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Narrativa

Dio è un bugiardo

Pubblicato il 21/03/2021

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Dio è un bugiardo.

Per decifrare quei sussurri di Babbo, soffiati in dialetto contro la stufona a pellet, avrei dovuto considerare almeno tre fatti: due di mia conoscenza, e un terzo inedito, che lui stava per confidarmi. Guardavamo entrambi nella fiamma, aspettando la pizza.

Primo fatto: l'unica cosa che avevamo in comune. Io e mio padre avevamo amato una sola donna, la stessa. Una lupa dai capelli rossi, un'indomabile diavola che sapeva incantare sfuggendo; un'arte antica, non certo originale, in cui era veramente, ma veramente brava. Chiaramente esagero, avevamo in comune altre cose, io e Babbo: l'allergia a non si sa bene cosa, innocua ma perenne, che ci faceva dormire con la bocca aperta e l'occhio semichiuso, con quella fessurina sempre visibile (un po' gialla, per il nostro ittero di Gilbert); entrambi con quelle mani tozze, destinate a stortigliarsi, che ogni tanto si dedicavano con successo a un riparo domestico, oppure a un mezzo disegno (pigri e inconcludenti, tutti e due); quelle stesse mani le cui dita "sembravano tagliate a metà", per usare le parole di un mio flirt (non ne ricordo il nome). Ero già mezzo adulto, e questa osservazione ebbe un terribile effetto su di me: mi fece capire, all'improvviso, di essere figlio di mio padre.

Ma avere qualche cosa in comune non basta a somigliarsi. Nelle cose essenziali, io e Babbo non sapevamo capirci. Tanto per dire: per ogni femmina che lui aveva potuto desiderare, io avevo conquistato dieci maschi; io non covavo quell'assurda paura di soffocare, che lo teneva teso durante i pasti o lo svegliava all'alba; mi spaventava di più la sofferenza lenta, per esempio di quei tumori che ti consumano nel pieno della tua lucidità; io ero per la prevenzione, che è una forma nevrotica di memoria perenne; lui, al contrario, preferiva vivere tranquillo e godersi la dimenticanza quotidiana.

Secondo fatto: quanto era stato difficile, per entrambi, conquistare quella donna. Io ero stato un bambino effeminato e pensieroso, volevo stare sempre attaccato a mia madre, e questo lei lo detestava; aveva sofferto di depressione dopo avermi gettato nel mondo, e stando a Eli (la mia amica finta-bipolare, esperta in autodiagnosi) ciò mi aveva reso abbandonico-come-tutti-i-post-partum. Al di là di quel teorema, che suonava più come una jettura, era vero che per tutta la mia vita mi ero fidato solo della lupa. Avevo, in qualche modo, vissuto nella sua bocca come un cucciolo mai pronto. Nessun altro doveva rimanere, a parte lei.

Mi è andata comunque meglio che a mio padre. Almeno, io non ero andato in crociera di nozze per vedere la mia novella sposa piangere di malinconia ogni notte (invece che fottere), e di giorno fare le fusa a un chitarrista spagnolo che somigliava tanto a Julio Iglesias. Probabilmente mia madre, la lupa, l'aveva talmente turbato, quella volta, che mio padre da vecchio ancora temeva di perderla. Ancora la desiderava. Lo so perché una volta lui mi ha confidato, preoccupato, di aver avuto un orgasmo asciutto durante un amplesso, a causa della prostata ingrossata. Aveva sui sessanta e si preoccupava soprattutto della brutta figura. Di quel viaggio di nozze conservo delle nacchere, e un mazzo di carte completo, con un joker beffardo (el comodín) dal terribile sorriso. Quanto deve aver sofferto in quei giorni, povero Babbo. Ma perché non era scappato? Aveva vissuto tutta la vita come a passarsi una perla rovente da una mano all'altra; senza lasciarla cadere, eppure senza stringerla mai. Ne era valsa la pena?

Terzo e ultimo fatto: la promessa che mio padre aveva fatto. Quando aveva conquistato la lupa, aveva deciso di dare una possibilità al Padreterno, abiurando il suo cinismo per sdebitarsi di quel miracolo. Tu non sai quanto è stato difficile conquistarla, mi aveva detto col viso illuminato dalla stufa, prima di raccontarmi del patto, che suonava più o meno così: mio Dio, crederò in te per sempre, sarò un buon padre, lavorerò al Genio civile anche se non mi piace, dirò sempre la cosa giusta, ascolterò i miei figli anche quando non mi interesserà, mentirò a tutto il mondo, pur di non perderla. Promettimi che non morirà prima di me. Fammi morire prima di lei.

Lei conosceva la promessa, se ne vantava, mi raccontava Babbo, sorridendo. Suonava ridicolo, ma invidiavo la ferocia di quel voto. Eravamo sul divano, tra quadri inconclusi e troppi posti a sedere, a rigirarci i nostri pollici storti, aspettando una pizza famiglia (non era troppa, per due?). La lupa era morta e, sulla sue schiena da celtica, le efelidi bellissime erano diventate macchie blu, quasi verdi (il verde scomparso dagli occhi di lei). Nella camera ardente, mi era sembrata la Huppert nel ruolo di una Bovary avvelenata, e mi aveva ricordato di un sogno, in cui mia madre era un’estranea che mi cucinava fiori gialli, a colazione. Al funerale mi ero sentito libero, inebriato di uno splendido terrore.

E adesso c’eravamo noi, io e Babbo, vicino al fuoco, per la prima volta soli. Non avevamo più scuse. 

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Notevole.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Bravo :)Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto moltissimo: soggetto, taglio, stile. (Jettura? credo iattura).Segnala il commento

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Enrico R. ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Lola 2021 ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

ho molto apprezzato lo stile e il ritmo, che tira con forza verso la conclusione scandito dai "tre fatti" come altrettanti colpi di tamburo. Scolpito a tutto tondo,Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di arsenotelo

Esordiente
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