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Narrativa

È andata alla grande

Di fedigloria - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 23/01/2021

Una storia d'amore. O almeno una specie.

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Venerdì scorso alle diciassette, ventiquattr'ore esatte prima di sposarmi con Marghe, ho firmato il mio primo contratto da autore e la mia professoressa di Lettere Emilia Brentani è morta nella sua casa di via Guerrazzi. 

Prima di colazione avevamo fatto l’amore, io e lei, proprio qui, su questo brutto copriletto scozzese nel mio loculo da fuorisede, terzo piano senza ascensore. Ma al nostro solito aperitivo, quella sera, non era venuta.

Il tempismo era così assurdo che al telefono ero rimasto appeso come un coglione. Per qualche strana ragione mi aveva attraversato il sospetto di un cibo guasto, di un boccone di traverso. Come se non sapessi, quando invece ero l’unico.

Quella notte è passato il Mosca, carico a palla. Ci siamo fatti la prima canna per terra, senza un fiato. Poi, per festeggiare il mio addio al celibato - o il mio addio e basta - abbiamo parlato di lei fino all’alba. Un po’ se la ricordava pure il Mosca, la professoressa Brentani, ma non tanto, perché loro avevano la Vittorina Chiatti e a ricreazione se ne scappavano sempre fuori a fumare. In effetti non era una che si notava, la Brentani: non brutta, ma piuttosto invisibile. E forse è proprio per quello che aveva visto me.

Anche a scomparire era brava, l’Emilia. Me n’ero accorto che avevo lasciato il Pascoli già da anni. Di lei mi restavano quaderni zeppi di note, appunti, titoli di romanzi, ma neanche uno straccio di numero.

L’avevo anche cercata, una volta. Una mattina m’ero trovato sotto le finestre di scuola e un attimo dopo ero nell’atrio, nell’amuchina della mia eterna adolescenza. Pasquale mi era venuto incontro a gambe larghe: «Uh marò, chi si rivede!», e c’erano state pacche grosse e battutacce e l’epica di sempre. Fu lui a dirmelo, senza troppe cerimonie. La Brentani? Se n'era andata, ecco tutto. Subito dopo di noi, gli pareva. No, non sapeva dove. Tipico della Brentani, mi ero detto. Però, neanche un saluto. 

Me ne ero tornato alla mia stanza di Bologna, terzo piano senza ascensore, ai miei giri e ai miei libri, non ci avevo pensato più. Poi tutto aveva preso la rincorsa: la laurea, il dottorato, Madrid, le ragazze. Alla fine del giro di giostra ero tornato a Bologna con un master inutile, una supplenza e una fidanzata. Non certo il gran fuoco d’artificio che mi ero immaginato. Com’era successo? Come me li ero mangiati, quegli anni? E dov’erano finiti tutti?

E poi era ricomparsa. Era stato per caso, in un pomeriggio d'inverno. Nevicava, e Bologna era un Carnevale insensato. Nella folla mi ero appiattito a una vetrina per accendermi una Camel, avevo sbirciato dentro, e di colpo eccola. La professoressa Emilia Brentani. Provava allo specchio una parrucca castana e piegava il collo da una parte all’altra, e a ogni mossa demoliva pezzi di qualcosa dentro di me.

Non glielo dissi mai, del mio pedinamento fra i coriandoli fino a casa sua. Finsi di piombarle addosso, giorni dopo, per godermi i suoi occhi sorpresi. Era strano riaverla, strano darle del tu e pagare io il conto.

Due caffé e le avevo già detto tutto: i testi rifiutati, i concorsi persi, le ambizioni morte e sepolte. «Bisognerebbe tornare a scuola», dissi un giorno, all'ennesima tazzina. «Non ci sei già?» rispose. E naturalmente aveva ragione lei.

Andava così: la mattina subordinate oggettive, Omero e snack di plastica, e il pomeriggio le lezioni di Emilia per le vie di Bologna. Dal caffè al gin tonic, che lei sorseggiava fumando e correggendo i miei scarabocchi. Su quelle carte non mi perdonava niente, ma aveva sempre ragione lei.

Anche venerdì scorso era in programma un aperitivo. Speciale, avevo promesso, per festeggiare il colpaccio. Però poi, di notte, il panico mi era caduto addosso come una valanga. Cuore a mille e sudore freddo: sarei morto, e fine della storia. All’alba, in pieno delirio, avevo mandato un messaggio a Emilia, e mezz’ora dopo era alla porta. 

Non ha detto niente, ma s’è infilata nel cucinino, fra tazze e fiori di Bach, e portava una maglia dei Kiss e capelli cortissimi. Le sono franato addosso in un pianto spudorato, che ci denudava molto più delle mani. Ho pianto la mia vergogna e la mia paura, le sue bugie, la ferocia del suo corpo, i suoi capelli troppo corti, ho pianto il tempo che colava via da lei e dalle mie dita. 

Dopo, sul marciapiede, Emilia mi ha messo una mano sul petto. «Andrà alla grande» ha detto. E se ne è andata, e aveva una faccia serissima che mi è piaciuta un sacco e forse gliel'avrei anche detto, dopo. Al nostro aperitivo.

Comunque la sceneggiatura è una bomba, dicono, e si comincia domani. Anche il matrimonio, in qualche strano modo, è andato liscio, e per il viaggio di nozze pazienza, aspetterà, lo dice anche la Marghe. Si è già messa ad arredare casa, visto che c’è. 

Così ora chiudo tutto, butto giù le tapparelle, spengo acqua e gas, controllo i cassetti, faccio un ultimo giro del loculo. Poi lascio le chiavi nella buca del custode e arrivederci.

Aveva ragione l’Emilia, naturalmente. E’ andata alla grande. Proprio alla grande.

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Imago ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

hai tenuto insieme tutto con uno stile che mi viene da dire sporco, eppure chiaro. è una storia d'amore; e il carnevale aggiunge un po' di amaro. Segnala il commento

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Nina Stein ha votato il racconto

Esordiente
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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Una storia d'amore, si, di quelle che ti lasciano l'amaro in bocca e, tuttavia, il cuore più leggero, anche se è difficile impastare passato e presente, il cuore di ieri e la fatica dell'oggi. Bello.Segnala il commento

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Bennuzza74 ha votato il racconto

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Lavinia ha votato il racconto

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Mette ansia la velocità della narrazione Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore

Arrivato alla fine di questo bel racconto, rimane sospesa la domanda: come è morta la Brentani? La voce narrante non lo dice esplicitamente (o me lo sono perso?), ma dice però "Per qualche strana ragione mi aveva attraversato il sospetto di un cibo guasto, di un boccone di traverso. Come se non sapessi, quando invece ero l’unico." e questo può farmi solo pensare una cosa. Questo in fondo è un noir? Abilmente costruito attorno alla psiche del protagonista ma senza darlo a intendere troppo? O forse, vista l'ora tarda e la troppa roba in corpo sono io a non aver capito nulla :D In ogni caso, gran bella lettura. Bau! :) TiSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Bello assai. Secco ma docile, in fondo. Sorprende con morbidezza sobria, come una Martini agitato, non shakerato. E l'oliva è quella giusta. Col nocciolo, che rimane in bocca. E che non vorresti sputare, per tenerti il sapore. Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Rosanna Oberbizer ha votato il racconto

Esordiente
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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente

Sai scrivere, solo qualche modo di dire che non capisco un po' gergali. Comunque piaciuto Segnala il commento

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occhineri ha votato il racconto

Esordiente
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Helena ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Piaciutissimo. Splendida la scrittura adeguata alla vicenda.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Piaciuto molto :)Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di fedigloria

Scrittore
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