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Narrativa

E se domani il sole si spegne

Pubblicato il 07/05/2017

C'è una cosa che Bianca riesce a far bene: fuggire. Quando le sue storie finiscono male, quando la madre si ammala, quando la sua cittadina natale inizia a stufarla, lei, semplicemente, cambia nascondiglio. E comincia da capo. Da sola. Ma non stavolta

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Parte cinque - Come finisce un amore


A volte ci ripenso al mio primo amore Alberto Lo Duca, alla facilità con cui mi ha baciato quella volta, e a quella con cui avrebbe in seguito baciato molte e molte altre ragazze, che era poi la stessa con cui lo avrei perdonato sempre, con una forza e una caparbietà di cui ora non sarei assolutamente capace. Ci ripenso soprattutto nei momenti morti, per esempio dopo aver spalancato la porta del terrazzo per far asciugare le mattonelle appena lavate, o davanti alla macchinetta del caffè se sono in pausa in una giornata particolarmente noiosa, o mentre sto scendendo le scale per andare a buttare la spazzatura.

Ci penso e la vedo come una cosa estranea, che non ho fatto io, ma un’altra Bianca e mi capita di guardarla dall’alto, con distacco, e di provare solo una leggera malinconia.

Penso soprattutto a due momenti: all’inizio e alla fine.

Il secondo, in particolar modo, mi si presenta sotto forma di ricordo uditivo.

Suona come un gong di ghisa pesante, e mi fa vibrare le meningi; da un luogo profondo e nascosto risale in superficie e fa:

Gong, gong, gong.

Tanti piccoli rintocchi squarciano l’aria, penetrano nelle cavità orbitarie, strisciano graffiando lungo la trachea.

Poi mano a mano il suono muta, si fa più acuto.

Ciaff, ciaff, ciaff.

Tanti piccoli schiaffi squarciano la faccia, prima piano, controllati, poi sempre più forti, senza freno, di una Bianca quasi ventenne che non reagisce, che guarda i divani verdi del salotto e incontra gli occhi del gatto, immobile, severo, per niente toccato.

Vacilla all’indietro e non capisce niente, c’è un momentaneo sovraffollamento di stimoli, c’è da mantenere l’equilibrio, c’è da spiegarsi perchè.

Eppure i mobili sono tutti al loro posto, la caffettiera è segnata da un rigagnolo di caffè che straborda, i cuscini sono lì, fermi, hanno ancora l'impronta dei corpi stanchi, appesantiti, che vi ci sono posati.

È il volto di Alberto a non essere più lo stesso, sono le sue mani, è la sua voce, che arriva ovattata alle orecchie: “Sei contenta ora, Bianca? Vedi che mi fai fare. Sei contenta?”.

È che tutto ora sembra impregnato di melma, puzza di stantio, di andato a male.

La Bianca di allora riesce solo a domandarsi dove sia finita quella maglietta di Che Guevara, quel telo del mare coperto di sabbia, quel motorino vecchio e traballante, e il casco troppo grande, e la prima volta che hanno pagato un cinema in euro invece che in lire e quelle in cui hanno fatto l’amore, che le erano sembrate così belle.

Non riesce a trovarle più tutte queste cose e vaga, alla cieca.

Poi si sveglia.

Si sveglia e è di nuovo la Bianca del presente, sono io, con la mia bicicletta arrugginita, ad aspettare Paolo fuori dalla clinica, che oggi avevamo turni diversi.

Sono io e sono felice di esserlo, su quest’isola un po’ famosa e un po’ sconosciuta. Sono felice di svegliarmi e di prendere il bus ogni mattina, di vedere il mare e gli scogli dal finestrino, di percorrere uno sterrato fra i fichi d’india e gli arbusti secchi, anche di aspettare Paolo, anzi, soprattutto di aspettare Paolo, che ci mette un sacco a togliersi il camice, a lavarsi di dosso le brutte cose successe là dentro –“In quanti sono sopravvissuti oggi?”- e a varcare di nuovo la soglia che lo scioglie, solo per qualche ora e almeno parzialmente, da tutte le responsabilità.

Sono felice che ci sia lui al posto di Alberto, e anche a quello di Riccardo.

E sono felice che quell’episodio, la fine, sia noto solo a me, a me e a Lisa, tutti gli altri sanno un’altra versione della storia. 

Sanno che a una certa Bianca si è stufata ed ha lasciato Alberto, perchè tanto avrebbero frequentato università diverse, perchè non c'era più l'amore di una volta, perchè a quindici anni è grassa se riesci a stare con un ragazzo per più di un mese, figuriamoci per anni.

Non sanno che Alberto, un pomeriggio di fine primavera, ha preso a schiaffi Bianca per una stupidaggine, non sanno che lei si è rifugiata da Lisa, non sanno che è stata Lisa stessa ad obbligarla a lasciarlo, perchè altrimenti sarebbe andata a finire anche peggio.

E non sanno che Lisa si sente e si sentirà per sempre in colpa.

Una volta Lisa me l’ha pure detto –eravamo, mi sembra, sedute al grande tavolo in mogano della biblioteca biomedica-: “Sarebbe stato meglio se non te lo avessi fatto incontrare. Che stupida”.

E io avrei voluto dirglielo che stavo pensando la stessa cosa, ma non l’ho fatto.

E non lo farò mai.

Continuerò ad aspettare Paolo fuori dalla clinica, sotto il sole di maggio, pensando che alla fine Alberto non è stato che una delle tante spine.

E adesso qualcuno sta arrivando.

È Paolo.

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