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Narrativa

Di nome.

Pubblicato il 15/09/2019

Sprazzi di normalità.

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Bruno. Di nome. Perché di fatto è un caucasico dei più bianchi, un foto-tipo di quelli da protezione solare 50+. Occhi cristallini. Verdi. E biondo: un castano chiarissimo, biondo praticamente. Una di quelle persone a cui spesso chiedono “sei albino?”, estenuando a cascata tutti i suoi nervi. Di nei nemmeno l’ombra. Insomma, di bruno niente per capirci: un’ironica figura mitologica. E infatti da sempre conserva un dubbio: quel sorriso in faccia ai suoi, ogni volta che lo chiamano per nome. Non è tanto perché gli vogliano bene. Secondo lui in fin dei conti è un ghigno che sottende una leggerissima e vaga presa per il culo. Da quando è nato poi: sarebbero un po’ crudeli a onor del vero. Non ha mai chiesto perché l’abbiano chiamato così. Da giovane era un misto tra pigrizia e un pizzico di terrore: un po’ di paura che le canzonature a scuola avessero un non so che di fondamento. Ora invece è un perfido gioco di resistenza tra lui e loro: ha la vaga sensazione che appena si azzardasse a pronunciare quella domanda sua madre gli possa ridere in faccia fino alle lacrime. Per non parlare di suo padre: con la dentiera messa da poco ci sarebbe anche il rischio che, trattenendosi dallo sbellicarsi, gli si stacchi un ponte e lo ferisca al volto. Quindi ha pensato bene di portarli così fino alla tomba e là, in punto di morte, gli farà la fatidica domanda: e vediamo chi riderà per ultimo. Maledetti. Però gli vuole bene: un pochino, non molto. Dei fratelli meglio non parlarne. A loro nomi come tanti altri: Giovanni, Matteo, Marco e Luca. Evangelisti de noialtri. Tutti cattolicamente più piccoli di lui, con la strada spianata. A pensarci bene si sente un po’ come Gesù, solo meno famoso. Non ci esce molto assieme: col secondo sono già otto anni di differenza e gli altri a seguire. Meno male non è arrivato il sesto, che per come si mettevano le cose avrebbe messo il parentado in crisi: Giuda o Chiaro? Cristo! La sua è una bella situazione di isolamento familiare se la si guarda da lontano: un affido a distanza spazio-temporale, un’adozione auto-indotta e postumamente rinnegata, che a saperlo l’avrebbe rinnegata dall’inizio. E per fortuna ormai gli amici sorvolano sulla questione: da qualche anno hanno smesso di fare le solite battute sugli orsi. Da quando è uscito quel film, Bruno, per essere precisi. Chissà perché po: che fosse un film horror? Lui, per non sbagliare, il film non l’ha nemmeno visto: gli bastano gli effetti che ha sortito, sempre che siano correlati. Meglio non sapere: beata ignoranza. Delle donne invece se volete possiamo parlarne. Innamorato fin da piccolo di qualsiasi donna, esclusa sua madre, ha vissuto la sua intera vita romantica candidamente (e come potrebbe essere diversamente) dentro di se, riservando alle malcapitate un rapporto basato sull’acidità di stomaco: il confronto amoroso verte sempre, e usiamo un presente maiestatis che nobilmente ci risparmi alle orecchie il participio passato del verbo vertere, su chi sia la prima donna nella relazione. Lui ovviamente. Per fortuna c’è il sesso che lo salva: essendo la prima sa quello che vogliono le altre donne e di conseguenza come soddisfarle. Fino a quando non si annoia, ed allora il crollo è totale. Le manda in bianco, lui che è Bruno: una relazione ossimorica. Capirete, da queste parole, che il nostro amico continua a essere ostinatamente single, e a quarant’anni suonati la cosa comincia a essere impegnativa: non che gli pesi, a parte gli sprazzi di depressione latente che l’attanagliano. Più che altro deve trovarsi un sacco di nuovi impegni per riempire i buchi che alla spicciolata, un po’ tutti gli creano attorno. Tutti sempre presenti e cari che a poco a poco muoiono, si ammalano (quasi muoiono), figliano (per poco muoiono), partono (un po’ muoiono, ce lo diceva anche Edmond Haraucourt), si stancano (che muoiano). E poi da un po’ di tempo Bruno ha perso quella sua tolleranza e benevolenza incondizionata, l’età adulta l’ha reso più arido del previsto e quella dedizione verso gli altri, quell’ascoltare appassionato per ore, si è trasformato lentamente in una insofferenza che goffamente cerca di nascondere. Nel frattempo sono andati tutti, ignaramente, al diavolo. Ma in fondo in fondo, lui, spera ancora che quel suo romanticismo interiore che sgorga in lacrime, anche nei film più commerciali, possa trasformarsi in una vita reale fatta di affetti. E ci si impegna. Per ora si è dedicato a un po’ di volontariato con i cani randagi: piccole palle miste di carne, di ossa, di pelo e di amore assoluto verso qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa a parte i gatti, gli scoiattoli, i postini e qualche sconosciuto. Non tutti gli sconosciuti: quelli che provano ad accarezzargli la testa, senza farsi annusare, sicuramente. Così? Al primo appuntamento? Sfacciati!

Ma torniamo a noi. Bruno, stamattina, dopo essersi alzato, ha vinto un premio Nobel. Facciamogli i complimenti.

P.S.: nemmeno oggi i genitori son morti, loro no. Ma lui saprà aspettare: che siano stramaledetti.

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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bella scrittura. il giudice nano di de andrè aveva motivazioni più solide per la rabbia, ma la paranoia può trasformare "Bruno" in stigma.Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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Vaguzzina ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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di Allitterativo

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