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Narrativa

Disconnessioni, dove eravamo rimasti

Pubblicato il 16/07/2021

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Serio sul volare le scale a sfioro ma sì quello volare di sera non era la casa a sfiorire rientravo sfinito farlo per passare un modo solo uno c'era che a fuoco venivi prurito dal contaminarti e allora acerbo il seno fortunato se eri strusciarle capitava di sfiorare i fianchi scivolare secondo tocco di millesimo per un dannato su di lei. Sassi la mano per la terra attraversare chiedevano poi sotto sfottevano lo smalto se ridevi e la vita alle unghie senza paura di dosso fartela la pelle rosso non passava. Brividose rese le aveva sgocciolanti del bagno laggiù al torrente dopo le gelate l'acqua al sole sulla peluria tra margini pendevano rigonfi le rocce bionda nella curvatura la mora riflesso il costume e bagnate le cosce un nero di seta perduto nel mezzo il sudore si toccava alla pressione del cervello noi che schiacciavamo per non girarci inebriati persi. Si nulla oppone di un numero all'esistenza di mondi infinito di mondi allora nulla dispone di un numeno all'inesistenza di versi particole nella parola del verso. Poi i desideri e quelli nuvole di ragazze noi ragazzi all'aria confusi sempre e di voglie più strane ma così che il tempo aveva nessuno di parlarne e i fedeli alleati la perdizione le macchine infernali di ferro le carrozze col pallone spezzati tra i piedi di fatica le ossa e legno a pezzi e metalli che i rifiuti accartoccia il sangue quando materia vedemmo che cola.

Ecco come si fa strisciante la caparbia avidità dell'uomo che nonostante si maciulli al dolore di una perdita persiste nel suo agire con vanitosa protervia.

Giù di collo a rotta nei precipizi per spine di ritrovarci sfregiate le braccia e d'ortica le gambe pullulanti gli uccelli e le bolle uova di una crudeltà con i nidi tra strusci di rami e fionde di caccia molle di caucciù vecchi le solette forge negli stivali e nodi di forche a cappi. Fatto m'ero di sambuco perfino l'arco a stento che come si tendeva quello di Ulisse oscuro quale cavaliere ci marchiati avesse eroi con quell'incoscienza affrontasti il nemico dovuto avremmo che dato sapere non fosse la loro Itaca. O nascita o pascita o santa maria la nonna al desiderio i capelli delirava gli ultimi momenti mai vista così lunghi vissuti grigi che mia sorella una treccia di dolore intrecciavano la sera e si urlando il suo nome cantava. Sta che fatto di posseduti sentivamo animalesca un'ossessione da voi l'argento vivo nel cuore zie di anime pie ianare fra cerri e faggi e angoli di ciliege a scovare fragole e fichi di croci e preghiere di pane che squaglia bestia nel santo battesimale corri non voltare le spalle alla malannata corri e la salvezza forse la falce afferra nel sacco il grano. I ferri al posto le frecce delle usavamo ombrelli che fracassare prima per poter l'anima dura dentro estrarne battevamo focaie le punte sulle pietre per appuntiti renderli saettavano giorno in pieno a d'uomo altezza infilzando dei sottani i portoni i gatti negli occhi dentro le gattabuie. Quella volta mira la freccia sbagliai e la coscia trapassò di mio fratello mica fu uno non scherzo a ridere se continuava e madre mia perché le urla non voleva di fermarsi il sangue saperne che lo strinsi. E noi degli scapestrati dire che scavalcavamo le balaustre e nel vuoto dai ballatoi ci lanciavamo aprendo le bocche delle chiese come paracadutisti senza testa niente salti dai muri ai canaloni cercare per tesori chiaviche e monete e pali della luce per durare i baci scorciatoie proibiti infuriava sulla schiena delle battaglie il fumo e la gioventù lettere di professori insufficienza per un autunno di piogge quei compiti e l'intuizione che il foglio ne rivelasse le scaglie a scuola nei bagni tra i banchi e le strade la matematica finiva.

Ora che tutto questo è un ammasso e dura una rifrazione, non so se sia veramente stato. Un finale che metta ordine nella confusione a che serve? L'aria brucia, l’uomo consuma troppo e troppo velocemente, il virus dilaga, l’universo armeggia nell’entropia eppure i nostri figli amano ancora. Sento la sterilità sulla pelle, le sconfitte dell’artrosi, il lembo che si sfoca. Quando tornerà la pioggia a indicarmi la strada verso un porto da cui salpare vorrei poter capire… vorrei saper morire. 

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Morice Marcuse ha votato il racconto

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GAP ha votato il racconto

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Bella quest'anastrofe estrema. C'è un breve racconto di Cortázar "Da gallina uno scritto", costruito nello stesso modo.Segnala il commento

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Simone Dell'Omodarme ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

disconnessi dall'inizio alla fine; c'è paura e c'è amore. mi chiedo quanto sia stato facile o difficile scrivere in questo modo, se ti sei dato una regola, se l'intento era mettere in forma la disconnessione o anche altro.Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

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Bello complimenti Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bello, molto. c’è poesia Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

All'inizio faticoso poi si capisce il meccanismo e va che è una meraviglia. Sempre molto poetico :)Segnala il commento

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Anle ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Aylin ha votato il racconto

Esordiente

È nel caos della parola che risiede la destinazione. Lì dove tutto si perde e si ritrova. Scrittura magnetica!Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Straordinario. Per assaporarne la lettura ho dovuto fare "mente locale" e rallentare, prender fiato, registrare prima me stesso... sinceri complimenti Rosnikant!!!Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Valentina B ha votato il racconto

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doktor ha votato il racconto

Scrittore

certo, hai fatto un gran lavoro.Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

Esordiente

Ricorda un po’ quella storia che la mente lègga più velocemente di quanto la parola scritta riesca a dire. E allora si capisce tutto lo stesso, anche se all’apparenza pare disconnesso. Chissà se avremo l’onore di “ saper morire”, oltre a quello di non aver vissuto invano.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Disconnessione linguistica che confonde un lettore distratto ma ammalia chi segue la concatenazione di un pensiero vincente, che domina regole e forme. La "vanitosa protervia", si sbriciola nel caos ma si arrende a chi ancora sa amare. La conclusione è una scelta in cui "volere" - l'una o l'altra soluzione: capire o saper morire - è l'unica possibile. Grande prova di scrittura e inestimabile fonte di riflessioni.Segnala il commento

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Antonella Avolio ha votato il racconto

Esordiente

Disorientato il nostro essere, non abbandona i remi della salvezza. " vorrei saper morire", prima "un porto da cui salpare " . molto profonda.Segnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Mi affascinano quei pensieri confusi di cui si intende, si percepisce la limpidezza del sentire, che soggiace. Siamo disconnessi, eppure vorremmo ancora un aggancio per poterci orientare, almeno un attimo prima di mollare gli ormeggi. Per me, ottimo.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

Bello, complimenti.Segnala il commento

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di Rosnikant

Scrittore
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