Oggi Milano è grigia.

Avvolta e coinvolta in un'aria velata di autunno.

Il parabrezza si riempie di minuscole gocce nebbiose mentre attraverso la città. 

Parcheggio.


Sono così leggere e rade che quasi non si sentono, a camminarci sotto. Me ne sono accorto tornando a piedi verso la macchina, dopo aver fatto colazione al bar.

Arrivato a pochi metri dal mezzo, avevo una patina fresca sulle guance.

Ci sono passato sopra con le dita.

Il calore delle guance l'aveva scaldata, quel tanto che la faceva essere fresca. E non fredda.

In macchina ho acceso il riscaldamento e ho regolato la ventola al massimo. Così si asciugano subito, i capelli. 

Faccio cento metri e mi fermo, al primo semaforo. 

Riparto al verde, ma la macchina si blocca. Ho dato gas tutto insieme, mollando la frizione di colpo e il motore si è spento. Uno sbaglio da principianti. 

La macchina dietro suona.

Anche quella più dietro ancora.

E allora?! 

Cos'è tutta sta fretta? Dov'è che dovete andare, tutti quanti?

È di nuovo rosso.

Giro la chiave con lentezza calcolata e do un paio di tocchi leggeri all'acceleratore. Ecco il verde. Un pedone ritardatario attraversa la strada, lanciandomi un' occhiata. 

"Posso passare?" aggiunge con le mani, quando è proprio davanti al mio cofano.

"Sarebbe un bersaglio facile... agganciato" penso.

"Vai, vai!" gli rispondo con la mano destra che si agita, attraversando il getto caldo della ventola sopra il cruscotto. 

Il pedone passa, continuando a guardarmi. Chissà perché?

Quando il suo primo piede è già in salvo e il secondo sta per raggiungerlo, sul marciapiedi, mi scappa l'acceleratore: il mio  piede sinistro stavolta collabora alla perfezione, staccandosi con tempismo sportivo e millimetrico dalla frizione, le gomme squittiscono, il motore romba e scaraventa avanti il mezzo che si dimena, quasi incredulo e sbandando appena, e poi schizza via, attraversando l'incrocio.

Riesco a buttare un occhio sullo specchietto e vedo il pedone per aria, con le braccia alzate. Do un'altra occhiata e lo vedo finire di schiena sul pratino accanto alla strada. Non dovrebbe essersi fatto niente.

Decido di non fermarmi. 

Ma mi sento una merda. 

Ci ripenso. 

Accosto dopo una quindicina di metri. 

Esco dalla macchina e torno indietro. 

Il tipo si è seduto per terra. Mi guarda con le braccia incrociate sulle ginocchia.

Sembra che sorrida. Sorrido anch'io. Imbarazzato.

"Non mi sono fatto niente, tranquillo" mi dice, prima che io riesca a parlare.

Gli allungo la mano e lui si tira su.

"Hai già fatto colazione?" riesco a domandargli.

"Stavo giusto cercando uno che me la pagasse" risponde lui.

Dall'accento mi sembra sudamericano. Argentino, direi.

"Sono argentino", continua.

Non gli dico di averlo pensato. Ma lui lo sa.

Lo vedo da come mi guarda, e poi, perché mi avrebbe detto di essere argentino, se non avesse percepito nel mio sguardo una domanda in tal senso?

"Qui hanno anche le briosce fresche, di pasticceria" faccio io, indicando il bar al di là della strada.

Lui scuote la giacca e si passa la mano sulla manica sinistra. Stacca una foglia giallina che si era attaccata sul gomito. Guardiamo insieme la foglia che volteggia, un paio di volte, prima di scendere in picchiata, finché si appiccica sull'asfalto umido.

"È andata bene" continuo io, con tono dimesso. "Ho fatto casino con i pedali, e con i tempi. Mi spiace."

"Tranquillo, è tutto a posto. Però mi è venuta fame. Tengo mucha hambre."

Ci incamminiamo verso il bar. Quasi sulla soglia, lui si ferma e mi guarda, senza sorridere. Io faccio lo stesso. 

"Ma tu stavi per non fermarti... vero" ? Mi chiede tutt'a un tratto, mentre gli scappa da ridere.

Per un paio di secondi lo guardo, facendo qualche strana smorfia con la bocca, che non saprei descrivere.

"Sì, ma solo per un attimo. Ma forse neanche."

"L'avevo capito, sai... che l'avresti fatto!

"E cosa ci sarebbe, da ridere?

"Dopo di te" replica lui, aprendo la porta del bar.

Sento che continua a ridere, mentre entro nel bar.

Rido anch'io, e raggiungo il banco. La briosce mi guardano dal vassoio: i bomboloni giacciono satolli e sembrano cachi maturi, schiacciati dal proprio peso. Cambia solo il colore. Ne prendo uno e lo annuso. È morbido e ricoperto di zucchero a velo. E profumato. Una meraviglia.

"Ridevo perché ti è rimasto un baffo di zucchero a velo. L'ho visto anche quando eri in macchina, al semaforo"

"È già il secondo, che mangio, stamattina." rispondo,  girandomi verso di lui. 

"E ora... ce l'hai anche sul naso!" insiste, l'Argentino, sforzandosi di non ridere.

"Come si dice, caco, in spagnolo?

"Caqui. Il caco da noi, si chiama el caqui. Ma anche kaki, palosanto o persimón. E la briosce, è la medialuna."

"Medialuna? Che bello. Mezzaluna... e il plurale?" 

"Los caquis, oppure los kakis, los palosantos, y los persimones. Y las medialunas. Ma perché me lo chiedi?"

"Sai, che non lo so?!" Ma devo aver fatto un'associazione, fra il caco e il bombolone." 

"E la briosce, che c'entrava?

"Viva el caqui! faccio io.

"Viva il caco!" replica lui, con un bombolone in mano.

E facciamo colazione.