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Narrativa

Destino e Povertà

Di vita e passione - Editato da Maddalena Frangioni
Pubblicato il 06/02/2018

Un breve racconto in cui con un certo pessimismo si fa riferimento alla povertà come espressione di un destino crudele. E' questo ciò che pensa il protagonista anche dopo aver sperato per un momento di veder cambiare le cose. Forse una via d'uscita è possibile ma qui non si vede.

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Una domenica di marzo Giuseppe era in preda a una strana euforia. Al mattino si era rasato cosa insolita per lui che da anni aveva lasciato che la barba crescesse incolta non avendo motivo di mostrarsi vivendo una vita solitaria senza affetti. Finito il lavoro di magazziniere e andato in pensione le sue giornate già pesanti e monotone erano diventate silenziose senza più i rumori consueti delle voci dei compagni o dello stridore dei carrelli pieni di merci. Giuseppe era un uomo solo e da sempre rassegnato a vivere la sua condizione di uomo povero. La povertà non l’aveva mai lasciato, fin da piccolo si era dovuto accontentare di ciò che i suoi genitori potevano offrirgli: poco. Aveva sofferto per questo poi c’aveva fatto l’abitudine a rinunciare e man mano aveva pensato che forse il non avere niente o quasi niente fosse cosa normale. In fondo nel quartiere dove viveva le famiglie che conosceva vivevano come lui in palazzi squallidi con ascensori rotti androni bui muri esterni pieni di scritte. Nessuno osava lamentarsi perché ciascuno credeva che ciò dipendesse da un cattivo destino che si accanisce su molti mentre lascia in pace pochi. Anche lui attribuiva la sua condizione alla sfortuna che aveva sempre perseguitato la sua famiglia. I genitori da sempre al servizio come contadini di un grande proprietario terriero erano vissuti nelle ristrettezze, alla loro morte pensando di migliorare la propria condizione si era trasferito in città ma era stata dura e si era accontentato del mestiere di magazziniere lavorando per otto ore e più per una paga appena sufficiente a pagare l’affitto nel palazzo in periferia senza servizi. Preso dall’ingranaggio della ripetitività del lavoro faticoso si era adattato arrivando perfino a dimenticarsi di se stesso. Giuseppe viveva in questo stato d’animo di uomo sottomesso e rassegnato quando nella campagna elettorale delle prossime elezioni di marzo di quell’anno aveva sentito a destra e a manca parlare di “Povertà” e di “Poveri”. Come molti era rimasto sorpreso e era rimasto in ascolto. Dentro di sé si era accesa una piccola luce di speranza. Aveva cominciato a pensare che forse qualcosa stesse cambiando nel Paese. In fondo era giusto che in alto si accorgessero di quello che accadeva in basso visto che i poveri erano molti di più. Alla radio addirittura aveva sentito parlare di dare qualcosa alla massa di persone che non ce la facevano a arrivare a fine mese. Anche lui rientrava nella categoria, la pensione essendo insufficiente per vivere. Quei discorsi lo avevano coinvolto fino a fargli dire di amare la politica da sempre ritenuta falsa e mendace. Aveva quindi deciso di partecipare al corteo indetto da una forza politica per la domenica prima del grande evento elettorale che voleva portare in piazza tutti i poveri della città per dare loro un sostegno. Giuseppe aveva trovato interessante la cosa e non aveva fatto caso al colore se bianca, rossa o nera. Sperava come tutti di ottenere qualcosa e alla fine non importava da dove venisse.

Si rasò ben bene indossò la giacca dell’ abito buono da tempo abbandonata nell’armadio e uscì nella strada. Il corteo stava avanzando nella piazza dove un grande palco occupava molta parte soffocando i vicoli vicini. Le persone non facevano che aumentare, la piazza traboccava, Giuseppe si rese conto che i poveri come lui erano davvero tanti. Un vero fiume si snodava lungo le strade. Arrivato in piazza trovò posto in un angolo. Rimase in attesa del discorso. Il vociare delle persone più vicine e più lontane soffocavano le parole del politico che sebbene urlate dall’altoparlante arrivavano alle sue orecchie deformate e frammentate. Cercò di seguire e di capire inutilmente, allora spazientito e seccato lasciò la piazza per fare ritorno a casa.

Nel camminare aveva in mente solo una domanda, se i poveri sono sempre stati tanti da riempire tutte le strade e le piazze com’è che non ce l’hanno mai fatta a tenere a bada i pochi ricchi che stanno in case buone e di lusso?. Non sapendo cosa rispondersi tornò con la mente al destino crudele il vero responsabile di tutto anche dell’incapacità dei poveri di ribellarsi alla loro condizione. Scrollò la testa e pensò che non sarebbe bastato né un politico urlante dal palco, né un corteo a cambiare le cose. Aveva fatto male a illuderi.


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