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Narrativa

Dove vanno le anatre d'inverno

Di Luca Franzoni - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 28/04/2017

Dove vanno le anatre d'inverno non lo so. So soltanto che sono più intelligenti di quello che crediamo.

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Dove vanno le anatre d'inverno non lo so. So soltanto che sono più intelligenti di quello che crediamo.

Ad esempio, hanno imparato ad attraversare la strada. Le ho viste uscire dal lago, di sera, quando la luce è ancora un po' più che un'idea, le ho viste mettersi in fila indiana e avvicinarsi al ciglio della strada di asfalto. Le ho viste fermarsi e aspettare. Davanti alle strisce pedonali.

Le ho viste guardare a destra e a sinistra, apparire antropomorfe e buffe e inquietanti allo stesso tempo, cartoni animati divenuti reali. Le ho viste mettere le zampe sulle strisce e procedere in linea retta, una dietro l'altra, senza spaventarsi o fermarsi quando sopraggiunge un'auto, come se conoscessero i concetti di precedenza e di norme della strada.

Le ho viste arrivare sane e salve dall'altra parte, sculettando. Parlandosi serie e sommesse con il loro alfabeto quacckesco. Dove andavano?

Una sera mi fermai, accostai l'auto e stetti a guardare. Ci sono tante cose che vediamo iniziare e non vediamo finire, perché abbiamo fretta, perché siamo di passaggio. Ci sono tante cose a cui diamo solo un'occhiata veloce, uno sguardo. Rumori che sentiamo senza conoscerne l'origine. Scarpe abbandonate lungo la strada di cui non conosciamo i proprietari. Principi di storie che perdiamo, pezzi abbandonati, promesse fatte alla nostra mente che il nostro corpo e la nostra macchina non mantengono.

Quella sera scesi dall'auto e mi appoggiai, fumando, osservatore pendente, l'aria piacevole del lago sulla pelle e nei capelli. Dall'altra parte della striscia di asfalto le anatre, quattro, avevano appena terminato la traversata. Chiacchieravano zampettando sul posto, quasi in cerchio. Sembravano, non so, quattro tizi che stessero organizzando una rapina fatta male, quattro goffi malviventi improvvisati. Io volevo vedere dove sarebbero andate. C'era un paese davanti a loro, più strade, case, un mondo. Perché avevano attraversato? Doveva esserci un'urgenza, un motivo.

Il leader del gruppo, che al momento battezzai John, si staccò dal cerchio e si voltò verso il lago, o verso di me. Fui convinto per qualche secondo che mi guardasse. E che il suo sguardo non fosse amichevole. Come, non so, se stessi spiando qualcosa di segreto, che non mi era permesso di vedere. Come se stessi violando una qualche legge naturale. John mi guardava male, e il becco aveva una piega di disprezzo. Così pensai, o sentii.

Poi mi resi conto che l'anatra guardava il lago. E mi resi conto nello stesso momento che non avevo mai pensato davvero che un'anatra guardasse. Cioè, ovvio che un'anatra ha gli occhi, ma non basta avere occhi per guardare, diceva mia nonna. L'anatra John guardò il lago come se ne sentisse la mancanza. Era uno sguardo di nostalgia. Di mancanza. Era evidente, per me, che a John mancasse casa sua.

E mentre cercavo tracce di ospitalità in quella distesa di acqua fredda e profonda, ma già la luce era stata declassata a ombra di idea, il gruppo ne aveva approfittato - ovviamente io non ero al centro della vita e dell'attenzione del gruppo, ne ero solo l'osservatore, forse indesiderato, ma non potei fare a meno di pensare che avessero approfittato di una mia distrazione per fare la loro mossa - per iniziare la traversata di ritorno, con il pericolo aggravato della scarsa illuminazione. Procedevano lentamente e barcollando. Da dove stavo mi parevano troppo lente e troppo barcollanti. Temevo per la loro strana e misteriosa vita.

Montai subito in macchina e accesi i fari, creando un fascio di luce che illuminava trasversalmente l'ultima metà delle strisce pedonali, quella verso il lago. Appena John entrò nel fascio di luce emise un quack di sorpresa e disappunto. Si voltò verso gli altri, ancora nel buio. Il gruppo si arrestò al centro della strada. Non era l'effetto che avevo previsto. Sentivo il suono non lontano di una o più auto. Il concilio quacckesco continuava, John non aveva intenzione di procedere nella luce. Umiliato, spensi i fari.

Subito il gruppo riprese la traversata, quattro sagome cartoonesche nel buio. Furono rapide, furono discrete e silenziose. Continuarono sicure e indifferenti fino al lago, dove sparirono, mettendosi comode e in libertà dopo il lungo viaggio.

Io mi sentivo tanto stupido. Me ne andai, imbarazzato, come quando fai una figuraccia in pubblico e non vuoi guardare le reazioni della gente. Avevo cercato di scoprire dove vanno le anatre. Che stupido.

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