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Narrativa

È LEI

Pubblicato il 19/10/2019

L’aveva conosciuta che erano dietro le sbarre, tutti e due, ma lui, lui era dall’altra parte, dalla parte sbagliata e le sbarre in mezzo, a tenerlo lontano da lei, separato da lei.

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L’aveva conosciuta attraverso le sbarre, le mani aggrappate e la fronte appoggiata al ferro e il ferro era freddo e il naso, il naso era in mezzo alle sbarre, a raccogliere odori e profumi e gli occhi, gli occhi a seguire, cercare, correre insieme a lei.

L’aveva conosciuta che erano dietro le sbarre, tutti e due, ma lui, lui era dall’altra parte, dalla parte sbagliata e le sbarre in mezzo, a tenerlo lontano da lei, separato da lei.

Mezz’ora al giorno, trenta minuti al giorno, questo il tempo concesso, non un minuto di più, non un minuto di meno

e solo nei giorni di sole

e niente domeniche

e niente vacanze.

E allora lui odiava la pioggia, odiava le domeniche e odiava le vacanze.

Nei giorni di pioggia i cortili restavano chiusi, le sbarre dietro i vetri e il cuore, il cuore restava chiuso nel petto, dietro i vetri, e si gonfiava di pioggia

di rabbia

e di tristezza.

Odiava la pioggia e odiava le sbarre.

D’inverno, aggrappate al ferro, le mani ghiacciavano, il vapore del respiro saldava la fronte al ferro e i piedi ghiacciati sprofondavano in mucchietti di neve. A volte qualcuno gli tirava una palla di neve sulla testa, ma non ci faceva caso, o forse, forse non se ne accorgeva nemmeno.

Aggrappato alle sbarre lui guardava

e i piedi ghiacciavano

scarpe rotte

e pur bisogna andar…

e lui andava, a cercarla.

Correva, alla campanella, fuori in cortile, per aggrapparsi alle sbarre, e correva, alla campanella, fuori dalla scuola, correva, ma mai, mai una volta che fosse riuscito a raggiungerla, vederla, ad arrivare in tempo.

Quello era il tempo dei maschi da una parte e le femmine dall’altra, cortili separati, classi separate, uscite da scuola separate, uscite ai lati opposti dell’edificio. Non sapeva il suo nome, non sapeva nemmeno dove abitava, ma sapeva benissimo cosa provava per lei.

Cinque anni aggrappato alle sbarre, mentre lei giocava, rideva, chiacchierava con le amiche, cinque anni a seguirla con gli occhi

e da lei

da lei mai nemmeno uno sguardo, mai un sorriso, mai una sola parola

niente

per cinque lunghissimi anni.

Odiava le sbarre che lo separavano da lei e odiava la scuola, maschi da una parte e femmine dall’altra, ma la scuola era anche l’unico posto dove poteva vederla e allora, allora forse un po’ l’amava, quella maledetta scuola, e amava lei.

Amore, amore e odio.

Aveva trascorso quei cinque anni senza mai dare un calcio al pallone, senza fare una corsa coi compagni, senza mai essere guardia o ladro, aveva trascorso quei cinque anni senza mai un assenza, sempre presente all’appello, li aveva trascorsi in solitudine, aggrappato alle sue due sbarre, mezz’ora al giorno, trenta minuti al giorno. Aveva imparato a leggere, a scrivere, a contare, sommare e sottrarre, e aveva imparato a moltiplicare e dividere, e scriveva, scriveva lettere d’amore che mai avrebbe spedito, e leggeva, leggeva, nella sua testa, le risposte alle sue lettere che mai avrebbe ricevuto, beh, certo, se non gliele dava come faceva a rispondergli, e poi contava, contava i minuti fino a trenta ogni giorno, escluse le domeniche, esclusi i giorni di vacanza e quelli di pioggia, e odiava la pioggia, e sommava, sommava le volte che gli sembrava gli avesse sorriso, che ne aveva colto uno sguardo, di sfuggita, lei, lei che non lo guardava mai, e sottraeva le domeniche e i giorni di vacanza, e li moltiplicava con i giorni di pioggia, cristo, ma quanto piove in questo paese, e divideva, e divideva il tutto con i minuti, le campanelle e i battiti del cuore.

Poi era arrivato l’ultimo giorno, l’ultimo giorno di scuola, la scuola che finisce, quinto anno, ultimo giorno, ultimo intervallo, ultimo minuto di ultimi trenta, e ultima campanella, e lui aggrappato alle sbarre, la maestra che chiama, lo chiama, chiama e tira, trascina, sole caldo, risate, urla, bambini che corrono, saltano, ridono, festeggiano, guardie e ladri, e lui, lui che lascia che le lacrime segnino il suo cammino, a ritroso, lui che non ha niente da festeggiare, mentre lei si allontana e sparisce, dall’altra parte delle sbarre, dietro le sbarre, dentro la scuola, ma ecco, un attimo prima di sparire, lei si gira, e incrocia il suo sguardo con il suo, per la prima volta, e sorride, gli sorride, e il suo cuore esce dal petto.

Gli ha sorriso.

Mi ha sorriso.

Ha sorriso.

Per almeno due settimane non riesce a dormire, non riesce a prendere sonno.

Ha paura che sia stato un sogno, e se poi mi addormento e poi mi sveglio ed è stato un sogno e il sogno svanisce, e allora, e allora non riesce a dormire, mani dietro la nuca, fra la testa e il cuscino, occhi fissi sul soffitto, steso, dritto, piedi a incrociarsi sul fondo del letto, e il suo sorriso impresso nella memoria, il suo sguardo, impresso nella memoria, forse mi ha anche salutato, sì, un cenno con la mano, certo, o forse le labbra, a mandarmi un bacio, o l’occhio, mi ha strizzato l’occhio, le labbra, mi ha detto qualcosa, ma era lontana, le urla e le risate degli altri bambini, non ho sentito, ma lei, sì, certo, mi ha sussurrato qualcosa, ma come potevo sentirla, mi ha strizzato l’occhio, mi ha fatto un cenno con la mano, il sorriso, mi ha mandato un bacio e sussurrato qualcosa, mi ha sussurrato il suo amore, oddio, la maestra che mi trascinava a ritroso, le lacrime, gli occhi pieni di lacrime, la bocca deformata da una smorfia di dolore, e lei mi sorride, mi guarda, strizza l’occhio, mi manda un bacio e nemmeno il tempo di rispondere, e sparisce e sparisco, maledetta, maledetta la maestra, maledetta la scuola, i maschi e le femmine, le uscite separate, le sbarre, maledetto l’ultimo giorno di cinque anni di scuola aggrappato alle sbarre senza toccare un pallone, senza essere guardia o ladro, senza essere niente di niente

maledetti, maledette

maledetto!

Gli occhi si chiudono e si addormenta, profondo, e sprofonda, e sogna, sogna il sorriso, sogna lo sguardo, e sogna di non svegliarsi più, e quando si sveglia il sorriso, lo sguardo, sono ancora lì.

Non era stato un sogno.

Comincia a camminare per il paese, passeggia, per le strade, partendo dalla scuola, piccoli cerchi ad allargarsi, a ingrandirsi, strade, stradine, vie, piazze, scruta dentro le case, i giardini, i cortili, ma di lei nessuna traccia. Un fantasma, uno spirito, un alito, un sorriso, uno sguardo. Nessuna traccia.

Poi un giorno muore la vecchia. Non una vecchia, ma la vecchia, la più vecchia del paese. Funerale, chiesa gremita. Lui odia andare in chiesa. Non ci va mai, ma per la vecchia non si può mancare. Maschi a destra e femmine a sinistra, separati, anche in chiesa. Lui mani in tasca, in piedi, nel fondo della chiesa. Preghiere, canti e pianti. Si annoia. Tiene lo sguardo basso, lui, si annoia, ma poi, senza un perché, guarda verso sinistra e la vede, seduta, fra i banchi, e lei si gira, lo guarda, sorride, forse. È lontana, non la vede bene, ma è là, in mezzo, fra i banchi, non la vede bene, ma mi ha sorriso, sì, o forse no, sì, ne sono certo, forse, la messa è finita, andate in pace, e tutti vanno, tutti, insieme, sinistra e destra si uniscono, si mischiano, all’uscita, e lui corre, la cerca, ma è piccolo, lui, e piccola lei, piccola, e la perde, persa, e gli restano soltanto il sorriso e lo sguardo.

Amen.

Merda.

Maledetti.

La settimana dopo muore un’altra vecchia. Cavolo. Beh, capita. Altro funerale, altri pianti preghiere e canti, sinistra e destra, maschi e femmine, lei fra i banchi, lui mani in tasca, che cerca il suo sguardo, lo trova, canti e pianti, la messa è finita e lei sparita, in un amen, e nemmeno un sorriso, forse.

Dopo tre giorni altra vecchia e poi altre e altre ancora, per tutta l’estate.

Funerali, canti e pianti. Lui non se ne perde nemmeno uno. I canti ormai li sa tutti a memoria. Li fischietta, per strada, quando va a trovar le vecchiette del paese, a far loro un po’ di compagnia, che bravo ragazzo, che bravo bimbo, che i vecchi ormai nessuno li cerca più, e lui li va a trovare, prepara loro il the, la tisana, un po’ amara, che fa bene, e stringe loro la mano, che scivola, e si spegne, e stringe il polso, che scivola, si spegne, shhh… dorme. Si spengono.

Amen.

Funerali, destra e sinistra, e impara a infilarsi in mezzo alla folla, la messa è finita, e la segue fino l’uscita, e poi fino all’auto, e poi, un giorno, fino all’ultimo semaforo, che poi finisce il paese, e poi finiscono i vecchi, e finisce l’estate, e finiscono le messe, andate in pace.

Amen.

Ultima muore sua nonna, ma quel giorno i banchi sono vuoti, la chiesa vuota, che non ci sono più vecchi da accompagnare ai funerali e i parenti, quelli rimasti, sono a casa a piangere chi ora non c’è più, che non si era mai vista un’estate così, e in chiesa ci sono solo loro, lui, i fratelli e la mamma, primo banco, messa finita, finita l’estate, andate in pace, amen, e così sia.

Arriva l’autunno.

Lui cammina per il paese, mani in tasca, per il paese, e il paese è piccolo e la gente mormora, e il paese è piccolo, che ci sono un panificio, un barbiere, un bar, l’ufficio postale, un ferramenta e un alimentari, e le elementari, la materna, e basta. Chi vuole studiare deve viaggiare, anche solo fino al paese più sotto, un po’ più grande, che lì ci sono altre scuole, ma servono i mezzi, serve l’auto, o i soldi, per la corriera, per i libri, ma di soldi in casa sua non ce ne sono. E lui cammina, per il paese, solo, mani in tasca, cammina fino al semaforo, che poi lì il paese finisce, e di lei, di lei nessuna traccia, che lei forse a scuola ci va, e a lui manca, manca la nonna e gli manca lei, il suo sguardo e il suo sorriso, e arrivano altre estati e altri inverni, e non ci sono vacanze per lui, e nemmeno funerali, che il parroco aspetta, chiesa vuota, che la gente invecchi, che forse, fra un po’, qualcuno ricomincerà a morire.

Poi un giorno la vede, la rivede, la…

ma sicuro che è lei?

Sono passati anni, non troppi, certo, ma quanto basta per…

sicuro che è lei?

Lui è seduto, scalinata che porta in chiesa, è seduto e lei passa, seduta, in un’auto

ma sicuro che…

il sorriso, lo sguardo

è lei?

Resta lì, imbambolato, sulla scalinata, non si muove, guarda la macchina passare, e passano altre due, tre, quattro stagioni, e lui sempre lì, seduto, e i pochi che vanno a messa gli lasciano qualche moneta, ma nemmeno se ne accorge, che deve guardare la piazza, là dove l’ha vista passare, seduta in un’auto, che magari, un giorno, passerà ancora.

Ma sicuro che è lei?

Un giorno si celebra un funerale. È morto il sagrestano. Lo conoscevano tutti, in paese, il sagrestano. Torna la gente in chiesa, la chiesa quasi piena e all’uscita tante monete, per lui, seduto lì a guardare la piazza, a guardare se passa. È morto il sagrestano, ma lui neanche se ne è accorto.

E la messa è finita, e lei passa, e gli lascia una moneta.

E la messa è finita, e lei passa, ma lui nemmeno la vede.

E la messa è finita, e lei passa, e lui guarda la piazza,

E la messa è finita, e lei se ne va, che lui neanche l’ha vista.

Il parroco si affaccia dalla chiesa ormai vuota e lo guarda.

È morto il sagrestano.

Lui non risponde.

È morto il sagrestano.

Ma si alza.

È morto il sagrestano.

E segue il parroco dentro la chiesa.

Morto un sagrestano se ne fa un altro…

Ecco, questi i ceri da accendere al mattino e poi spegnere la sera.

Ecco, qui le corde, per le campane.

Ecco, lo sgabuzzino, gli attrezzi per le pulizie

e qui una brandina, il bagno, e c’è anche un fornellino.

Ecco, i paramenti, le ostie consacrate, l’acqua santa e il vin santo.

Amen.

Il funerale è finito, andate in pace.

Lavora in chiesa tutti i giorni, senza mai uscire, anche se a volte si affaccia sulla piazza, che non si sa mai, e passano le giornate, i mesi e gli anni.

Santo santo santo il suo nome Osanna Purifica L’eterno Ti battezzo Amen E così sia.

E poi un giorno ricompare.

È vestita di bianco, all’inizio non la riconosce, un velo a coprirle il viso, un velo fra lui e lei, un velo, fredde sbarre cui aggrapparsi, ma poi il velo si alza, il velo del tempio si squarcia e un tuono gli esplode nel cuore, e riconosce lo sguardo, riconosce il sorriso e per la prima volta sente il suo nome

Maddalena, vuoi tu…

È lei?

Sì.

La sposa può baciare lo sposo.

È lei?

Sì.

Andate in pace.

Sì.

E prima che gli sposi escano lui le si avvicina e le porge il calice.

È rimasto un po’ di sangue di Cristo. È buono. Un po’ amaro, ma buono.

Lei ride, lo beve e poi escono, fra gli applausi, mentre lui si aggrappa alle corde delle campane, si appende alle corde, pende dalle corde, corpo appeso che dondola, su e giù, insieme alle campane, insieme alle lacrime, su e giù, e mentre gli sposi escono fra gli applausi le campane suonano a morto.

Passano solo pochi giorni e in chiesa si celebra un funerale.

C’è un nuovo sagrestano, che morto uno se ne fa un altro.

La chiesa è piena. Al centro c’è una bara con un abito da sposa steso sopra. Intossicazione, così si mormora, una sorta di avvelenamento, come i vecchi, tante estati fa, ricordate?

Capita. È capitato. E la gente mormora.

Viene sepolta nel cimitero del paese, una tomba, un marito disperato, e poi la gente se ne va, il marito se ne va, e la tomba resta, ma non è sola. Dall’altra parte del vialetto, proprio di fronte, c’è una lapide, la sua, senza croce, che non gli hanno fatto nemmeno il funerale, che a mala pena gli hanno concesso un buco nel cimitero e una piccola lapide con la foto, che non c’è pietà cristiana per i suicidi.

Le loro foto si guardano.

loro si guardano

e lui la riconosce.

È lei

il sorriso

lo sguardo.

È lei.

Sicuro.

È lei.

Amen.

E così sia.

È lei.

E si guardano

per sempre.

È lei.

E la messsa è finita, andate in pace,

lui nel suo paradiso

e lei all’inferno

per sempre.

Rendiamo grazie a Dio.

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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

Esordiente
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RoCarver ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Bellissimo. Nel finale le ripetizioni creano un ritmo ossessivo, l'ho letto tutto d'un fiato! Complimenti davvero!Segnala il commento

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Jessica B. ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuta il soggetto e bella la trama. Anche lo stile, ma forse qualche ripetizione in meno lo alleggerirebbe un po'.Segnala il commento

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Pier Giuseppe Politi ha votato il racconto

Esordiente

Mi piacciono molto le frasi lunghe, senza interruzioni, per descrivere sentimenti e pensieri che si affollano, uno dietro l'altro. Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Leiber Fritz ha votato il racconto

Esordiente
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Philostrato ha votato il racconto

Scrittore

stile e ritmo interessanti Segnala il commento

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Alessio Polacchini ha votato il racconto

Esordiente
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Giuseppe Buono ha votato il racconto

Esordiente

BellissimoSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Piaciuto molto, stile unico. Prima volta in vita mia che ho amato le ripetizioni. Scritte così creano ritmo e tensione narrativa.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Bentornato!Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Via via che il racconto si "sgrana" cambia la prospettiva, sino al finale che non ti aspetti. Stile ossessivo, è il tuo.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Finalmente sei tornato a farti "leggere"...ci sei mancato.....Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Bello davvero. Ti allontani dai registri precedenti per una vibrante e commovente storia, dalla quale riemerge il tuo stileSegnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Davvero bello. Ammetto che mi son perso, da qualche parte: all'inizio... immaginavo la galera, ma poi forse no... ma poco importa!Segnala il commento

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Otorongo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Mi ricorda un po' "Alla fiera dell'est" di BranduardiSegnala il commento

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Ti Maddog ha votato il racconto

Scrittore
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Ti sei superato oggi ;)Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Che meraviglia. Sei riuscito a commuovermi. Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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di Dalcapa

Scrittore
Editor