto dell’esuberanza, una chimera della fantasia.

A tavola sedevo tra le due sorelle. Le pizze non erano male. Avvertivo quel profumo di Adriana percepito altre volte, ma così vicina non era stata mai. Scherzava, cercava di tirare su Marta. Si alzò per andare al bagno. Mi alzai anch’io, volevo fare due passi, smaniavo, non vedevo una via d’uscita.

Davanti alla toilette, esitai, decisi di entrare. La trovai di spalle, china a lavarsi le mani. Le sfiorai i fianchi e senza girarsi alzò gli occhi verso lo specchio e disse “Valerio, come hai fatto a capirlo? Lo sai che tra di noi non ci può essere nulla”

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Commenti degli utenti

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Signor Fabiani ha votato il racconto

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Racconto ben scritto, lineare, chiaro, sobrio nello stile, e perciò di impatto. Può essere un buon antidoto contro il veleno (mortale) del voler scrivere sofisticato a ogni costo. Segnalo due punti critici. Primo. I temi dominanti - la spinta al tradimento, sullo sfondo di un aborto - sono piuttosto audaci, per un racconto breve. Argomenti così pesanti (e delicati) mal si prestano a essere compressi in 5000 battute. Rimane, nel lettore, una sensazione di cupezza. Secondo. Il finale è nei fatti interamente rimesso alla sensibilità del lettore. Quel "tra di non non ci può essere nulla" suona parecchio ambiguo, vista la caratterizzazione del personaggio di Adriana. E Valerio, per parte sua, non sembra avere remore nel passare dal sogno alla realtà, aggravando la sua già discutibile (detestabile?) posizione. E tuttavia rimane possibile anche il finale opposto - con Adriana che tiene effettivamente Valerio a distanza e Valerio che si rassegna a sognarla - se si presta fede alla presa di posizione della ragazza. In tre parole: c'è un'eccessiva, sgradevole, indeterminatezza (a probabile conferma della difficoltà tecnica di conciliare il tipo di storia con il formato del racconto).Segnala il commento

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Stefania Matarese ha votato il racconto

Esordiente

Piacevole. Il ricordo è vivido nella scrittura. L'unica parte che non mi è chiara fino in fondo è la battuta finale di Adriana.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Elkele ha votato il racconto

Esordiente

Mi accodo a Silvia per fare i complimenti SalutiSegnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Hai una scrittura lineare, che rende questo tuo ricordo non solo credibile, ma direi anche tangibile. Mi è piaciuto. Solo la fine mi sembra un po' affrettata - non mi convince troppo la frase finale di Adriana.Segnala il commento

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domizianc ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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di marcello luberti

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