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Narrativa

Danza e poi muori

Pubblicato il 15/06/2022

Zona di confine...

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È odore di umanità che resiste quello che permea l'aria nella trincea. Un odore acre, di sudore freddo, terra fradicia e urina stantia. Poi c'è il prepararsi continuo a fuggire la morte, ad attendere incerti che il giorno dopo l'alba sorga ancora per ognuno di noi.

La notte non c'è mai sonno vero. Occhi aperti a scrutare il cielo e ricordi che da questo tragico presente si spingono lenti a ritroso nel tempo. Fino all'infanzia, vissuta su questo lembo di terra che sussulta anche ora, sotto le esplosioni continue degli obici nemici.

Poco distante da qui mio padre coltivava grano, allevava buoi e cavalli. Mia madre oltre a noi badava a galline e conigli. Sette fratelli e due sorelle, tutti a lavorare sui campi esplosivi dell'alto Donbass.

Quando sulla nostra testa passavano i missili nessuno alzava lo sguardo. Erano sporadici allora, solo uccelli di morte che a volte si posavano sopra a cose vive che poi morivano, altre volte sopra a cose che gli uomini avevano costruito e che poi avrebbero dovuto rimettere in piedi.

Prima della guerra ero un insegnante di danza classica. Prima ancora un ballerino. Non un étoile, solo un professionista anonimo, con tanti anni di palcoscenico alle spalle. Gavetta e sacrificio, umiltà e devozione. Ho girato il mondo, appreso e parlato molte lingue, amato molti corpi. La mia vita era per la danza, e la mia unica paura era quella di infortunarmi.

Come quando mi si spezzò un tendine in uno spettacolo a Firenze.

Operazione e riabilitazione, dolore e speranza, ma alla fine niente più piroette e salti sul palco. Solo insegnamento, a coltivare ambizioni e sogni di giovani talenti ai quali spesso non ardeva il sacro fuoco dentro.

Tempi diversi e diversa fame.

Da ragazzino il maestro di scuola mi disse che fare il ballerino era roba per signori. Gente ricca che può comprare ogni cosa, anche la bellezza e il tempo.

Ma io a scuola di danza ci andavo lo stesso, con l'odore di stalla addosso, le scarpette logore e una faccia che raccontava di fatica nei campi e voglia di emergere dal fango. Come quei semi resilienti e ostinati di una qualche pianta esotica, che spunta solitaria in mezzo al nulla e lì si innalza verso il cielo.

La musica apriva in me uno spiraglio di aria pura, dove i sogni potevano infilarsi alla chetichella, specchiandosi in pozzi di luce che duravano lo spazio di poche ore. Per me quelle ore erano l'eternità che misurava il tempo. Quando la lezione finiva sapevo che il giorno dopo ogni molecola del mio corpo avrebbe ripreso a vibrare sulle note di una melodia nuova, invitandomi a entrare di nuovo nella dimensione del sogno.

Poi la guerra, quella vera. Brutale, inutile e assurda come un'alluvione nel deserto.

Il nemico che avanza e colonne di fumo verso il cielo, cupe e instabili sfumature di grigio e paura.

Come conseguenza la morte, intenta ad aggirarsi gravida di dolore e rabbia, tra la gente incredula.

Giorni da allora, mesi, che si faranno anni.

Oggi il nemico ci ha accerchiati. All'alba eravamo sedici, forse diciassette uomini. Divise lacere, volti smunti, nervi tesi e determinazione a uccidere prima di lasciare questo mondo.

Si scatena l'inferno. Possiamo poco, solo morire con onore.

Quando arrivano a ridosso della trincea siamo rimasti in quattro. Ci guardiamo in faccia e capiamo che forse è per l'ultima volta.

Ho in mente un piano folle. Morire a modo mio, così come a modo mio ho vissuto.Lo spiego agli altri.

Mi spoglio nudo, esco dalla trincea e mi metto a ballare sulle punte sul fango gelido della steppa.

Il mio ultimo palcoscenico.

I nemici, un'avanguardia di una decina di uomini, osservano stupiti. I kalashnikov puntati addosso si abbassano lentamente. Sulle facce sbigottite vedo disegnarsi dapprima dei sorrisi increduli, poi li osservo mimare una danza scimmiesca, e infine ecco le risate sguaiate e gli applausi di scherno.

I miei commilitoni rimasti al coperto escono dalla trincea e iniziano a sparare raffiche rabbiose. La sorpresa ha funzionato, in meno di trenta secondi è tutto finito. I nemici giacciono a terra, coperti di sangue che va a spandersi sulla terra grassa del Donbass.

Due dei commilitoni si guardano tra loro, annuiscono e poi salutano. Tentano la fuga, provando a infilarsi tra le linee nemiche. Rudolf invece poggia il Kalashnikov e si siede, rimanendomi accanto.

È il mio amante in questo luogo di vita caduca. Lo guardo con pena e rispetto insieme.

Pena perché io non lo amo, rispetto perché ha scelto di morire osservando la morte danzare, non solo per lui certo, ma anche per lui.

Il vociare di altri nemici che avanzano verso di noi fa eco nella boscaglia rada di sterpaglie e pini bianchi.

Cosi doveva essere e così sarà.

Continuo a ballare sulle note di una musica dentro alla mia testa. Ballo per Rudolf, per mio padre e mia madre dispersi chissà dove, per i miei fratelli e sorelle figli come me di un confine tragico. Ballo per ciò che sono stato, come quando il mio corpo vibrava a ogni melodia nuova, per entrare nella dimensione del sogno, e non uscirne mai più. 

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blu ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Gebel ha votato il racconto

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La tua scrittura conduce dentro alla storia. Ho potuto accompagnare il protagonista passo passo, fino al tragico epiligo. Molto bello.Segnala il commento

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Albemasia ha votato il racconto

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A me è piaciuto molto. Mi sono commossa e ho dimenticato che stavo leggendo un racconto... Quindi per me funziona. Complimenti!Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Bravo, trovare la poesia nella tragedia è un dono.Segnala il commento

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Paola Zaldera ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore
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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

Niente male. Bisognerebbe forse renderlo un po' meno "diario" e ulteriormente realistico. Segnala il commento

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di Max Musa

Esordiente
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