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Avventura

De Melancholia. Ariminum Circus. Stagione 3, Episodio 7

Pubblicato il 22/10/2020

FAN NEWS. Ariminum Circus è al centro delle conversazioni sul futuro del libro che si svolgono sul blog di NOVA100-Il Sole 24 Ore: https://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/category/librare/

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Il volume della televisione era stato portato a zero da un cliente che poi aveva avviato un disco nel jukebox. Dopo un breve giro di basso, il suono incandescente di una tromba cominciò a disegnare parabole sorprendenti: le note di A kind of blue salivano e scendevano per antiche scale greche – la Dorica, la Lidia, la Ionica – intrecciandosi in uno spartito cesellato da Escher. I passaggi melodici risultavano incompiuti ai timpani tradizionalisti e conservatori del Capitano, perché Miles Davis gli toglieva la tonica da sotto i piedi, proprio come accade ai pavimenti nelle composizioni paradossali del grafico olandese. Non esistevano più i ben conosciuti centri gravitazionali, i sicuri approdi che consentivano di intravedere uno sviluppo coerente e chiaro nella melodia, definendone la rotta in modo rassicurante, fino al porto di un finale scontato. Era troppo per il depresso emulo di Melville, che esplose in un moto di insofferenza: al solito, ne fece le spese il JubJub. «Per mille Leviatani, mi fai venire il mal di testa! Ascoltare i tuoi racconti è come vagare all’interno di un cubo di Rubik manipolato da un idiota: pieno di rumore e di furore, che non significa niente» sbraitò.

Quelle parole furono pronunciate a voce troppo alta per le possibilità di resistenza al dolore del Roc, che, dopo essersi svegliato, si era ricongiunto agli amici. I fonemi gli trafissero il cervello come quei chiodi di ossidiana che in Messico i precolombiani usavano nei sacrifici umani, inserendoli nel cranio attraverso i bulbi oculari. La fitta, lancinante, lo portò sull’orlo di uno svenimento, ma riuscì a non cadere tramortito. Si mise in posizione totemica a fianco dell’altro pennuto antropomorfo. Cercò di concentrarsi sulle pagine dell’Ariminum Post dimenticato aperto su un tavolino, seminascosto fra copie delle graphic novel che compongono la serie Shades of blue.

«Giusto! Grande! Super!». Psycobot non fece mancare via Whatsapp il proprio sostegno al cliente; che peraltro non ne aveva bisogno, dato che il JubJub non pareva intenzionato a replicare. Ancora una volta, si era perso nel volto del Capitano: un calderone dove si ripeteva quello che succede dentro le costellazioni – un pestare gli atomi nei mortai delle esplosioni cosmiche...

«Più o meno la stessa cosa che provo a vivere la mia vita: quella di un’ombra che cammina e si agita per un pubblico inesistente su un palcoscenico vuoto. Uno spazio immenso dove il Tempo passa anche se non c’è niente e non accade niente. Come una commedia in cui ci sia il primo atto, il secondo atto, il terzo atto, ma sul palco si rappresenti il Nulla» bisbigliò invece Jay, che pensava a Daisy.

«La malinconia ha una sua nobiltà, ma ti sta prendendo male, marinaio». Il Capitano si voltò verso l’innamorato mentre cercava di ammutolire Psycobot digitando a casaccio sull’iPhone. «Fai attenzione a non andare alla deriva, a fare la fine di quella balena spiaggiata che vedemmo insieme una volta, ricordi?».

Jay ricordava.

«Ne so qualcosa io» proseguì il Capitano «che da lei non riesco più a nascondermi. Da giovane pensavo che darmi alla pirateria fosse il modo migliore di cacciare ogni tristezza. Ogni volta che nell’anima mi scendeva un novembre umido e piovigginoso; ogni volta che mi accorgevo di provare un’irresistibile attrazione verso Xanax, ospedalizzazioni, settimane trascorse a letto, prostitute comprensive, gruppi di autoaiuto; ogni volta che non mi sentivo sicuro quando mi svegliavo e mi sentivo solo quando sbagliavo; proprio allora era quando decidevo che era giunto il tempo di mettermi in mare. Questo per molti anni è stato il mio surrogato della pistola e della pallottola. Ma ormai anche navigare non mi giova più di quanto buttarsi su una spada abbia migliorato la salute di Catone».

«Bravissimo, ben detto, vai così!». A ulteriore rinforzo, Psycobot inviò via Whatsapp una gif animata di due mani che applaudivano durante un concerto di Vasco Rossi.

Il Capitano interruppe la filippica per ridurre al silenzio lo Psicanalista – in via definitiva, se possibile.

«Una dose di malinconia è necessaria all’equilibrio mentale e per interagire con gli altri. Ben inteso: è provocata da quelle alterazioni del parenchima illustrate da Starobinski ne L’inchiostro della malinconia. Ma già per il Burton di Anatomia della malinconia era un sentimento favorevole all’empatia» cominciò a discettare il Maestro.

Jay guardò fuori dalla porta a vetri del Mocambo un’ampia piazza quadrata. Al centro, si ergeva una statua raffigurante Arianna, in uno stile giapponese che la rendeva somigliante alla Haruhi Suzumiya di un noto manga. Era di fronte a un palazzo grigio immerso in una zona d’ombra, di cui poteva vedere il loggiato marmoreo con tre arcate e il primo piano in mattoni rossi. Le finestre chiuse erano rettangoli neri nella luminescenza fredda del primo pomeriggio invernale. Per un gioco di riflessi sui vetri, l’immagine illusoria del Roc e del JubJub gli apparve sullo sfondo. Scivolavano via, sull’onda della musica tonale di Davis, volando verso il limite dell’estremo orizzonte, dove già appariva la sagoma della Blue Moon cantata da Billy Holiday: testimoni di una malinconia che li cacciava fino ai confini del mondo.

Il Maestro andava avanti nella disamina storica di quello sfuggente sentimento. «Secondo alcuni è un ingrediente indispensabile della creatività, come proverebbero i casi di Isaac Asimov, Winston Churchill, Marco Minghetti, Joseph Conrad, Johnny Depp, John Lennon…».

E che dire di Dio Stesso?, pensò il JubJub. Come sempre più spesso gli accadeva, il Maestro non riusciva a far presa sull’uditorio. Per Natale aveva regalato a tutti una fascia nera da mettere in testa, dotata di sensori che leggevano l’attività elettrica del cervello quantificando il livello di attenzione degli ascoltatori. I dati venivano riportati su un iPad mini: così avrebbe potuto sapere in ogni momento se questo o quell’allievo era concentrato sulla lezione o se al contrario avesse la testa tra le nuvole; ma nessuno di loro in quel momento ne indossava una. Ormai non sopportavano più quell’atteggiamento da santone tuttologo, da guru. «A forza di sgureggiare finisce per impestare l’aria» pensava il Pescivendolo. Come gli sembrarono lontani i giorni in cui erano cinque o sei: lui, il più vecchio, già per tutti il Maestro, ma soprattutto il compagno e l’amico; loro (Earnest, Jay, Ed e un paio d’altri), giovani dal cuore ardente, dalla fervida immaginazione, traboccanti di quella linfa che scorre nella primavera della vita e rende così esuberanti e assetati di conoscenza! Erano passati solo pochi anni, eppure tutto pareva andato, finito, svanito nel Nulla.

Il Piccolo Ed, finito l’episodio di The Nightflyers – con la sconfitta delle donne psicopatiche che avevano sterminato tutti i maschi dell’equipaggio di una nave fantasma, tenendone in vita uno solo per estrarne sperma con cui fabbricare cloni privi di cervello utilizzati come nutrimento – si era ritirato in un angolo a sviluppare alcune idee sul rapporto uomo-macchina. 

Il Roc era stato invece calamitato da un titolo sul giornale: “Fatti a pezzi e dati alle fiamme”. Il sommario forniva qualche dettaglio in più: “Il giallo dei cadaveri trovati nel centro di Ariminum. Erano in un gabbiotto dei rifiuti. Vicino a un muro su cui qualcuno ha scritto con uno spray: rest in pieces”. Attratto come sempre dai fatti criminosi più eclatanti, l’investigatore dilettante cominciò a leggere l’articolo. “Cancellare ogni traccia con il fuoco. Bruciare i corpi per non rendere riconoscibili le vittime. Il mistero dei corpicini fatti a pezzi e bruciati tra le case del Borgo San Giuliano s’infittisce. In Questura si parla pochissimo, ma gli arti smembrati trovati nel gabbiotto dei rifiuti di via Rubicone 42 sarebbero quelli delle bambine scomparse mentre giocavano sulla spiaggia”.

Jay era ancora concentrato sulla piazza fuori dalla porta finestra. La percorreva con il pensiero – indugiava sotto ai portici, si inoltrava nel buio degli angoli, osservava la statua al centro da diverse prospettive. Ariminum era fatta per accogliere, più che le persone fisiche, il pensiero, per contenerlo e trattenerlo nell’attesa di risposte alle domande che lei stessa poneva. L’edificio grigio e rosso. Che cos’era? Un Labirinto? La presenza scultorea di Arianna era un indizio. Il Capitano aveva di certo l’informazione, ma gli ampi gesti del giovane, seduto a qualche sedia di distanza, non riuscirono a distoglierlo da quanto stava facendo – picchiare furiosamente sullo smartphone – più delle erudite dissertazioni del Maestro.

Tornò all’enigmatico palazzo. Emanava una profonda tristezza. Così come l’intero spettacolo offerto da quanto si poteva vedere fuori dalla finestra: la posizione della statua, reclinata sul fianco e con la testa appoggiata sul braccio, nell’atto della riflessione melanconica; il velo di foschia grigiastra che le aleggiava intorno; il piano verderame e spoglio della piazza; l’ombra compatta del lugubre stabile. Si sarebbe potuta cogliere la perfetta fusione dell’insolito silenzio e della solitudine proveniente dal vuoto quadrilatero di quello spazio urbano con la purezza della musica jazz diffusa nel locale, se non fosse stata coperta dall’eloquio torrenziale del Maestro.

«Nel Medioevo Saturno assurge a simbolo astrologico dell’ambivalenza intellettuale e della vita artistica, associandosi alla malinconia. Tuttavia, se nel Sud Europa la malinconia era un prerequisito per l’ispirazione intellettuale, nel Nord era assimilata alla stregoneria».

Sabba? Riti di magia nera? Sacrifici di adepti a un culto hitchcockiano? L’associazione sorse nella mente del Roc, cui giungevano frammenti di quanto diceva il Maestro, mentre finiva di scorrere il pezzo di cronaca nera: “I dati certi di quest’indagine partono da un orario: le 02.27 di sabato, quando un abitante del sesto piano di via Rubicone 42 chiama i Vigili del fuoco per segnalare che il locale spazzatura condominiale è in fiamme. Le vittime sono state portate lì dentro una valigia: il fuoco doveva distruggerne le identità. C’è chi ha raccontato alla polizia d’aver visto un uomo appiccare il fuoco e, all’arrivo dei pompieri, allontanarsi in fretta con un’andatura incerta, come se si trascinasse su una gamba sola. Certo è che, spente le fiamme, i pompieri hanno scoperto i resti delle vittime in un angolo del deposito: tronchi, con le gambe tagliate poco sotto al ginocchio, piedi, teste mutilate delle orecchie e braccia lì accanto”.

« …e per Kant il sublime va sempre abbracciato a terrore e malinconia» disse il Maestro.

Il sublime è uno stato di terrore e malinconia. La definizione era perfetta per il palazzo con la statua di Arianna, sdraiata su di un piedistallo che si elevava su una coppia di supporti più bassi dalla forma arrotondata, ai lati della scultura; da questi sbucavano due zampilli d’acqua che si gettavano sulla vasca sottostante. Le due fontane, intuì Jay, rappresentavano lo scorrere del tempo secondo i due momenti dell’Eterno Ritorno. Questo sentimento del senso ultimo della vita era la melanconia stessa. Come a dare ragione al Maestro, che stava concludendo: «La malinconia è patologica quando prende troppo posto nella vita, ma è pure patologico che essa ne sia del tutto esclusa».

L’urgenza di condividere con gli amici una similitudine fece distaccare il Capitano, per un attimo, dallo smartphone: «Freud provò a definirla in Lutto e malinconia, ma senza disperdere i vapori che ne oscurano la natura spettrale, come un cirrocumulo disceso sull’Oceano in cui la tua nave si è perduta quando il cuoco è in coperta, il mozzo è sparito e non hai nessuno per ammainare le vele – quelle poche rimaste integre dopo che il vento di Nord Ovest, placatosi all’improvviso, le ha strappate via – o per azionare le pompe ed eliminare l’acqua che entra dai lati squarciati dello scafo».

L’interruzione non impedì al Maestro di tirare dritto. «Ogni giorno ci misuriamo con speranze e delusioni, successi e fallimenti, malattie e guarigioni: sono le difficoltà della vita a definire la tua identità. Il malinconico non dimentica mai di essere appeso al filo che lo lega agli altri».

I pensieri di Jay, poco convinto dall’argomentazione da burattinaio del Maestro, si arrampicavano lungo le strutture armoniche di Flamenco Sketches, il pezzo che chiude A kind of blue: rientrati dalla passeggiata in piazza, emergevano dal fondo della mente, per danzare inseguendo la luce assoluta del geniale solismo di Miles Davis. Gli appariva chiaro che se uno soffre un dolore ¬– l’emicrania del Roc, l’ipocondria di Tim, il mal d’amore che gli procurava Daisy, il bruciore di stomaco dovuto agli eccessi di assenzio cui si abbandonava Earnest – quello resta solo suo. Come diceva il coreano Old Boy? “Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo”. L’empatia non esiste, se non nei momenti magici di blink: prima e dopo resta sempre un baratro a dividerci dal prossimo.

Ma il Capitano aveva ragione: se la malinconia fosse diventata depressione, avrebbe rischiato una brutta fine. D’altronde, era difficile accettare di essere separato dalla donna che amava, attaccata a un passato ormai dissolto: perché la ricerca della felicità procedeva sempre nella direzione sbagliata?

Il Pescivendolo gli aveva letto nell’anima. In coincidenza con l’intervento finale al piano di Bill Evans e con l’arrivo di un raggio di sole che penetrò il manto nuvoloso come il proiettile di un soldato il cuore di un nemico, espresse un concetto che avrebbe potuto indurre, indifferentemente, alla speranza o alla disperazione: «Anche se sei un sognatore, Jay, devi essere realista. Gli unici amori possibili sono quelli impossibili».

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Helena ha votato il racconto

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Affascinante Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

La malinconia che si palesa come stato d’animo, malattia ma anche sublimazione e pervade tutto il racconto, tocca i personaggi, li fa apparire più vulnerabili. Mi piace l’impronta che hai dato a questo episodio, più umana, azzarderei.Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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The Nightflyers me lo sono visto tutto pure io... Mi piace come sai immergere il lettore nella malinconica atmosfera del racconto ma te ne esci anche con «A forza di sgureggiare finisce per impestare l’aria», fantastico. Gli unici amori possibili sono quelli impossibili perchè traggono la loro forza da un vagheggio della mente...Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Un vortice. Felice che ci sia snche Vasco, in effetti mancava Melancholia è vitaSegnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Andreasololettore ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Ho seguito il link. Ho scoperto cose interessanti, tra cui il premio per The good paper. Menomale, almeno quello. Spero tanto in una evoluzione editoriale per questo tuo testo, lo meriteresti davvero.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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Amid Solo ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Brano nutritissimo di spunti. Melancholia che attraverso i secoli sempre elaborata e diversificata. Nel "Macbeth", nell'incipit d'Ismaele, in Moby Dick. Nell'melancholia medievale che in ambiente monastico si coniuga con l'acedìa. Le melancholia laico-illuminista di Starobinski ecc.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Caleidoscopico :)))Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Oggi soffro di una insofferenza che gioca a far la funambolica con la depressione: Tu nemmeno dovresti scrivere su Typee; ci fosse una giustizia, le maggiori case editrici ti contenderebbero per pubblicarti... Sento la nostalgia di un tempo che non ho coscientemente conosciuto: quello in cui chi era meritevole veniva ripagato. Il mio è il saluto più grato. Ciao! :-DSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Sempre da rileggere, per immergersi all'interno...Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Ti cito: "Per mille Leviatani, mi fai venire il male di testa!". Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

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