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Dispersioni

Pubblicato il 03/06/2018

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Sua madre gli avrebbe lavato via il sangue, perché così fanno le madri.

Delicatamente, all’inizio, poi con più forza, insistendo sulla ferita per fargli male.

Vedi?, gli avrebbe detto. Devi stare più attento.

Da quando si erano spostati ai margini del paese, in quell’avvallamento oscuro tra alberi tanto alti da nascondere il tetto, tornare a casa era diventato un atto di fede.

Pietro fermava la bici sul crinale della collina, dove finiva anche l’ultima strada, e guardava giù, in fondo allo sterrato. La casa sprofondava così bene nel bosco che nemmeno si vedeva. Forse, in inverno, si sarebbe visto almeno il fumo salire dal tetto.

Ma era giugno, il bosco pulsava di verde e ombre spesse, e sfrecciare con la bici sui prati lucidi era il momento più bello della sera. 

La discesa era vertiginosa e piena di insidie: una buca, un volo, l’ebrezza di un istante e poi lo schianto, la bici in scivolata a tre metri sotto di lui.

Si era scarnificato un bel pezzo di coscia, questa volta, dal ginocchio in su, ma quello che l’aveva stordito era la violenza dell’impatto al suolo. Allora era questa, la forza di gravità.

La professoressa aveva spiegato come agisce nell’universo, sui pianeti, e a Pietro era sembrata una forza gentile. Si era immaginato la Terra e gli altri corpi celesti danzare un valzer cosmico, lentissimo, come a un eterno ballo. Ma la sua caduta non era stata affatto gentile: un tonfo cieco, violento, mozzafiato. Aveva sentito il suo torace schiacciarsi e i sassi dello sterrato conficcarglisi nella carne. La terra l’aveva reclamato a sé come una sua scaglia ribelle: dove credi di andare?

Pietro aveva percorso gli ultimi metri della discesa a piedi, portando la bici con il manubrio sbilenco, e ad ogni passo gli sembrava che il suo corpo chiedesse perdono alla terra, per averne ignorato la forza.

Al posto di sua madre lo aspettava un pezzo di pollo in un piatto.

La casa vuota sembrava quasi grande, ma era il silenzio.

Fece scorrere l’acqua, si sarebbe lavato via il sangue da solo.

“Sei grande, ormai”, gli diceva sempre lei, eppure la sera si sedeva sul bordo della vasca e stava lì, a sfregargli la schiena. Le poche parole tra loro salivano doppiate dallo specchio d’acqua. Si diceva che facesse il bagno anche ad altri uomini, in paese.

All’inizio Pietro perdeva la testa e menava le mani – e la gravità lo aiutava, facendo cadere quei bastardi con ancora la risata in bocca – poi aveva smesso di ascoltare. Doveva solo resistere e studiare moltissimo, poi sarebbe andato via, in città, si sarebbe portato via anche sua madre e sarebbero finalmente stati due stranieri.

Avrebbero fatto come Lada, la lupa avvistata dai forestali. Era entrata in dispersione: così si dice dei lupi che abbandonano il branco di nascita per cercarne uno nuovo o per vivere in solitudine. E’ un fenomeno raro, perché in dispersione aumenta molto il rischio di morte, soprattutto per le femmine. I cuccioli, se ne esistono, restano al branco.

Quindi l’istinto di andarsene è più forte del senso materno?, aveva chiesto Pietro.

L’acqua era bollente e Pietro si immerse trattenendo il fiato. Doveva resistere qualche minuto, poi si sarebbe abituato alla temperatura. La ferita bruciava forte, ma si sarebbe abituato anche al dolore. La gravità si allentò fino quasi a disperdersi nell’acqua: ora sì gli sembrava di fluttuare.

Lada veniva dall’Austria, aveva già percorso più di trecento chilometri.

Pensò a quello che gli aveva detto sua madre di suo padre: è andato in cielo. Era la stessa cosa che aveva detto dei nonni, del vicino, del gatto Milka e poi di suo padre: la stessa frase per cose così diverse. Ma in cielo non c’era nessuno, a Pietro era chiaro, c’erano solo i pianeti.

Chiuse gli occhi e inspirò forte, sentendo all’improvviso una forza sotterranea, una gravità di anime, né buona né cattiva, ma cieca ed eterna, che da sotto reggeva il bosco, la casa, l’acqua, il suo corpo e ogni cosa del mondo. Si sentì vegliato da tutti i suoi morti, dai morti di ogni tempo, eppure vivo come non si era mai sentito: i suoi dodici anni gli pulsavano nelle vene, erano resistenza al magnete profondo della terra. Si sciacquò la faccia: erano pensieri strani e spaventosi. Uscì dalla vasca vacillando.

La ferita era bianca, vuota di sangue, sua madre non si sarebbe accorta di niente.

Sentì un rumore da fuori, un ramo spezzarsi, uno scarto.

Pulì il vetro dal vapore per guardare. Mamma, sei tu?

Due occhi brillavano nel buio. Erano di un animale acquattato a pochi metri dalla casa. Aprì la finestra per vedere meglio. La lupa lo guardava immobile, ventre a terra, le orecchie puntate all'universo.

Si guardarono ed erano uguali: nudi, soli e senza parole. I loro cuori battevano insieme, e così la terra, cieca, sentiva un figlio solo.

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isa ha votato il racconto

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Un linguaggio denso, evocativo. Alcune espressioni mi hanno colpito nel profondo. Mi è piaciuto tantissimo.Segnala il commento

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di anna siccardi

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