Il primo della città è il ponte della Vittoria. Brutto da fa’ schifo, tutto di cemento con le sponde chiuse, sicché i bimbi non possono vede’ l’acqua. Se ti giri nella direzione opposta allo scorrere del fiume vedi una fila ininterrotta di alberi: è il viale delle Piagge. Noi vecchi pisani ci siamo cresciuti, alle Piagge. Mi ci portava la mi’ mamma a gioca’ con l’altre bimbe, si stava annidate tra i tronchi de’ lecci che chissà perché crescevano a piccoli gruppi riuniti. E più tardi lì, tra gli alberi del lungofiume, si davano i primi baci. E poi anche i se’ondi e i terzi, diciamo la verità (e tieni ferme le mani, bellino, che sembri un polpo). C’era, e c’è ancora, ma non ha retto alla pandemia e ha chiuso i battenti, lo Chalet del Salvini. Era poco più d’una baracca, all’inizio, fu ingrandito dopo, a più riprese: è cresciuto con noi, aggiungendo stanze dove noi s’aggiungevano anni. Ci si ritrovava dal Salvini a bere, a fumare. A baciarsi, naturalmente. Ci si ritrovava anche a non fare nulla, giusto per far vede’ che eri uno che andava lì e non al Bar la Borsa di piazza Vittorio, che alla Borsa ci andavano i fasci. Poi ci s’andava con le ‘arrozzine, perché a forza di dare baci ne nascevano di figlioli. E mentre i figlioli crescevano e i tavolini del Salvini aumentavano, era sorta anche una piccola pista per le macchinine elettriche, un incubo di rumore e di soldi, che dovevi parti’ di ‘asa con le tasche piene di monete da cento lire, e comunque non bastavano mai. E le bizze dei bimbetti si aggiungevano al chiasso delle macchinine e agli urli dei babbi (Vieni via! Bada che se mi fai veni’ lì ti do una labbrata). Da ultimo ci s’andava a fa’ l’aperitivo, l’apericena anzi, e non era raro incontrarci i figlioli, lì per lo stesso motivo. E finché ha vissuto mi’ padre, ci trovavi anche lui. Ogni tanto vedi scappa’ un ratto, da queste parti, ma va di moda di’ che son nutrie.

Il secondo è il ponte della Fortezza. Prende il nome dalla Fortezza San Gallo, una costruzione del 1500 non molto apprezzata da noi pisani; invece amiamo molto il Giardino Scotto che è proprio lì dentro. Anche il ponte della Fortezza è in cemento armato, un po’ meno brutto di quell’altro perché i marciapiedi sono rivestiti di pietra. È stato l’ultimo ponte ri’ostruito a Pisa tra quelli distrutti dalla guerra e non è che ci si siano spesi tanto. Il Giardino Scotto è un po’ come le Piagge, ha visto crescere noi, e poi i nostri figli. C’è un platano che è lì dal 1700, chissà le 'ose che ha vissuto. Si dice che la famiglia Scotto, dopo avere acquistato il giardino da Leopoldo di Toscana, ne avesse fatto una specie di eden, con piante maravigliose provenienti da tutto il mondo. Sarà, ci voglio crede’, ma da quando lo frequento io è comunale e le piante esotiche sono sparite, invece il platano è sempre lì, che non bastano dieci bimbi in girotondo per abbracciallo. Ma ‘un me ne importa, è un posto che mi garba così com’è: c’ho visto tanti ‘oncerti, c’ho aspirato tanto fumo, e mi sono attrigata i capelli nelle frasche, finché non sono diventata una brava mamma e anche lì ci ho portato a sgambetta’ le mi’ figliole.

Dopo la Fortezza, il lungarno curva un po’. Il fiume si fa più aperto - come se avesse furia, come se si struggesse dalla voglia d’anda’. Di qui e di là, le case si riflettono sull’acqua, e il giallo domina, vince su tutto. Questo colore gli è stato dato nell’800, ed era molto amato dagli inglesi, che ai tempi venivano a sverna’ a Pisa. Prima, pare che le case fossero di tutti i ‘olori. Però è bello anche così, il lungarno, commovente e un po’ pedante come siamo noi pisani. Retorico e sonnolento - mi garba tanto.

Il ponte di mezzo, non bisogna esse’ geni per intuillo, è più o meno al centro della città. Anche questo è novo, ricostruito dopo i bombardamenti della seconda guerra, ma qui ci si sono spesi un po’ino di più. Anche perché, per il progetto, fu indetto addirittura un referendum cittadino. I laterali sono rivestiti di marmo, le sponde sono finalmente a colonnine e se ci guardi a traverso vedi l’acqua. Collega la piazza Garibaldi (a Tramontana) col municipio che si trova sull’altra sponda. Piazza Garibaldi era il ritrovo della sinistra (a quei tempi c’era davvero, ‘un è credibile!): da lì partivano le manifestazioni e anche i gruppetti di ragazzi co’ pugni stretti, la smania nelle gambe e i capelli lunghi, che s’andavano a picchia’ con quelli della Borsa. Le manifestazioni a Pisa erano bellissime: percorrevamo tutti i lungarni tenendoci per mano. Facevamo il giro con i nostri striscioni e ci sentivamo felici, nel giusto e potenti. Da lì si poteva passa’ in un vi’olo, vicino al teatro Verdi, dove c’era la sede di una radio libera. Per un periodo ci ho “lavorato” anch’io. Tenevo un programma sulla musica dell’East Coast (che non era ancora hip hop). Non ci ho mai capito nulla, di musica, non so davvero come facessi a tene’ un programma. E poi ho una vocina che sembro un gatto. E insomma non so perché, ma durante la trasmissione mi telefonavano gli ascoltatori, e sembravano di molto contenti. Sarà perché prima del programma c’era sempre qualcuno che arrotolava i fogli dei ciclostili per preparare il fumo. Tornavo a casa assatanata dalla fame chimica, e facevo contenta la mi’ mamma - mangiavo anche le bracioline, che non mi sono mai piaciute.

Il Ponte Solferino andò giù con la piena del ’66, quindi quello attuale è il più novo di tutti. A parte il fatto di essere semplice nella struttura e più moderno degli altri, con le sponde di metallo, è il ponte più fati’oso da percorre’, sembra di scala’ una montagna. Si dice, e io penso che sia vero, che gli ingegneri abbiano sbagliato i calcoli, popò di stupidi, e così sia venuta fuori questa abnorme e inutile curvatura, che se lo fai in bicicletta ci lasci i pormoni.

Però. Però, dal Ponte Solferino, se guardi nella direzione in cui scorre il fiume, senti che la foce è vicina. Lo senti proprio, te la senti nell’ossa questa voglia di mare, è un’urgenza. E allora vai a Boccadarno, dove le acque melmose del fiume si tuffano in mare e coi retoni si pescano dei muggini di tre chili, e si può andare col barchino a remi fino all’altra sponda e passa’ sotto il retone dove ancora saltano i pesci e le gocce d’acqua dalla rete ti piovono in testa.

Di là c’è ir mare, lo vedi. Ir mare è come una mamma, per noi. Siamo fatti della stessa sostanza - ‘un c’entrano i sogni, è proprio l’acqua salata.

E Boccadarno è una specie di mira'olo, con il fiume che finisce, ir mare, le Apuane vicine e chiare che ti sembra di toccalle e il macchione di San Rossore sotto, a riposa’ l’occhi.

Subito lì, attaccata a Boccadarno, c’è Marina. Al Barrino di Marina ci si va a be’ ir ponce - estate e inverno è uguale, è tappa obbligata. Marina mi piace, m’è sempre piaciuta. Un paesino decadente, dimesso, povero, più bello d’inverno che d’estate. Ci credo che piacesse al D’annunzio - in realtà gli piaceva perché era il su’ nido d’amore con la Duse. Anche mi’ padre era fissato con Marina, e difatti credo che anche lui c’avesse un’amante - diceva che era il posto più bello del mondo. Sono sicura che se si fosse accorto di mori’, m’avrebbe chiesto di portallo a Marina. E se ce l’avessi portato, si sarebbe messo a sede’ su uno scoglio, con la pipa in bocca. Gli avrei detto: Babbo ‘un fuma’, per piacere. Che stai per mori’. E lui, lo so, avrebbe riso, m’avrebbe indicato tutto quel bendiddio d’azzurro con le mani aperte, avrebbe inspirato il salmastro e traspirato l’Anfora, e avrebbe mormorato:

M’importa ‘na sega, tesoro.