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Narrativa

Dietro la porta

Pubblicato il 09/09/2021

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21 Voti

Lei è lì, uno scricciolo di un metro, persa in un grembiule blu di una taglia più grande, e un fiocco bianco che le pizzica il mento. Suo padre l’aiuta a prendere posto sul sedile anteriore, controlla che la cintura non stringa troppo, e si mette alla guida. Le casse dello stereo spandono la voce nera di Muddy Waters e le note di “Hoochie coochie man”, invadono l’abitacolo, e suggellano un patto firmato in segreto da padre e figlia. È il loro segreto, un messaggio in codice. Quando la voce carnosa di Muddy tuona “man”, quella di suo padre si alza di due toni e anche lei urla “girl”. Ridono e aspettano insieme che la voce animata di Muddy renda merito al miracolo della vita: "He was born for good luck" diventa “She was born for good luck”.

Sono giorni che si sente ripetere che la scuola è un bel posto, dove s’imparano tante cose importanti e si conoscono persone interessanti. E lei è lì, in attesa di scoprire se tutte quelle cose renderanno più importanti e interessanti le sue giornate.

È l’ultima nata, e suo padre talvolta la chiama Dike e le dice che l’ordine d’arrivo nel mondo non è casuale. È lei che mantiene l’equilibrio tra cinque uomini in competizione per ristabilire ruoli e priorità. I suoi fratelli, invece la chiamano spesso “Spring nowgirl”, perché è saltata fuori dalla scatola del nulla in primavera. E si divertono a ripeterle che in famiglia nessuno si aspettava il suo arrivo. 


Suo padre aveva cinquant’anni e la madre due di meno, quando il caso aveva deciso la sua nascita. Per questo non si erano preoccupati dell’interruzione del ciclo mestruale della donna. Tuttavia, per sedare ogni dubbio, la madre si era recata dal medico di famiglia. Aveva trovato un sostituto fresco di laurea che, in attesa del ritorno del titolare dello studio, sfoltiva il lavoro con prescrizioni di integratori e diete leggere. La diagnosi era stata “Probabile menopausa”, che a tutti in casa era apparsa come la lieta novella: le cicogne avevano deciso di fare altrove le loro consegne. Occorreva pazientare qualche giorno, e con il rientro dell’anziano medico, anche il malessere della madre sarebbe scomparso. Ma la pancia aveva continuato a gonfiarsi, nonostante la donna vomitasse spesso. Era stato il padre a insistere per interpellare un gastroenterologo. Marito e moglie erano usciti di casa nel primo pomeriggio e avevano fatto ritorno ad ora di cena. Quando avevano aperto la porta di casa, si erano guardati come se temessero di aver sbagliato appartamento. L’ingresso era in ordine. Dalla panca era scomparsa la catasta di borsoni, zaini, caschi e scaldacollo. Libero di esibire una bellezza quasi dimenticata, lo schienale della panca sfoggiava i due cuscini di seta, con ricami di rami e fiori di ciliegio, acquistati durante il viaggio di nozze a Firenze. Anche dei giubbotti, dei cappotti, delle sciarpe e dei cappelli, che di solito mettevano a dura prova la resistenza dell’appendiabiti, non c’era traccia. Tuttavia, le luci di casa erano accese e si sentivano le voci dei ragazzi. Antonio, il maggiore dei figli, era intento a saltare nel wok gli spaghetti alla thailandese: il piatto che accordava i gusti di tutti i membri della famiglia. Nel lavello non c’era traccia di piatti sporchi. La tavola era ben apparecchiata, e al centro c’era l’insalatiera colma di verdure di stagione. Andrea era sbucato dalla veranda con una pila di panni tra le braccia, ripiegati e pronti per essere riposti negli armadi. Eugenio, era piegato davanti al cestello della lavatrice e lo rinsaccava di biancheria sporca. Dal bagno era giunta la voce di Sergio: “Qualcuno può spiegarmi come accidenti si strizza questo coso? Il pavimento è un lago e rischio di annegare.”

Marito e moglie faticavano a trattenere una risata, ma per nulla al mondo avrebbero ceduto in anticipo il loro segreto. La madre si era seduta al solito posto. Era pallida e stanca. I figli avevano accerchiato il padre e lo avevano tempestato di domande: “Che ha detto il medico?”; “Siete stati in ospedale?”; “Hanno fatto gli esami clinici?”; “Vi hanno dato una diagnosi?”

Il padre aveva girato lo sguardo dall’uno all’altro.

“Ragazzi sedetevi. Dobbiamo prendere una decisione importante.”

Il silenzio della madre aveva spento le voci. Il suono sincrono di cinque sedie trascinate sul pavimento, aveva riempito la stanza, con buona pace per l’inquilino del piano di sotto, che spesso si lamentava dei rumori che provenivano dal loro appartamento.

“Papà, quale decisione?”

Non capitava spesso che i ragazzi si sintonizzassero sulla stessa frequenza d’onda, tuttavia solo una voce era giunta alle orecchie dei genitori.

“Dobbiamo scegliere quale nome dare alla menopausa di mamma.” Sulla parola “menopausa” il padre aveva ammiccato, come a stabilire una complicità con i figli. L’occhio destro si era aperto e chiuso un paio di volte, mentre il sorriso gli spianava le labbra.

Quattro sguardi si erano incrociati. Quattro mani si erano raccolte a cuppidieddo, e ondeggiavano avanti e indietro nel gesto che traduce la domanda: “Ma che vuol dire?”

La madre era scoppiata in una risata liberatoria. Anche il padre rideva, come se avesse fatto una battuta di spirito. Ridevano pure i figli, senza capirne la ragione, ma per il sollievo di vedere i genitori tanto allegri.

“C’è una sorella in arrivo.”


Questo è ciò che le ripetono ogni volta che piange o è triste perché costretta, suo malgrado, ad andare in visita dai nonni materni.

Ama il nonno ma, dall’ultima visita fatta dalla nonna, la teme a tal punto che non riesce ad aprire bocca in sua presenza. Sono trascorsi sei mesi da quel giorno, eppure non riesce a dimenticare. 


Suo padre e la nonna si erano chiusi nel salone, li sentiva bisbigliare ma non capiva le parole. Poi i toni si erano alzati. La voce roca del padre si sovrapponeva a quella stridula della nonna, e solo poche parole comprensibili le arrivavano. Non c’era gioia in quei suoni, non era come quando i suoi fratelli giocavano alla lotta per dimostrare chi era il più forte.

Lei era lì, dietro la porta chiusa. E non avrebbe mai dimenticato le prime parole che le erano giunte chiare.

Non osare. Non te lo permetto.”

Tu parli di osare? Tu che hai scelto tua figlia e sacrificato la mia?”

“Santo cielo, ma come puoi pensarlo? Se avessi potuto scegliere non avrei reso orfani i miei figli”.

“Se tu avessi fatto la scelta giusta, non avresti reso orfani i tuoi figli.”.

“Fuori di qui. E non farti rivedere”.

Lei era lì, dietro la porta. La porta si era spalancata e sua nonna era uscita, senza degnarla di uno sguardo. Suo padre non si era accorto della sua presenza. Aveva imprecato e chiuso la porta a vetri con tale violenza da provocare una pioggia di schegge.


Ora è seduta vicino a suo padre.

“Che ne dici Dike, rimettiamo nonno Waters?”

Lei abbassa il viso, come a comprimere la gola e strizzare l’aria dentro le corde vocali, e risponde “Yeees”.

Il padre posteggia, scende dall’auto, le sgancia la cintura, e le fa l’occhiolino. Lei sorride e si avvia. Deve imparare tante cose e scoprire cosa c’è nell’altra metà del cielo.




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Commenti degli utenti

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Dunque: molto brava per come hai gestito la parte finale, con la rivelazione che arriva dritta nello stomaco, glaciale, inattesa, e sposta l’attenzione su un tema spinoso e sempre dibattuto. Poi le ultimissime righe riprendono l’inizio e il passo torna rassicurante, con l’atmosfera di un primo giorno di scuola accompagnato da un’eccellente colonna sonora. Apprezzati soggetto e trama, mentre in alcune parti del narrato ho trovato qualche spiegazione/aggiunta superflue. Es. discorso sui medici, non è detto che il medico esperto sia più intuitivo del giovane. Altro es: l’inquilino del piano di sotto abituato ai rumori è una spiegazione che può starci, ma in quel punto sottrae un po’ di pathos alla scena che stai descrivendo. Mi permetto questi piccoli appunti al tuo stile pressoché perfetto, appunti che non hanno la pretesa di essere regole della scrittura ma solo mio gusto personale, assolutamente contestabile. Segnala il commento

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Sì, è tremendo, e riesci a veicolarci l'atroce con la tua sensibilità. Nessuna banalizzazione del dolore. È una grande prova, questa tua, ennesima tua. Con stima e ammirazione Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Una storia a tinte forti, come solo le storie del sud sanno essere. Le dinamiche familiari, come già sottolineato da alcuni utenti, emergono attraverso i gesti, e anche attraverso la loro assenza (ha ragione Cristina, sulla nonna titanica, e glaciale). L'autore non si sente, qui c'è solo un mondo popolato da figure ripassate al carboncino. Ottimo, Adriana.Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Mi ha preso allo stomaco. Prima l'allegria poi la rivelazione della mancanza della madre. La paura dei figli che si esprime col fare i bravi in mancanza dei genitori. Gli occhi della bambina che restano presenti a tutto quello che accade. La rabbia che si materializza in schegge di vetro. Hai scritto un bel pezzo cara Adriana, complimenti.Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Mi è piaciuto molto. Trovo che gli elementi del racconto ruotino bene attorno al cardine che reputo sia rappresentato dalla potenza che solo una vita in gioco può esprimere in una scelta. In oltre, è intrigante il fatto che lasci velato, almeno nel mio percepito è così, se questa scelta sia stata effettiva o solo presunta, perché in questo modo dai spazio a una domanda che come essere umano, prima che lettore, mi pongo: cosa avrebbe fatto più male a me? Uno spunto di riflessione forte e prezioso (pur certamente drammatico). Grazie per la lettura, PaoloSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello il cosmo familiare. Forze che si alleano e si combattono.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

quante cose dietro la porta: cose che si imparano a scuola e cose che no, la musica, la complicità, le famiglie spezzate, i sensi di colpa mai detti da graffiarsi via dalla pelle. su tutto la tua voce pulita, pronta a descrivere le minime sfumature umoristiche, e anche tenera.Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Antonio Tammaro ha votato il racconto

Scrittore

Un brano da romanzo più che un racconto, bellissimo, ti inchioda fino alla fine... complimenti! E constatare che la tua scrittura fa scaturire dei commenti emozionali come quello di Christina è un ulteriore diletto! Segnala il commento

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Giulia Ingravallo ha votato il racconto

Esordiente
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[K] ha votato il racconto

Esordiente

Ci sono tante cose. I diversi livelli di apprendimento ed educazione in cui si contrappongono/ mischiano scuola istituzionale e scuola di vita. La sopresa del destino, che è sorpresa perché non può mai essere letto fino in fondo. Il tendere alla vita in ogni caso anche se significa perderne un'altra, scelta cieca o consapevolmente miope. Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Straordinario. Hai scritto un blues che parte come un inno e si rivolge in preghiera rauca e riflessiva. Un quadro di una famiglia da cui se ne intravede l'epopea. Complimenti Adriana. È un flusso meraviglioso alla lettura!Segnala il commento

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Angie ha votato il racconto

Esordiente
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Tella ha votato il racconto

Scrittore

GrazieSegnala il commento

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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente

La trama è vero che è semplice ma arriva dritta e ti scava a fondo, lo stile e la tecnica sono perfetti, hai raccontato di una famiglia, che potrebbe essere la famiglia di chiunque, mi sono immedesimata in quella bambina senza colpa, in quei ragazzi che è vero che si danno da fare solamente quando la madre non sta bene, non so perché ma avviene proprio questo A me è piaciuta tantoSegnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Una storia maledettamente semplice, in fondo quante volte la vita ti sorprende presentandoti conti amari? Eppure è nella linea di confine tra dolore e gioia che riscopriamo, a dispetto di tutto, un senso nella nostra effimera presenza sulla terra. Un raccontare asciutto e coinvolgente, con il ritmo strascicato di un blues.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Ho gusti alla buona? No. Fra i miei pochi limiti non c’è quello di non essere acculturata. E dunque contestualizzo autori e scritture. Mi sfuggono i fondamentali americani dell’ultimo quarto di xx secolo. Pochi (salinger miller) e piu vecch li ho letti in lingua perciò non saprei dire come si scrive in italiano all’americana. O meglio sì. Si scrive come i traduttori italiani traducono gli scrittori americani. Io tengo ad esempio inarrivabile Gadda, la ginzburg, buzzati. Esiste, però. fuori dal sublime, la capacita di dire le storie, che se uno sta col cellulare in mano, scrolla fino alla fine e non al secondo rigo. Si può rendere più graffiante? Si può aggiungere un po’di amaro distacco? Certo Ma lo stile di Adriana non è in quel senso. Deve maturarselo lei il suo cinismo disincantato. E occchializzare l’ astigmatismo volontario ai punti davvero oscuri dell’essere e delle relazioni umane. E chi sono io per dirle come deve fare? La parola scricciolo non l’avrei usata insieme a coccola è una parola che mi imbarazza. I ragazzi che puliscono casa sono dipinti à la “famiglia bradford” ma è vero che i figli maschi quando si spaventano per la salute della madre puliscono casa. Insomma conta la personalità. Se il libro cuore letto in filigrana fa intravvedere l’italiabrutta, Qui si nota la prepotenza della struttura familiare al sud, il suo culto narcisistico-omerico delle ragioni dei vecchi, gli abissi di ghiaccio da dove la nonna manco guarda la nipotina uscendo. Beh ciao!!Segnala il commento

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di Adriana Giotti

Scrittore
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