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Narrativa

Delirio ipnagogico

Pubblicato il 13/03/2019

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Aveva imboccato la madre con cura e minuzia. Glielo aveva sempre detto lei, quando era piccolo. "Qualsiasi cosa tu faccia, falla bene oppure non farla proprio!". E lui rispettava sempre le sue sagge parole.
Così dava da mangiare all'anziana madre, 2 volte al giorno per tutto l'anno, facendo attenzione a non versarle nulla addosso. Lei non parlava più ormai da 3-4 mesi, non era necessario, bastavano dei piccoli gemiti in particolari occasioni per intendersi. Si veda quando il figlio distrattamente sbrodolava un cucchiaio di minestra sul bavaglio con sopra disegnato Pluto masticante un bell'osso succulento tra i denti, di quelli che esistono solo nei cartoni, o anche quando circa 3 volte al giorno la matriarca doveva espletare le sue gloriose feci e urine.


Una sera come tante, tra un'imboccata e l'altra, i ricordi dei giorni passati lo stavano affogando.
"Ci sono posti migliori." avevano detto loro.
"Tipo?" chiese lui in maniera ingenua, tanto era scontata la risposta.
"Ovvio le case di riposo."
"Perchè non farla rimanere qua?"
"Perchè farla rimanere qua? Non puoi fare ciò per cui non sei preparato!"
Lui dal canto suo, essendo il maggiore dei fratelli, aveva tuonato con veemenza: "Come può una sconosciuta occuparsi di nostra madre meglio di noi tre, frutto del suo amore!".
I due Giuda avevano comunque abbandonato il Titanic e così era rimasto solo lui, come il capitano che non abbandona mai la nave.
In cuor suo ne era contento, poteva contare sulle proprie forze e nessuno lo avrebbe tradito o deluso. Nella sua mente le gesta assumevano un significato più epico di quanto non lo fossero.



Per dare però un'idea più chiara della situazione ai nostri pochi ma amabili lettori facciamo un passo indietro.
Tutto era iniziato verso la fine dell'anno. Come ben saprete sono periodi di fasto e gioia, ma la dolce parca durante quei mesi di festa stava evidentemente facendo gli straordinari e mandò un segnale all'amabile famiglia, anzi parafrasando un grande maestro, inviò una vera e propria lettera viola. Sia chiaro non in maniera così esplicita, tuttavia il segnale era inequivocabile. Una malattia degenerativa, di quelle che ti svuotano piano piano dall'interno fino a lasciarti come una scatola vuota se non con qualche strato di polvere.

Tornando quindi al presente e finita di imboccare la madre, i pensieri citati in precedenza soffocavano la sua mente. Non era la prima volta che gli succedeva ma ora sembrava tutto amplificato. Stanco, dopo aver messo a dormire le povere membra materne, decise di infilarsi nel letto evitando di guardare il solito programma che tante volte lo aveva allietato. Dopo qualche minuto ebbe come l'impressione di vedere la sua gloriosissima madre entrare in camera e incamminarsi verso di lui.
Avvicinandosi al suo letto notò che la figura materna aveva gli occhi iniettati di sangue e il viso cupo. Ella si chinò e scoccò un perfetto bacio sulla fronte, come solo le vere madri sanno dare. "Notte angelo mio" gli parve di sentire.
Improvvisamente l'apparizione svanì. Ormai svegliato dal sogno o dall'incubo decise di girarsi dall'altro lato del letto come per cercare di dimenticare l'accaduto. Notò però che non riusciva a muoversi. Era completamente paralizzato. Non riusciva nemmeno a parlare, neanche uno stridio o un sussulto.

Era lì sdraiato immobile, come la preda impaurita che aspetta di essere sbranata dal lupo. Iniziò a sudare freddo, sentiva i suoi pensieri sempre più forti e improvvisamente realizzò. E se quel bacio, quel perfetto gesto arrivato dalle labbra materne non fosse frutto dell'immaginazione della mente ma la pura verità, e se proprio quell'atto venuto dalla propria dea fosse in realtà un modo di punirlo paralizzandolo.

Iniziò a lacrimare, come se gli stessero tagliando una cipolla sotto il naso. Una vita immobile su quel lettino non la poteva accettare, lui che tanto si era prodigato. Non poteva neanche urlare al mondo la propria frustrazione come il tenente Dan. Lui da quel momento sarebbe rimasto per sempre sollevato sul dolce lettino a trenta centimetri d'altezza dalla vita reale.


"Qualcuno mi uccida", fu proprio questo l'ultimo pensiero prima di addormentarsi.

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Commenti degli utenti

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Mirco Giraudo ha votato il racconto

Esordiente

Racconto interessante. Molto personale e innovativo nello stile. Segnala il commento

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Dalcapa ha votato il racconto

Esordiente

Racconto strano, con cambi temporali, di stile. In certi momenti piaciuto molto in altri scrittura un po' artificiosa, troppo ricercata.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Esordiente
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Paul Olden ha votato il racconto

Esordiente
Editor

L’invocazione ai “pochi amabili lettori” è roba da testo ottocentesco. Poi la consecutio temporum mi pare incasinata. Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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di cooper

Esordiente