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Narrativa

Una lettera

Di lennon81 - Editato da Me stesso
Pubblicato il 06/12/2018

El partido que nunca se jugò

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A don Marcelo piacevano le milonghe, quelle vecchie di Francisco Canaro. Ogni tanto metteva una cassetta in un vecchio mangianastri portatile che aveva.

"Milonga pa recordarte, milonga sentimental..." cantava il nastro, senza più né bassi né alti dall'usura. Don Marcelo muoveva la testa su e giù al ritmo della musica che sobbalzava come un vecchio treno.

"Postaaaa!" urlò una voce da fuori. Era il postino, Daniel. Un ragazzone coi capelli lunghi e la barba.

"Quante volte, Daniel?".

"Perdoni, don Marcelo...".

"Non voglio che lo sappiano anche i cani, che ricevo posta, non c'è bisogno di urlarlo".

"Sì" disse Daniel, che in cuor suo pensava don Marcelo fosse un vecchio scassapalle. Tutti ricevevano posta, che bisogno c'era di tutta quella riservatezza? Gli diede tre bollette e una lettera e andò via fischiettando sulla bici, udito da tutto il viale.

Don Marcelo le bollette nemmeno le guardò, erano semplici ricevute che mandava la banca per dire che era tutto in ordine. Si concentrò sull'ultima busta. Usava riflettere molto su ciò che faceva, così si stese sulla sedia di pelle e la guardò, tenendola bene in mano. Era una busta non troppo grande, di buona fattura, color crema, di carta pesante. Evidentemente chi aveva mandato quella lettera ci teneva che si potesse vedere la cura e l'attenzione che ci aveva messo a sceglierla.

Dopo un buon quarto d'ora passato a guardarla in controluce e soppesarla, come cercasse di sentire qualcosa attraverso la carta, Marcelo allungò la mano verso un boccale di ceramica smaltata dove trovò un vecchio tagliacarte decorato. Lo mise sotto un'asola della busta e cominciò lentamente a reciderla. Quando finì, la aprì schiacciandola con due dita e rendendo più facile afferrare i fogli. Li prese con indice e medio dell'altra mano, parevano essere due o tre.

Sfogliò nella mano la carta. Prese gli occhiali, mettendoseli sulla gobba del naso e lesse.

Finito di leggere, non gli parve vero. Aveva passato anni ed anni a cercare di ottenere un incontro con Nadia. Aveva sessant'anni, era felicemente sposato con due figlie, ma nella sua mente ogni tanto pensava a quella situazione.

"Nos vemos a la vuelta, al Monumental" diceva la lettera. Ci vediamo al ritorno, allo stadio "Monumental". Dentro c'era un biglietto per la partita del secolo: il ritorno della finale di Copa Libertadores tra River Plate e Boca Juniors, le due grandi d'Argentina che per disgrazia si erano ritrovate una contro l'altra all'ultimo atto. Il suo posto sarebbe stato lì vicino, o almeno così scriveva nella lettera Nadia.

Guardò fuori dalla finestra che non arrivasse nessuno. Lo sguardo ancora ingrugnito di chi ha passato tutta la vita con una grana irrisolta troppo pesante. Guardò le sopracciglia allo specchio, forse dopo quella partita gli sarebbe passato quel senso di rancore profondo.

Per quanto riguardava la partita, mancavano ancora dieci giorni, l'andata era finita con un due a due, si sarebbe giocato tutto lì. Quei giorni passarono lenti, più lenti di quanto Marcelo non potesse immaginare. Non gli piacevano né il Boca né il River. Gli piaceva il calcio, e gli piaceva l'idea di chiarire quella situazione dopo ventidue anni.

Nadia infatti era andata via portandosi dietro tanto rancore. Doveva vederlo in un pomeriggio d'autunno, ma all'appuntamento non c'era andata. Seppe solo dopo che Nadia era fuggita con un altro verso Buenos Aires. A Rosario era rimasto solo Marcelo, che ancora nessuno chiamava "don". Poi per fortuna la vita ci aveva messo del suo, e il tempo fece da galantuomo, come sempre. Marcelo ebbe due figlie una più bella dell'altra ed Isabel, una moglie meravigliosa.

Guardò gli orari dei treni. La partita si giocava il pomeriggio alle tre, quindi sarebbe dovuto partire la mattina. Don Marcelo non amava viaggiare in aereo, e così dovette prenotare l'unico treno a lunga percorrenza possibile dalla stazione di Rosario Norte, che partiva a mezzanotte e un quarto arrivando a Buenos Aires alle sette meno un quarto.

Tutti in famiglia gli diedero del pazzo sia per essersi procurato il biglietto sia per aver prenotato quell'unico possibile treno che sarebbe arrivato ben otto ore prima della partita. "Non potevi prenderti un aereo come fanno tutti, Marcelo?" gli chiese la moglie Isabel.

"Costa troppo" rispose lui, come sempre di poche parole. Però aveva ragione, costava decisamente troppo, sei volte in più. Anche se avesse voluto viaggiare in aereo, e non voleva, non l'avrebbe mai e poi mai comprato a quel prezzo.

Passarono i giorni, Marcelo era sempre più teso e nervoso. Aveva persino cominciato ad interessarsi alla finale, a leggere tutti i giorni il giornale sportivo, lui che tifava per il Newell's ed in teoria non avrebbe dovuto nemmeno guardarla se non girando canale per curiosità.

La notte fra sabato e domenica si era fatto lasciare da Lautaro, il suo amico più fidato, alla stazione Norte, dove altri disperati come lui con addosso la maglia del River e del Boca salivano sul treno. 


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Ondine ha votato il racconto

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Scrittura piacevole, ma a volte l'impressione che si perda un po' troppo in spiegazioni e descrizioni. Bella la storia, voglia di proseguireSegnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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