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Narrativa

Dodici scatti per l’Africa: Below

Pubblicato il 01/02/2022

Il racconto riporta fatti reali e descrive il contesto in cui da anni l’Associazione “Dodici scatti per l’Africa” è impegnata per la costruzione di pozzi in alcuni dei paesi più poveri ed assetati dell'Africa.

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Tutto intorno l’aria è rafferma, unta di umori e molecole disperse di sangue e putrefazione: 

un pungiglione che attraversa le narici e ristagna nel cranio.

Il respiro dell’uomo è affannoso, interrompe a tratti il silenzio. 

Non avverte dolore, solo una stanchezza mortale e il bisogno di riposare.

Non ricorda più l’ultima volta che ha dormito tre ore di seguito senza che qualcuno lo svegliasse. 

Chiude gli occhi. Un ronzio gli dilania le orecchie: ha il ritmo cadenzato di una marcia militare, che ingloba altre note e s’espande in effetti sonori lontani. Le note si districano, spianano lo spazio al canto che sua madre intona ogni volta che lui la chiama per informarla di una nuova missione.

È il loro patto segreto: la benedizione materna è l’egida che infonde coraggio e devia i colpi della paura.

Apre gli occhi, vorrebbe vederla anche solo per un attimo mentre per l’ennesima volta gli ripete:

“Ricordati che la vittoria militare è questione di forza, tattica e fortuna. Ma la salvezza delle vite umane è questione di volontà, competenza ed efficienza.”

L’assolo dell’anziana si dirama in miriadi di voci: è il coro dei bambini che accoglie i convogli umanitari inviati in tutta la provincia dell’Oudalan, nella zona nord del Burkina Faso e nei territori confinanti.

E quelle voci sembrano gridare all’unisono che non c’è tempo, deve alzarsi, accertarsi che il carico e i mezzi non abbiano subito danni, ripartire al più presto per impedire che decine di feriti si aggiungano alla lista dei caduti.


Sono partiti in ritardo per la sua mania di controllo. Eppure sa che è impossibile calcolare tutte le variabili, prevenire l’imprevedibile, trovare sempre una soluzione. Lo sa che, per quanto un calcolo sulle probabilità possa essere corretto, gli eventi spesso obbediscono alla casualità, e si combinano seguendo vie trasversali che contraddicono ogni logica.

Lo sa, ma non ha intenzione di comportarsi come l’ex responsabile della stazione sanitaria che ha sovrinteso all’ultimo rifornimento da ubriaco. Al rientro al campo, mancavano i fili di sutura, il cloroformio e le fiale di morfina.

Ora è lui il nuovo responsabile della stazione sanitaria e non permetterà a nessuno di commettere errori.


È rientrato da meno di 24 ore da un’altra missione: raccogliere i bambini abbandonati per strada e condurli all’orfanotrofio di Gorom Gorom, alla Casa Matteo “Baade Sukabe” (La casa dei bambini) per impedire che siano catturati dai guerriglieri, addestrati e costretti a combattere. Ogni bambino sottratto ai jihadisti è un soldato in meno contro i civili. Per i bambini più piccoli e deboli il destino è, se possibile, più atroce: diventano scudi umani o kamikaze.

L’ordine è recarsi con la sua unità alla stazione sanitaria più vicina, rifornirsi di farmaci, attrezzature mediche, cibo e materiale di prima necessità, e scortare il convoglio verso l’infermeria di Baade Sukabe. Nell'ultima settimana si sono succeduti tre attacchi e ci sono migliaia di feriti in condizioni disperate.


Alla stazione di rifornimento si odono solo i suoi ordini e i passi dei soldati che corrono come impazziti dai container al convoglio. C’è un soldato in disparte, parla alla radio, osserva con rabbia il frenetico lavoro, gli si avvicina:

“Dottore, dobbiamo muoverci prima dell’alba o saremo un bersaglio facile”.

Ha la voce stridula il soldatino, come se dovesse ancora completare la muta vocale. Il pomo d’Adamo sembra bucargli la pelle, ma ha l’espressione risoluta e ferrigna di chi sa il fatto suo.

Lui non lo degna di risposta né di uno sguardo. È abituato alla litania delle leve che si lasciano prendere dal panico quando devono guidare il convoglio sanitario verso un posto di medicazione o lungo tratte pericolose. I veterani sono meno ansiosi, aspettano l’ordine di partenza e intanto riposano, fumano e scambiano informazioni con i colleghi da campo.

Entra in uno dei container e da uno scatolone su cui è scritto “Fornitura personale del dirigente sanitario”, estrae tre grosse buste sigillate e le ripone nel suo zaino.

Alza lo sguardo e si scontra con gli occhi del soldato.

“Dottore.”

“Ho capito.”

Sono di un verde intenso quegli occhi. Dal viso imberbe, cola un intruglio di polvere e sudore che scopre scie di pelle maculata da efelidi. L’arcata sopraccigliare sinistra è interrotta da una ferita che risale verso l’osso frontale. Il medico si avvicina al soldato. Le bende intrise di una secrezione sierosa puzzano e si sono staccate.

“Questo è il risultato della fretta. E chi ha eseguito la sutura doveva averne parecchia. Quando arriviamo al campo presentati in infermeria”.

Il soldato non risponde. Lui esce nello spiazzo e scatta un serrato botta e risposta con gli addetti all'approvvigionamento.

“Divaricatori e refrattori”

“Caricati signore”

“Seghe Charriere”

“Caricate signore”

“Seghe fini Langenbeck e lame di ricambio per pinze taglio anelli”.

“Caricate signore.”

Il giovane soldato si allontana, siede alla guida della jeep, e reclina il capo all'indietro. Il cielo sbiadisce e il soldato mastica una bestemmia.

Il convoglio parte all’alba. Sei miglia e poi l’esplosione.


Finalmente è riuscito a mettersi in piedi. Il terreno è viscido come un lombrico, eppure non piove da mesi.

Non riesce a vedere le sue gambe. Di sicuro è effetto dell’esplosione: sono stati centrati in pieno. 

Ci sono rottami sparsi ovunque, attrezzature mediche, farmaci, corpi e pezzi di carne bruciacchiata. 

Poco distante c’è uno stivale da cui fuoriesce un pezzo di gamba incastrato nel volante di una jeep.

“Non andrete più da nessuna parte voi tre.”

La sua voce lo fa trasalire. È confuso, stanco.

Non sente dolore. È cessato anche il ronzio.




Il calendario “Below” fotografa l’impegno dell’Associazione “Dodici scatti per l’Africa”. Tra i membri in prima linea, c’è mio fratello Giuseppe, o meglio “Pinuzzu” com’è noto in Burkina Faso.


Grazie Giampiero Pancini, per avermi segnalato un refuso.



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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Calamaio ha votato il racconto

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Racconto scritto con grande maestria. Complimenti per quello che fateSegnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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carlomariavadim ha votato il racconto

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Ottimo in prima lettura, ma vorrò rileggerlo!Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Un racconto documento, di quelli che fa bene leggere ogni tanto per ricordare quanto, fuori dai nostri confini, queste realtà esistano sempre, così come esistono persone che per questo ogni giorno mettono a repentaglio la propria vita. D’effetto la scelta dei tempi, con l’evento narrato a ritroso e la parte finale che riprende l’apertura. Descrizioni efficaci, da “macchina da presa.” Ps. Chapeau per tuo fratello, anima nobile.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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I'an Well ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

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FilippoDiLella ha votato il racconto

Esordiente

Testimonianza agrodolce di una realtà che sarebbe doveroso tenere presente; un taglio diretto per una brillante esposizione e una vibrante sensazione di "umanità" che pervadeSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Splendido. Molto, molto efficace. Più che un racconto, un affascinante reportage.Segnala il commento

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Flying_Dan ha votato il racconto

Esordiente

Storia intensa, scandita con tempi cinematografici. È sempre un piacere leggerti e ora darò un’occhiata al progetto. Grazie per aver condiviso!Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Grande Pinuzzu, e grande Adriana, che ci racconta "cose" che non dovremmo dimenticare.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Grazie a Pinuzzu e a te Adriana che ci regali questa narrazione lucida e sentita. Da non dimenticare Segnala il commento

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

La cosa piu importante di questo testo è il portare alla luce, divulgare, far conoscere. Insegnarci ancora che esistono Esseri Umani che tutti i giorni agiscono in tal senso. Agiscono, lo ripeto. E che ancora credono, e non si fermano. Poi, tra due ore, quasi tutti, ce ne saremo dimenticati e torneremo al nostro piccolo agire, quotidiano, Incentrato su noi stessi, o al massimo alla nostra cerchia stretta Nostri limiti. Grazie cara Adriana Manda un abbraccio laggiù, ben oltre il tuo profondo Sud. Segnala il commento

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Helenas ha votato il racconto

Esordiente
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mariomonfrecola ha votato il racconto

Esordiente

Adriana questo racconto-cronaca mi suscita rabbia, è un pugno contro la nostra assuefazione alle tragedie del continente africano alle quali ci abituiamo con troppa superficialità. Grazie per averlo pubblicato, raccontato col tuo stile impeccabile, ci permetti di conoscere personaggi straordinari come gli uomini e le donne dell'’Associazione “Dodici scatti per l’Africa”. E tuo fratello Pinuzzu.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

scritto in maniera impeccabile. che bello sapere di persone così spesse, compresa te🌈Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Taglio da reporter, è vero, ma non per questo narrazione arida, secca. In alcuni punti la descrizione è impreziosita da un linguaggio che ritrovo nell'Adriana poetessa. Bravissima.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

sì, rispetto allo stile al quale ci hai abituati con le tue storie più autobiografiche, questo a tratti somiglia più a un documentario. e in qualche modo è comunque (auto)biografico. Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Grazie Adriana per averci ricordato una delle tante situazioni che tendiamo a dimenticare, ripiegati sulle nostre quotidianità di ipernutriti e depressi. Bravissima, per essere riuscita a mantenere uno stile da reporter su una questione che, anche personalmente, ti coinvolge. Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

l' Africa è una sorta di discarica per i nostri (dico nostri per "occidentali) rifiuti e sensi di colpa. Hai fatto bene a scrivere questo brano, è sempre giusto ricordare le conseguenze di quello che abbiamo fatto ai nostri simili nel corso dei secoli.Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Grazie a te per questa storia che hai tracciato con mano vivida e imparziale, anche se immagino che non debba essere stato facile. C’è chi fa il bene e mette a repentaglio la vita e chi riesce a celebrare questa generosità con sapienza, così da allontanare, immagino, l’ansia e l’attesa. Brava. Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

La realtà è arida come questa scrittura, tenace come chi non si arrende e viva come solo chi offre la propria vita può capire. Brava. Ammiro tuo fratello.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Racconti con un taglio da reporter una realtà che spesso viene trascurata. L'Africa: un continente pieno di contraddizioni. Il tuo racconto emoziona solo per la messa in scena del quotidiano. Sarebbe bello scriverne di più, un libro fotografico con commento a margine... bravissima Adriana. Un saluto a tuo fratello!!!Segnala il commento

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di Adriana Giotti

Scrittore
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