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Romance

due nove tre

Pubblicato il 11/07/2021

Dal capitolo diciottesimo, presento un frammento di un romanzo scritto tanti anni fa, una vita fa. A rileggerlo quasi non riconosco più il ragazzino che sono stato.

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“Come sei bella, oggi! Dovresti vederti; con i capelli che stanno ricrescendo sembri un pulcino. Che strano il nostro destino! Moira ci ha divisi fin dall’inizio e non ce ne siamo accorti. Siamo stati giocattoli fra le sue mani, entrambi vittime di paure e tabù; tu non ti raccapezzavi tra due fuochi di desiderio, io non capivo bene cosa tu volessi e cosa sentissi effettivamente per te. Tutto è stato bellissimo fino al giorno in cui l’eccitazione ci ha portato al molo a far l’amore. Da allora le mie incertezze si sono moltiplicate e anziché sciogliermi definitivamente fra le tue braccia, innalzavo tra noi un muro di vetro.

Non sai quanto sono stato male... ho cercato con un’altra di vivere quello che con te era mancato, ma mi sono ritrovato così solo e abbandonato che credevo di aver smarrito per sempre la gioia di vivere. Mentre sprofondavo nel nulla tu correvi ancora innamorata al nostro masso. Sono ritornato spesse volte anch’io sul 293, solo da poco, però, ho scoperto cosa avevi scritto col pennarello su un masso vicino

‘Torneremo qui, mano nella mano a osservare il tramonto, godendo della triste e straordinaria bellezza di un giorno limpido che muore e, quando il sole sarà scomparso e la luce del cielo violaceo avrà conferito alle cose un aspetto raro da far male agli occhi, resteremo stretti stretti sul nostro scoglio, tra gli spruzzi del mare, nel respiro del mondo’.

Sono bastate le mareggiate di un inverno per cancellare le prime scritte, il 293 è troppo vicino al mare, troppo esposto alle intemperie. Dovremmo poter continuare senza tutte le incomprensioni che ci hanno soffocato. La mia vita adesso si è arrestata con la tua, non riesco più a far nulla senza te. So che non sono false aspettative le mie, né speranze vane. Non potremo modificare i nostri difetti facendoli diventare virtù o peculiarità da apprezzare, ma non possiamo fare a meno l’uno dell’altra. Mai sono stato così solo, mai così infelice, mai così in trepidante attesa della tua voce, del tuo sorriso. Ti amo Luisa, ti amo.

Ricordi quante nottate serene abbiamo trascorso insieme tra fresche lenzuola, quante carezze, quanti abbracci e al mattino, quanti sbadigli di vero piacere?

Vorrei di nuovo riascoltarti come allora. Affrettati, amore mio. Ho bisogno della tua voce, ho bisogno di risentire le tue storie, di sognare coi tuoi sogni, di vedere coi tuoi occhi, di amare col tuo cuore. Affrettati! Torneremo al mare, a respirare il mare, a corrergli accanto lungo il confine delle sue onde, nella luce più abbagliante, a raccogliere le nostre turritelle portafortuna, le valve di acanthocardia più grandi. Te lo prometto. Torneremo al molo a saltellare sugli scogli a braccia aperte imitando il volo dei gabbiani e raggiungeremo il nostro masso e riscriveremo ancora e ancora i nostri nomi contro ogni onda.

Luisa, Luisa, ti sei mossa?”

Avevo notato un lieve movimento sotto le palpebre chiuse, qualcosa stava accadendo.

“Sono quaranta giorni, ormai. È triste, credimi. È triste non poterti stringere forte, abbracciarti e godere del tuo odore. È triste stare a casa, mangiare semi di zucca e non saper che altro fare.”

Un dottore, fuori dalla stanza, bussò al vetro, mi fece cenno di rimettermi la mascherina di tela che mi era scesa giù dalla bocca. Quante precauzioni! Eppure pensavo che tutte quelle cautele anziché salvaguardare Luisa, l’allontanassero ancor di più dal mondo dei vivi. Un’infermiera, poco dopo, entrò per sostituire la sacchetta dell’urina ormai piena, regolò una manopola del cardioscopio e uscì. A mezzogiorno, puntuale, sarebbe arrivata la fisioterapista, donna dal gran cuore, simpaticissima.

Luisa aveva aperto gli occhi senza che me ne fossi accorto. Battendo appena le lunghe, fitte ciglia, osservava silenziosa il soffitto, pareva non accorgersi della mia presenza.

Avevo atteso quel momento, avevo sognato quel momento sperando che la luce del giorno avrebbe di nuovo illuminato quel volto del sorriso di un tempo, della beatitudine bambina dei suoi risvegli. Restava, invece, assolutamente immobile, tremendamente immobile.

“Ciao amore” chiamai.

Piegò il capo verso me, mi guardò stanca e assente. Per un attimo ancora, per un lunghissimo attimo, continuai ad aver paura ma lei “Cos’hai? Perché piangi?”

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doktor ha votato il racconto

Scrittore

capita anche a me quando rileggo cose scritte molto tempo fa, e non soltanto con le mie, ma anche con quelle scritte da altri. A volte mi dà la sensazione che qualcosa di vecchio torni a rinnovarsi o, al contrario, mi fa misurare, con malinconia o peggio, il tempo trascorso. Qui parli di un risveglio e forse non a caso hai scelto proprio questo frammento.Segnala il commento

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di Mauro Serra

Esordiente
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