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Narrativa

è altra pioggia

Di I'an Well - Editato da J. C.
Pubblicato il 27/07/2021

Una donna che è più una ragazza arriva in una città in cui piove, e piove sempre, in maniera quasi surreale. Lì gli ombrelli hanno una funzione particolare, e non solo quella di non farti inzuppare. Glielo spiega un Vecchio che le si avvicina in un caffè. E con un ombrello in mano, un bell'ombrello.

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Piove, una donna che pare essere più una ragazza scende da un treno. Apre l’ombrello, lo porta sopra di sé, si guarda in giro, e smette di piovere. Ancora meglio, pensa. Chiude l’ombrello, lo tiene in mano per il manico, con l’altra si trascina un trolley.

Signorina, ha portato il sole, non è cosa da poco. La ringrazio.

Come scusi?

Non è di queste parti, lei.

Da quelle parti piove, si chiama Gorizia la città. E sempre, piove sempre. Sembra una boiata ma è vero. Piove. Un po’ come in Scozia o Genova, però a Gorizia.

Lei, la donna che sembra più una ragazza, ha perso la coincidenza tra un treno e l’altro, e decide di bersi un caffè. Si incammina, trolley alla mano, cappello in testa. È un cappello di quelli grandi, tondi, che le coprono le spalle, i capelli rossi raccolti con un fermaglio dietro alla nuca.

Dice che non sono di Gorizia perché ho un bagaglio con me, sagace signore, – si butta sullo schienale della sedia dove sta, in una piazza. C’è il sole, poche persone, un caldo che sarebbe afoso se non fosse per la pioggia caduta pochi minuti prima.

No, banale, Signorina. Non mi permetterei mai… Potrebbe essere di qui ed essere appena tornata da un viaggio, per farle solo un esempio.

La donna che pare essere più una ragazza lo scruta negli occhi, vede una dolce sincerità di un occhio vero, uno sguardo inclinato che intenerisce la sua granitica compostezza.

Ha ragione, – dice.

Silenzio.

L’ombrello, Signorina, se lo tiene stretto.

Come?

Sì, l’ombrello.

L’ombrello, vuole il mio ombrello? Guardi che la faccio cacciare.

Ma si figuri, quanta diffidenza… Ho già questo. – il Vecchio, di fronte a lei, alza il braccio con un lungo ombrello blu notte in mano. – Le dico che è quello a indicare che lei non è di qua, di Gorizia.

Non capisco come un ombrello possa indurla a pensieri di questo tipo…

Posso? – chiede di sedersi, vicino a lei, dall’altro lato del tavolino tondo.

Certo, prego.

Il Vecchio lascia l’ombrello in un cesto del locale, quello davanti alla porta d’ingresso. Si siede, alza l’indice, gli portano istantaneamente un calice di vino, bianco, con un po’ d’acqua. Accavalla le gambe, fa un sorso, incrocia le mani guardando la piazza.

Lo fanno entrambi, gli occhi sono lì, verso la piazza.

Gradisce anche lei? – dice il Vecchio.

No, grazie.

Vede, Signorina, qui a Gorizia c’è una tacita usanza, quella di lasciare l’ombrello agli altri. Li si usa per quel che sono, degli ombrelli, e qui a Gorizia piove un sacco, non so se gliel’hanno detto. – Il Vecchio sfila dal taschino dei pantaloni un pacco di sigarette, se ne accende una. – Ognuno ha un ombrello, tutti lo lasciano ogni dove, lo si fa per non bagnarsi.

Come scusi.

Ognuno lascia l’ombrello dove può, ognuno prende l’ombrello di chiunque. Ognuno lo sa, sta zitto, lo fa, sempre, da sempre. Funziona così. Vede quel posto che li raccoglie lì, bagnati? – indica con un cenno del capo verso la porta del bar dove sta un contenitore ricolmo di ombrelli, – Se presta attenzione nessuno prende l’ombrello con cui è arrivato.

Un sorso.

Vede, la cosa triste è portarselo a casa, e dimenticarsene. Per questo portiamo un ombrello anche nelle poche giornate in cui non piove.

È una bella usanza, dice.

Lei trova?

Il Vecchio alza il dito, gli portano istantaneamente un altro bicchiere, levano quello finito.

Uno per me, uguale.

Perderà la coincidenza.

Fa niente, mi racconti dell’altro di Gorizia, – spegne la sigaretta nel portacenere, al centro del tavolino tondo.

Il Vecchio si tocca la barba, prende un pettine da una borsetta che si porta dietro, piccola, in pelle, qualche logo di fattura di classe. Lei, la donna che è più una ragazza lo osserva. A dirsi pare un vecchio uomo che non bada a uscire, poi nota l’unghia curata, la barba e i capi lunghi, raccolti. Indossa una canotta che non è una canotta, pare molto liscia, di un cotone pregiato.

Il Vecchio si accende una sigaretta, un’altra.

Diciamo che qui, a Gorizia, piove. Acqua, naturalmente, ma non solo. È altra pioggia. Sono condivisioni fluide di atteggiamenti diversi, lingue, culture se le vuole chiamare così… Ma è parola vecchia.

La donna che pare più una ragazza se ne sta in silenzio, guarda il Vecchio mentre boccheggia un po’ di fumo, con l’occhio rivolto all’apertura della piazza, nella sua interezza.

Come? Forse non la seguo…

Qui si intrecciano trame di accordi diversi, estemporali come l’umano. Tessuti cuciti da approcci che coprono come pioggia d’estate l’asfalto, duro, impenetrabile. E la pioggia, quella fatta di lingue diverse, modi d’essere che sono diversi, lo fa, rinfresca, sempre. Qui di continuo.

Inizia a piovere.

È altra pioggia, quella di Gorizia, – ripete.

Capisco.

La donna che sembra più una ragazza si alza, È stato un piacere, dice. È stato un piacere, risponde il Vecchio.

Si allontana, sotto la pioggia, con encomiatica nonchalance.

Lascia l’ombrello, lo mette lì dove si lasciano e raccolgono solitamente, accanto alla porta del locale. Il Vecchio la guarda da lontano. La donna che sembra più una ragazza se la sta prendendo tutta, la pioggia.

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Soggetto originalissimo, mi è piaciuto un sacco. Benvenut, seguo.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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