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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

DIMENSIONE ALTERNATIVA

Pubblicato il 03/06/2018

Sguardi smarriti, sguardi cattivi. Corpi agitati, corpi immobili.

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L'odore di urina e disinfettante al limone aleggiava in ogni angolo dell'edificio; nei corridoi, nelle ordinate camerette a due letti, nello spazioso salone dove, per merenda, venivano distribuiti budini al cioccolato e yogurt alla fragola da sorridenti infermiere in camice bianco.

Nel salone la luce era bassa e annebbiata, in contrasto con quella bianca e accecante dei corridoi. E anche la vita lì dentro, sembrava avere due velocità: quella frenetica delle infermiere, e quella lenta e ovattata che si percepiva entrando nel salone. Intorno ai cinque tavoli ovali sedevano tutte le varietà della deriva umana: sguardi smarriti, sguardi cattivi, bocche aperte che non riuscivano a trattenere la saliva, pannoloni rigonfi che dilatavano i pantaloni delle tute, braccia abbandonate, braccia alla ricerca di qualcosa da afferrare. Corpi agitati, corpi immobili.

Il carrello delle quattro del pomeriggio, colmo di vasetti e bibite colorate, rallentò entrando nel salone, immergendosi in questa dimensione alternativa; oltrepassò indifferente il fetore che per un attimo uscì dalla porta del bagno, spalancata e subito richiusa, e si fermò accanto al primo tavolo.

– Non voglio niente! – disse l'uomo dando un colpo al budino che l'infermiera gli stava porgendo. Il budino cadde tremolante sul pavimento schizzando il camice immacolato dell'infermiera.

Adolfo si sporse di lato della sedia a rotelle su cui era seduto per contemplare il risultato del suo gesto. Sul viso gli apparve un ghigno soddisfatto.

– Adolfo, guardi che disastro! – esclamò l'infermiera. Con movimenti nervosi strappò dei fogli di carta assorbente e pulì il pavimento.

– Mi dica... – sussurrò Adolfo sporgendosi verso l'infermiera – come si fa a mangiare dove c'è puzza di... MERDA?!! – Urlò quest’ultima parola con quanto più fiato aveva, facendo cessare per un attimo il brusio del salone. Aveva la faccia paonazza, i capelli nerissimi nonostante i suoi settant’anni gli ricadevano sulla fronte in due ciuffetti simmetrici.

L'infermiera gli posò una mano sulla spalla per calmarlo, ma le dita le si piegarono ad artiglio penetrandogli dolorosamente nei muscoli della spalla.

– Puttana! – biascicò lui tra le labbra.

L'infermiera non disse nulla, ma premette più forte le dita.

– Ah ecco, arriva suo nipote – disse poi guardando verso la porta e mollando la presa.

Un uomo sui quarant'anni, basso e tarchiato, cominciò a salutare con la mano non appena vide Adolfo.

– Ciao zio, ti trovo bene – disse appoggiandogli sulle ginocchia una confezione di biscotti avvolti in una carta scintillante.

– Bene un cazzo! – rispose Adolfo scaraventando in aria il pacchetto con un gesto della mano. – Voglio che mi tiri fuori di qui!

– Zio, devi avere pazienza. Finché non guarisci non puoi stare da solo.

Adolfo si agitò sulla sedia a rotelle come punto dalle ortiche.

– Non fare il furbino con me. Ti ho inquadrato sai? Sei uguale a mio fratello. Quello spiantato! Non è stato in grado di mettersi da parte un soldo in tutta la sua vita. E tu uguale a lui. Volete lasciarmi qui dentro e prendervi i miei soldi eh? – disse con un sorrisetto sarcastico.

– Zio... sei ingiusto.

– Mi devi fare uscire da questa gabbia di matti! – disse impugnando le ruote della sedia a rotelle e spingendola verso la porta del salone.

– Appena sei in grado di camminare ti prometto...

– Voglio andarmene subito.

– Ma zio, hai avuto una brutta frattura... – disse il nipote in tono conciliante.

Adolfo era già nell'atrio vicino alla porta a vetri e suo nipote dovette accelerare il passo per raggiungerlo. Da dietro abbassò la leva di freno della sedia a rotelle che si fermò di colpo.

– BASTARDI! BASTARDI TUTTI! – urlò Adolfo stringendo i braccioli per cercare di alzarsi, ma la cintura di sicurezza lo bloccò alla sedia. Guardò quel nastro che gli fasciava la pancia: – MA SIETE PAZZI?! SLEGATEMI SUBITO!

Intanto un’infermiera era accorsa nell'atrio. Il nipote le fece un cenno con la testa.

Adolfo avvertì un pizzicotto nel braccio e poi un calore che, partendo dalle braccia, scese giù allo stomaco e alle gambe; staccò le mani dai braccioli della sedia e le lasciò ricadere in grembo.

Alzò lo sguardo e attraverso i vetri della porta, vide che fuori c'era il sole; gli sembrò di percepirne il calore sulla pelle. Il cielo era azzurro e limpido; riusciva a vederlo in maniera perfetta. Nello spiazzo fuori, due bambini giocavano, ridendo felici. Il più piccolo chiamava il più grande: – Adolfo, Adolfo prendimi se ci riesci!

L'anestetico intanto stava facendo il suo dovere: corse veloce attraverso i nervi che si rilassarono, penetrò nelle fibre dei muscoli facendoli distendere.

Adolfo continuò a fissare quei bambini felici che pian piano si stavano dissolvendo; voleva ancora vederli, sentirli ridere. Avrebbe voluto alzarsi per andare fuori con loro, ma nessuna parte del suo corpo rispose a quel comando. Poi il sole cominciò a spegnersi, il cielo si fece nero.

Improvvisamente era stanco.

– Va meglio zio? – sentì chiedere.

– Voglio dormire – rispose chiudendo gli occhi.

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