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Narrativa

Di cristallo

Pubblicato il 15/09/2020

La memoria è labile. Cede quando meno te lo aspetti, anche una sera di dicembre, in una cena come un'altra, fra tutte le cose che ti hanno sempre fatto sentire a casa.

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La prima volta successe in cucina, durante una cena qualunque. Suo padre era seduto a capotavola, la testa china sui tortellini, il cucchiaio sospeso a metà e lo sguardo incredulo di chi pensa di assistere a uno scherzo. Il fratello aveva riso, pensando a una battuta divertente, prima di accorgersi che non lo era. Lei quella sera aveva deciso di non cenare, per cui quando successe, quando sua madre, che era seduta di fronte a lei, aprì bocca per chiederle chi fosse, lo spazio vuoto al posto del piatto le sembrò infinito. Per una manciata di secondi stettero tutti zitti.

Poi il padre disse: «Ste, ma che stai dicendo?»

Si trattava di un brutto gioco del destino, di una tessera genetica che aveva dato il primo segno di cedimento. Era il ventitré dicembre duemiladiciassette.

Le dissero, tutti insieme, che era sua figlia. La madre sembrò capire, «Certo, certo», disse. Poi piombò di nuovo il silenzio. Si sentivano i rumori di contorno: l’acqua che scorreva nei bicchieri di vetro, i cucchiai che battevano sui piatti, le sedie che strisciavano sul pavimento della cucina, il ronzio della lampadina che illuminava il tavolo dal soffitto.

La figlia si alzò per cominciare a fare ordine e per il resto della cena fu come se quella domanda non ci fosse mai stata. Ma quando si chiusero le porte delle camere da letto, la finzione lasciò spazio alla realtà.

La madre pianse fra le braccia del padre che sospirava e le coccolava la testa. Le passava le dita fra i capelli mentre le lacrime scendevano costrette in mezzo alle rughe e il petto era obbligato al ritmo dei singhiozzi. Gli era sembrato di cominciare a sentire un nodo, lì sulla bocca dello stomaco. Chiuse gli occhi strizzando le palpebre, mentre d’istinto con le braccia stanche stringeva quella donna un po’ più forte.

Il fratello, ancora coi vestiti addosso, stette a letto a fissare un punto sopra la sua testa. Aveva gli auricolari, ascoltava jazz. Seguiva il ritmo altalenante della musica tamburellando con le dita sulla pancia, quando quella frase gli tornò in testa con veemenza, e senza carezze. Inspirò forte col naso. Il viso da eterno ragazzino si arricciò in un’espressione contrita. In un solo colpo, aveva acquistato tutti gli anni che non dimostrava.

La figlia cercò di mantenere la calma il più a lungo possibile. Finito in cucina, scappò in bagno. Fece una lunga doccia, tanto calda che quando uscì si ritrovò il corpo marchiato da linee verticali spesse e rosse. S’asciugò per bene, si diede la crema e lavò con cura il viso, più volte, in preda a una routine esasperata. Voleva cercare di distrarsi, per cui entrò in camera e optò per un libro iniziato ormai da un paio di settimane. Si sedette sulla poltroncina accanto al letto, e cominciò a cercare riparo in mezzo alle righe inchiostrate, immersa nell’odore consumato della carta. Ma non fece che rileggere sempre la stessa riga, forse non l’aveva mai letta. Si alzò di scatto e sbatté il libro sulla poltrona. Il cervello cercava di elaborare un’informazione che la ragione non voleva accettare. Quanto tempo sarebbe passato, prima che finisse per dimenticare tutto? Quanto tempo le restava insieme a una madre che non l’avrebbe riconosciuta più? Come fa, un’impronta che dovrebbe essere indelebile, a cancellarsi così? Il corpo era diventato pietra, inerte e fossile. Sentì una pesantezza addosso che non aveva mai provato prima. Non voleva, non voleva che sua madre si perdesse così. Piegò la testa in avanti, mentre prese ad abbracciarsi con le sue stesse braccia, incrociate sotto ai seni. Le dita inforcavano la schiena, s’aggrappavano alla pelle in cerca di un appiglio. Pianse senza fare rumore.

I pensieri, quelli invece le ronzavano in testa come api furibonde. Avrebbero tutti aspettato il suo prossimo passo falso? E come sarebbe cambiata quella donna tanto forte e austera? Va davvero così? Un giorno sei tu e il giorno dopo sei qualcun altro, senza controllo né ricordo, senza presenza e identità? Avrebbero assistito, con cura e riguardo, all’esilio di un’esistenza?

Tremava, e quanto si stringeva. Prese a dondolare avanti e indietro, sotto ai gemiti che cercava di contenere. Le palpebre strette, il cervello in fiamme, il cuore a pezzi.

Il peso che aveva sul diaframma, al centro proprio in mezzo alle costole, la stava tirando in basso. Era avvolta da un alone d’ovatta che le impediva di vedere, sentire e pensare con lucidità.

Alzò la testa in alto, provò a recuperare aria.

Quella sera sarebbe nato in lei uno sguardo nuovo. Ci sarebbe stato un repentino e tagliente cambio di prospettiva. Quella sera, quella dannatissima sera, la sua mamma di legno diveniva cristallo. 

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di Marphrie

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