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Autobiografia

E si è fimmina?

Pubblicato il 01/10/2020

Torna la protagonista di "La tabacchiera"

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L’imposizione del nome degli avi ai figli, in Sicilia, oltre che un doveroso omaggio alle proprie origini, era un obbligo che equivaleva al riconoscimento ufficiale dell’infante quale frutto dei propri lombi. Il problema era che nelle grandi occasioni, quando le famiglie si riunivano al completo, c’era almeno una dozzina di bambini con lo stesso nome. Facile immaginare la confusione quando quattro o cinque omonimi era colti dall’infelice idea di litigare. Non era raro che le colpe di un Nino venissero attribuite a un altro Nino, e che alla fine a pagare il conto fosse un Pino del tutto estraneo ai fatti. Esaurita la lista degli avi, i genitori potevano scegliere un nome di fantasia per il nascituro. A me e a Sergio, quinta e sesto in ordine d’arrivo, era toccata l’insperata fortuna. Venuti a conoscenza della gravidanza di mia madre, non c’era stato parente che non avesse preteso di allungare di un paio di nomi i due elenchi redatti dai miei genitori. Nella lista dei nomi femminili, Annunziata, Catena, Crocifissa, Immacolata, concorrevano con i nomi profani di attrici e cantanti famose. Alla fine, la scelta si era ridotta a quattro finalisti: Patrizia, Daniela, Marisa e Adriana.

In un raro afflato di pazienza, che avrebbe sorpreso e commosso anche Giobbe, mio padre aveva trascritto i nomi su striscioline di carta, le aveva appallottolate e lanciate sul tavolo. Accerchiata dagli impiccioni, che tifavano come allo stadio, mia sorella Cristina, che a due anni era al di sopra di ogni sospetto broglio, aveva estratto il biglietto vincente. Con buona pace per chi aveva tentato di rovinare il mio esordio nel mondo con un nome presago di future sventure, il sorteggio aveva decretato vincitore: Adriana.

Scortata dai figli, mia madre era scesa a casa della zia Ancilicchia che, contrariamente alle sue abitudini, stava bevendo il caffè di pomeriggio, nonostante sostenesse sempre “un mi fa dormiri a notti”. Seduta nella sua postazione preferita, sotto il quadro della Sacra Famiglia, sorbiva la nera bevanda come si faceva un tempo in Sicilia: versava il liquido bollente dalla tazzina nel piattino, ci soffiava su un paio di volte, lo avvicinava alle labbra corrugate e, con il rumore di un piccolo gorgo, lo risucchiava in bocca.

Mia madre, che detestava quel modo di sorbire il caffè, aveva azzardato un “Zà Ancilicchia ma picchì Vossia vivi u café accussì? Si ci cari, s’allorda tutta”.(1)  Zà Ancilicchia, aveva fissato mia madre e, senza scomporsi aveva chiesto “Ma picchì comu si vivi u cafè?”

Deposte le armi contro gli inviolabili usi, mia madre aveva annunciato: “Zà Ancilicchia, vinni pi dirici che scelsimu u nomi pu picciriddu. Si è masculo: Sergio.”(2)

La zia, aveva finalmente sorriso “Bellu. Pari u nomu di un re”. Poi aveva chiesto “E si è fimmina?” Rincuorata dall’approvazione, mia madre aveva risposto “Adriana.”

Zà Ancilicchia aveva continuato a fissare mia madre. Poi, con una certa titubanza, le aveva chiesto: “E allura, si è fimmina?” Pur non dubitando dell’assoluta sanità dell’udito della zia, mia madre aveva ripetuto a voce più alta: “Adriana, zà Ancilicchia. Se è fimmina si chiama Adriana”. Inutile dire che zà Ancilicchia non aveva mai sentito quel nome né si sarebbe lasciata impressionare dall’apprendere che c’erano stati papi e imperatori Adriano. Aveva estratto la sua tabacchiera dalla tasca del grembiule, pinzato una dose di tabacco eccessiva anche per la proboscide di un elefante, ed era sbottata in una di quelle espressioni dialettali che avrebbero inebriato anche un purista: “Ma chi cabbasisi di nomu è?”

Mia madre, che sapeva quanto la zia detestasse il turpiloquio - “a vuci du dimoniu” - era ammutolita. Anche dopo il ’68, quando il primo Adriano noto a chi sui banchi di scuola c’era stato poco o nulla, estasiava l’italica patria con “Azzurro”, il mio nome alla zia continuava a non piacere. Ogni volta che le facevano notare che non mi chiamavo “Ntriana”, “Triana”, “Antriana”, perdeva la pazienza e borbottava per un paio di minuti buoni. A volte fissava mia madre con un certo sdegno e le rimproverava “A stà innucenti ci mittivistu u nomu di uno scustumatu ca s’annaca comu una tappinara”.(3)

Per lei era già umiliante che noi bambini ridessimo ogni volta che diceva “friggitello”, “ntilivisioni”, “bicirelle”, o quando si sforzava di parlare in italiano e finiva con l’ingarbugliarsi tanto che alla fine si rivolgeva con stizza a mia madre: “Annicchia riccillu tu e picciriddi” .

Ma la Zia avrebbe potuto parlare in aramaico e noi l’avremmo capita lo stesso. I suoi gesti, i suoi occhi, la sua voce erano parte di quella lingua universale eterna e immutabile, ben più potente delle parole. 


1- Zia Angela ma perché beve il caffè così? Se la cade, si sporca tutta.

2- Zia Angela, sono venuta per dirle che abbiamo scelto il nome del bambino.

3- A questa innocente avete imposto il nome di uno scostumato che ancheggia come una tappinara (termine d'origine araba che indica donne del volgo e prostitute)

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Laure h ha votato il racconto

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Veramente son regali questi tuoi. Mi è piaciuto tanto. I dialoghi potenti davvero. Un racconto ancestrale e universale. Il dialetto lo fa volare altissimo. Segnala il commento

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Graziano ha votato il racconto

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Daniela.A. ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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LaborLimae ha votato il racconto

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Splendido racconto. Sono sempre incantato dal vostro dialetto.Segnala il commento

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gordon comstock ha votato il racconto

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A. Bibi ha votato il racconto

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albertomineo ha votato il racconto

Esordiente

Che ti posso dire? Ogni volta che mi porti in Sicilia non vorrei tornare e poi scrivi bene, proprio bene. Se continui così ti dovrò mettere tra i miei scrittori siciliani preferiti....Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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terrybu ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Mi sono sentito condotto per mano da te nella memoria dei tuoi cari e nell'amore per la tua terra. L'ho avvertito dai toni delicati dell'introduzione, dalle traduzioni dal dialetto. Non c'è pedanteria, ma dolcezza del ricordo. Le tradizioni, pur viste con un velo di ironia, non perdono di valore. La lingua parlata e il tuo stile, poi, sono il vero valore aggiunto Segnala il commento

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Rosnikant ha votato il racconto

Scrittore

La propria terra è origine ed evoluzione delle cose e tu la evochi con profonda passione: ci descrivi il rituale della scelta del nome come un sigillo, il suo imprinting si tramuta in accettazione e riconoscenza. E poi il dialetto e le storpiature di zà Angelicchia sono necessarie per elaborare, per introiettare, solo in tal guisa si riesce a tramandare la grande cultura siciliana. Bellissima la musicalità dei dialoghi. Complimenti Adriana! Segnala il commento

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Valentinacomesai ha votato il racconto

Esordiente

Bello il dialetto - e grazie delle traduzioni! - perfetto il titolo e belli, come sempre questi affreschi, vivi.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Sagace e scapigliato. Potrebbe ben essere un copione teatrale di grande sostanza. Molto piaciuto. Stile perfetto e magistrale, come sempre. Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Il personaggio di zà Ancilicchia s’impone come colonna portante del racconto, tutto ruota attorno a lei, alla sua approvazione nelle questioni famigliari, e tu hai reso benissimo questo aspetto, come già era successo nel precedente “la tabacchiera”. L’intercalare in dialetto stretto , il racconto di quelle usanze così rituali così come la storia dei nomi rendono il racconto godibilissimo. La tua scrittura impeccabile, poi, fa il resto. Segnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Nello iato tra l'Adriana della zia e quella dell'imperatore si insinua un giro narrativo da realismo magico! O mitico!Segnala il commento

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Niccolò Meoni ha votato il racconto

Esordiente
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FilippoDiLella ha votato il racconto

Esordiente

Sono super felice che da qualche anno si festeggi la giornata dei nonni, loro sono sempre il rifugio della nostra infanzia nell'età matura, un ricordo che vive nel presente rendendoci contemporanei e partecipi di esperienze e pezzi di mondo che altrimenti ci rimarrebbero celati. E bello l'uso del dialetto, da noi si dice che un popolo muore quando i figli dimenticano la lingua dei padri.Segnala il commento

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Robycomu ha votato il racconto

Esordiente

fantastico, complimenti e continua a farci sorridere e riflettere.Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

È splendido come esplodi la tua terra, da dentro. Si sente e arriva forte Segnala il commento

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Stefania Matarese ha votato il racconto

Esordiente

Che bello, spero che continuino i racconti di questo filone, perché è davvero un piacere leggerli.Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Bello bello bello, comicità profonda e cosmica, fatalismo ed eternità siciliana, tracce gioiose del "curtigghiari".Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente

mi sembra un fantasma, Zà Ancilicchia, ma con la consistenza di una pietra calda, di una carezza ruvida. "Ma picchì comu si vivi u cafè?" :)Segnala il commento

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Verde ha votato il racconto

Esordiente
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eyepizzapie ha votato il racconto

Esordiente

È così autentico che mi sembra di stare seduto anche io, sul bordo della sedia, "in pizzo", a sorseggiare il caffè alla maniera di Zà Ancilicchia, attendendo con ansia il suo responso per il nome che per te è stato estratto. Oltre alla godibilità indiscutibile, questo racconto ha un valore testimoniale inestimabile. Grazie che l'hai condiviso con noi Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

ci apri sempre lo scrigno dentro il quale narri la tua bellissima terra Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Adorabile. GrazieSegnala il commento

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[K] ha votato il racconto

Esordiente
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StefanoS ha votato il racconto

Esordiente

Mitica. Mi sento un poco di famiglia. Buono il caffe'. Gran bel testo.Segnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Una precisazione, che può aiutare ad apprezzare ancor meglio l'inizio del racconto. Ancora oggi, in Sicilia, l'assegnazione dei nomi segue spesso un protocollo di sapore ottocentesco. La scelta del nome del primogenito spetta indiscutibilmente al padre (che sceglierà il nome di suo padre, se il neonato è maschio, o di sua madre, se è femmina). La scelta del nome del secondogenito non passa in automatico alla madre. Se è di sesso opposto al primo, allora il diritto rimane al padre (che lo eserciterà attribuendogli il nome dell'altro suo genitore), se invece è dello stesso sesso, allora la titolare della scelta diventa la madre (che, di nuovo, attribuirà il nome di uno dei suoi genitori). Quindi, se cinque fratelli maschi - figli di Carmelo e Concetta - avranno ciascuno due figli di sesso opposto, in famiglia ci saranno cinque Carmelo e cinque Concetta, e, sì, capire di chi si sta parlando, potrebbe diventare un problema ... Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Ondina ha votato il racconto

Esordiente

Fra tutti i racconti che hai scritto (e tutti belli) questo è quello che mi é piaciuto di più. Mi hai divertita, emozionata, e trasportatoa con la tua ironia e bravura in un mondo ricco di umanità e colore, esaltando la meraviglia del dialetto e delle tradizioni siciliane. Complimenti Segnala il commento

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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Mi sono divertito ed emozionato. Hai descritto una intera cultura attraverso il modo di essere di una bellissima e ferrea personalità. I miei assoluti complimenti Adriana!!!Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Adriana, è fantastico. Più bello ancora della tabacchiera. E' affascinante, divertente e, come dice Franco, quasi mitologico. Forse, tra tutte le cose belle che hai scritto, quella che mi esalta di più. Aggiungo ***Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, Adriana: si sente che parli (e scrivi) di un mondo e di una "lingua" che ti sono cari e insostituibili. In fondo la "scrittura" è questo: raccontare del mondo che conosciamo, che abbiamo vissuto (anche con l'immaginazione, beninteso) e che ci ha vissuto... In certi casi la scrittura si fa quasi "mitologica", attingendo all'inesauribile fonte della "lingua parlata", che col passare dei secoli e dei millenni, ha assorbito tutti gli umori, le forme e le declinazioni del "vivere", nel suo senso più ampio e profondo. Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

L'ho trovato molto divertente. Grazie per aver messo la traduzione :) Segnala il commento

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Flying_Dan ha votato il racconto

Esordiente

Complimenti, complimenti e complimenti. Mi hai catapultato nel tuo mondo e l’hai fatto con rara eleganza. E venendo dalla Sardegna ho potuto capire ancora meglio ciò di cui parli nella storia. Grazie!Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
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di Adriana Giotti

Esordiente
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