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Narrativa

Distruggere tutto

Pubblicato il 26/06/2020

La casa con gli interni bianchi e grigi, le superfici lucide, l’architetta con i campioni in mano che chiede ma non vogliamo farle nemmeno opache? Una mia occhiata, un suo sorriso tirato, come vuoi lei ingegnere. Certo, come voglio io.

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Raspo la barba, mi gratto i vestiti ruvidi addosso. Mi tiro a sedere meglio contro il muro di cemento. Una brace si accende vicina nel buio pesto, poi un colpo di catarro e uno sputo, ma nessuna parola. Qualcuno che si è svegliato prima di me. Ho fame. Frugo nel mucchio di stracci, ci sono solo carte sporche. C’è un gatto che miagola, un ringhio breve e due latrati e il miagolio che si alza, si apre e si spegne. Più tardi posso passare a controllare, magari il cane lo lascia lì, il gatto.



Il palazzo di Chiaia, costruito da nobili, venduto da rampolli squattrinati, scassato e rabberciato da palazzinari, lo avevo comprato anni prima con i soldi del primo contratto serio della società di costruzioni. La casa con gli interni bianchi e grigi, le superfici lucide, l’architetta con i campioni in mano che chiede ma non vogliamo farle nemmeno opache? Una mia occhiata, un suo sorriso tirato, come vuoi lei ingegnere. Certo, come voglio io. Un posto che riflettesse la vanità insoddisfatta ed altrui di chi in casa mia doveva mettere piede per chiedere.

Mia moglie mi dice qualcosa.

- Scusa?

- Il Rotary. Sabato vengono qui. Ti ricordi? C’è la riunione con il club di Sorrento, usiamo il terrazzo per il ricevimento.

- Annulliamo.

- Non li vuoi far venire, Antonio? E perché?

Mi alzo e vado verso il bar.

- Una mappata di vecchi notai, avvocati e primari, abbuffati e bolsi. Ma tu te li ricordi, Caterina, te li ricordi le prime volte. Facevano i superiori. Una pacca sul braccio, magari vediamoci qualche volta al Rari Nantes, Antonio. Così dicevano.

Verso un po’ di limoncello e guardo il mare dalla finestra.

- Ormai sono buoi che sanno da soli la strada per venire a mangiarmi in mano. Do un bello schiaffo in faccia a tutti, magari uno reagisce.

- Ma non succederà. E non deve succedere. Antonio ma che ti piglia.

- Tutti intorno con il buco del culo stretto e i sorrisi tirati, all’inizio. Ormai i complimenti che mi fanno sono slabbrati e larghi come le gran puttane che sono e non valgono niente.

Ingegnere bello, ingegnere carissimo, le cravatte Marinella su cui scivolare fino al porto, le fronti brillanti e i pori chiusi, le mani incremate che accarezzano lisce. Voi recitate la vostra parte, e io la mia in ‘sto teatro già visto. Ma mi riprendo.

- No, c’è da parlare di quella cosa da fare in Costiera con l’avvocato Airoldi, viene apposta. Abbiamo messo in piedi tutta questa macchina, la dobbiamo far girare. Caterina fai una cosa, chiama Perrotta per il catering ma digli che i camerieri li portiamo noi, l’ultima volta ha mandato due che non mi sono piaciuti.

Guardo mia moglie sul divano Lago, così decorativa. Io ho scelto il suo collo lungo e l’incarnato bianco, l’architetta il tortora delle pareti per il contrasto.

- Quanto sei bella Caterina, sospiro. Sei sempre bella. Vado a letto, tu domani fai telefonare e poi mi dici chi viene.

- La spazzatura.

Mi giro a guardarla. Le brillano gli occhi, un’idea la diverte.

- Cettina si è dimenticata di portarla giù quando è andata via.

- E quindi?

Si stringe addosso la vestaglia. E’ quasi l’una di notte.



Trovo l’enorme portone di legno aperto e accostato, lo attraverso e scaravento il sacco nero nel bidone più vicino. Torno dentro e attraverso il cortile un rumore rimbomba dallo scalone su fino ai fregi barocchi bianchi che inquadrano il cielo nero. Va e viene, un motore basso che non parte.

Un tizio dorme con le gambe accavallate, disteso sullo scalone di piperno, e un braccio sotto la testa. Russa da far schifo. Ma che cazzo.

- Oh!

Come fa a non svegliarsi con tutto il rumore che fa. Mi monta la rabbia, come sta comodo, se ne fotte proprio.

Guarda che posa molle. E’ venuto qua e si è messo comodo a casa mia. Faccio due gradini per avvicinarmi e tirargli un calcio. Il respiro, accelerato per la rabbia, mi rallenta. Lo potrei cacciare a calci in culo. Non sarebbe comunque un problema per lui, lo sa che potrebbe succedere, altrimenti non starebbe così. Mi chino per guardarlo e la faccia mi affonda in una puzza dolce di piscio e alcol. Non sembra vecchio, non è giovane, ha il collo e la faccia piena di tagli e buchi e la barba stopposa e le labbra screpolate.

Allungo una mano, tocco il bordo del paltò che ha addosso. E’ ruvido di morchia per quanto è sporco. Ora ho le dita appiccicose e sporche, e un’eccitazione mi sale dal collo e mi allarga un sorriso sulla faccia: questo qua se ne fotte di me, ed è una cosa che non succede mai.

A casa trovo Caterina in piedi.

- Quanto ci hai messo, che è successo?

- Ma niente, ho trovato il portone scassato.

- Domani chiamo l’amministratore.

- No, lascia stare.

Mi guarda interrogativa.

- Lascia stare.



Mi tiro su e prendo la busta di plastica azzurra. Cammino per il vicolo stretto , procedo nel buio tastando i buchi nel muro e riconoscendo l’odore di merda dove mi ero piegato qualche ora prima. Giro l’angolo della strada principale. Annuso l’aria, percepisco odore freddo di fritto. Un uncino si alza e affonda in un bidone dell’umido. Ho fame, mi dirigo da quella parte. Sorrido, e stringo il coltello in tasca.



- Com’è, ti piace?

Mastica a occhi bassi. Pesca con una forchetta di plastica dal vassoio di metallo, ogni tanto alza lo sguardo verso di me.

- Da quanto tempo stai qua dentro?

Il locale caldaie è in fondo a un budello del cortile. Si stringe nelle spalle, pulisce la bocca con la mano.

- Boh. Due giorni, tre giorni.

- Non mi hai detto se ti è piaciuto.

Fa una faccia, come a dire: ho mangiato.

- Ho una bottiglia d’acqua.

Allunga una mano a prenderla. Ora è più circospetto.

Beve, e mette la bottiglia mezza vuota in una busta di plastica azzurra. Sembra più a fuoco, un animale che si è svegliato.

- Ti va di venire a casa mia? Abito qui sopra.

- Guarda che non te lo succhio.

Rido.

- Ho chi lo fa.

- E che vuoi.

Scuoto la testa. Non so.

- Senti, a casa non c’è nessuno. Io non voglio niente da te. Sono solo curioso, ma non in quel senso. Non ti faccio niente.

Si stringe nelle spalle e si alza. Potrebbe guadagnare qualcosa. O farsi male, o finire nei guai. O morire, sa che morirà, e chissà come. All’improvviso, sicuramente. E non gliene importa niente. Arraffa la vita fin che ce n’è. Quella fame la riconosco, ora la ricordo, anche se la mia era diversa. L’ultima volta che l’ho avuta non avevo ancora i capelli bianchi.

Gli apro la porta di casa. Lascio che entri circospetto, gli sto due passi dietro. Esplora lento, si prende la familiarità del territorio nuovo. Struscia le scarpe e i pantaloni stracciati sul marmo dei pavimenti. Penso che si stanno sporcando, e che questo mi fa felice.

- Allora?

Si guarda intorno.

Gli indico il divano ma non si siede. C’è una statuetta di Rabarama sulla màdia, allunga un dito ma si ferma prima di averla raggiunta. Si gira verso di me, io annuisco. La tocca con la punta delle dita e continua a guardarmi, non ha capito ancora il gioco. Nemmeno io.

Struscia la mano sulla testa della statuetta, io gli sorrido. Mi sorride anche lui. La prende in mano. La soppesa, e continuando a guardarmi la mette nella busta di plastica.

- Sì. Sì.

Va verso il bar. Apre la vetrinetta. Non mi guarda, è più sicuro ora. Prende una bottiglia.

- Prendila. Prendine una. Prendile tutte.

La busta che ha in mano tocca la fila di calici, uno cade e si rompe. Non si spaventa, ma guarda come reagisco.

- Continua. Continua.

Fa cadere un altro bicchiere.

- Sì, bravo.

Apre, butta a terra, prende. Lo incito eccitato, nell’urgenza di sentire il rumore che fa la vita quando la colpisco e si sporca e si deforma.

Ha riempito la busta. Spero che si butti sul divano, che Caterina ci senta la puzza questa sera. O che ci pisci sopra. Si ferma, ansima, è eccitato. Mi guarda.

- Dai, girati che te lo metto.

- No. Ora tocca a me, tu ora mi fai vedere.

Non capisce.

- Voglio vedere la strada.

Scendiamo, io apro il portone. Un enorme gabbiano mi atterra giusto di fronte e faccio un salto. Ha già in bocca un brandello. Un ratto gli si muove sotto il piede palmato. Prima di uscire infilo le chiavi di casa nella tasca del suo paltò.

Torno a casa che sta quasi facendo giorno.



I tre carabinieri che pestano il barbone si danno il cambio l’uno con l’altro, nella metodica del dolore. Uno fuma una sigaretta mentre aspetta il suo turno.

Il portiere mi accarezza appena il gomito per spingermi verso l’ascensore.

- Ingegnere venga via, ce ne occupiamo noi.

Provo a guardare la faccia dell’uomo a terra ma non riesco a vederla tra le gambe che si muovono. Tanto so che espressione ha: quella di uno che se ne fotte.

- L’hanno trovato gli operai del gas là dentro. E’ stato lui sicuro a entrarle in casa e a rompere tutto, prima ho visto della roba nel locale caldaia che forse è vostra. Quando i carabinieri hanno finito la pulisco e ve la porto a vedere. La signora sarà contenta.

L’uomo viene tirato su e trascinato. Alza a fatica la testa per guardami: muove la testa quando mi riconosce. Ma è un attimo, nessuno ci fa caso.

- Dottore non ci sta niente da fare, bisognerebbe ammazzarli tutti, sono come selvaggi.

I piccioni smettono di tubare ottusi quando una sagoma attraversa il cielo sul perimetro del palazzo. Mi sento stanco, e me ne vado via da solo.

Quanto ridono.

E mangiano, quanto mangiano.

- Ingegnere!

- Caro, ciao. Vieni, fatti salutare.

Vieni, che ti gratto dietro le orecchie. Vieniti ad infilare anche tu nella calca che ho intorno degli amici tuoi. Mi appoggio al parapetto del terrazzo. Che mi ridete tutti. Alzo il calice, arriva un cameriere. Chiedo di dire a mia moglie di farsi vedere in giro.

- Allora, siete pronti a partire in Costiera mi hanno detto!

Dalla strada lì sotto arriva un grido secco, è salito rimbalzando sulle pareti dei palazzi.

- E abbiamo già dei lotti riservati per gli amici. Però solo per quelli bravi.

Ridono tutti, sudano e brillano nelle ghirlande di luci appese. Sale l’eco di una seconda voce grossa come ghiaia che passa tra di noi, e mi sembra che passando graffi la pelle di quello davanti a me. Pelle di porcellana, si scheggia facile.

Le due voci litigano e si attorcigliano e colpiscono qua e là. Qualcuno si gira da quella parte, mi sembra di veder sanguinare sulla guancia. Allungo una mano a toccarla. La persona sorride, e mi prende la mano.

- Ora vi divido, di qua quelli buoni e di là i cattivi.

Qualcuno fa una battuta, ridono.

La persona che ho davanti, la spingo di lato. Un’altra, dall’altro lato. Mi fissano, non dicono niente. Ne spingo un’altro, più forte. Sorridono.

- Voi siete tutti buoni. Siete fatti di mollica.

Le due voci gridano forte ora.

Bacio la guancia morbida di chi mi è più vicino, poi mi giro e prendo le scale per scendere a casa.

La porta d’ingresso è spalancata e le luci accese. Mi allento la cravatta e la butto sul divano. Rimango fermo, in piedi.

Sento dei colpi venire dalla camera da letto. Vado da quella parte. C’è mia moglie che grida. Mi fermo prima di entrare in camera, vedo delle ombre muoversi. Caterina grida di nuovo.

Davanti alla porta aperta c’è una grossa busta di plastica azzurra. Sorrido. La prendo, e me ne vado via.



Respiro l’aria fresca, striscio sui muri. Bevo a una fontanella, mi guardo intorno. Cerco una preda.

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Marina Mander ha votato il racconto

Scuola

C’è una frase, forse annegata tra troppe parole e troppo voler dire, che mi ha colpito: “l’urgenza di sentire il rumore che fa la vita quando la colpisco e si sporca e si deforma”. Mi sembra questo il nucleo tematico forte sul quale mi concentrerei per farlo risaltare con più chiarezza. L’irruzione del perturbante in una vita troppo architettata dalle pareti opache, le zone d’ombra di Antonio. Il barbone mi pare incarnare l’ombra, la parte oscura dell’ingegnere, ma il racconto a un certo punto diventa confuso, soprattutto dopo la scena dei carabinieri, da lì in poi, si fa fatica a sciogliere il grumo di temi che si sovrappongono e a comprendere lo svolgimento dei fatti. Proverei a riscriverlo, asciugandolo, facendo attenzione ai tempi in cui si svolgono gli avvenimenti, l’alternanza giorno/notte, e Caterina che a un certo punto scompare dalla casa per riapparire alla fine… proverei a fare un po’ di ordine, chiedendosi a ogni passaggio: si capisce? Sto dicendo quello che voglio dire in modo che sia inequivocabile? E il corsivo del senzatetto, aiuta o confonde?Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

Sì, c'è un po' di confusione, ma anche tanto stile. Mi dispiace averlo letto solo adesso, ma sono in Typee da quattro mesi, e non è facile seguire tutti gli utentiSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente
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Carolina Fabrizi ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Diturbante e irritante... oltre che destabilizzante..Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Irritante come pochi, e credo sia il tuo intento. Tratteggi con precisione la figura del ricco stanco e nauseato dal suo ambiente, odiosa figura capace solo di nefandezze. Ripugnante e riuscitissimo, per me.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Mi spiace doverlo dire ma non ho capito niente. C’è molta confusione, mi pare, ma potrebbe anche essere un mio limite. Sorry:)Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Amid Solo ha votato il racconto

Esordiente
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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
Editor

disturbante. c'è appena un'eco di Easton Ellis. un racconto che sporca la pagina bianca.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Nuova tecnica Fiorenzo. A me sembra riuscito. La violenza in tutte le sue forme tra prevaricazione, depravazione, sadismo, vendetta il tutto in un'atmosfera sospesa e allucinata. Bravo.Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

Esordiente
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Andrea S. ha votato il racconto

Esordiente
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nadelwrites ha votato il racconto

Esordiente

Interessante, ma propongo una revisione. Ci sono errori sparsi qua e là: sarebbe un peccato rovinare un racconto così con qualche evitabile sgualcitura.Segnala il commento

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore
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di Fiorenzo

Scrittore
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