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Narrativa

Esercizi di quarantena

Pubblicato il 06/03/2020

scrivere ai tempi del coronavirus

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Se apriva la finestra l'aria era la stessa di sempre, aveva un vago odore di gomma bruciacchiata e di porcile, di gasolio e di primavera. Aveva sempre pensato che fosse l'inquinamento a renderla così, ma allora perché adesso non sapeva di pulito, visto che le auto erano quasi tutte al parcheggio, che le corse dei bus erano dimezzate e i voli aerei pure?

L'orologio a cucù suonò le dieci e con un riflesso incondizionato chiuse la finestra e andò verso la scarpiera. Tutti i giorni a quest'ora andava a prendere il caffè da sua madre, la macchinetta era già sul gas quando arrivava, sua madre l'accendeva e sistemava sul tavolo le chicchere e la zuccheriera - l'amore materno fa rumori di piatti e di posate.

Però erano tre giorni che non vedeva sua madre, perché quando si stava preparando, il lunedì, suo marito le aveva detto così: «Se vai da tua madre, non tornare più qui». Lei l'aveva guardato dritto negli occhi, per vedere se era sincero, allora lui aveva provato a cambiare tattica: «Tua madre è anziana, se venisse contagiata sarebbe pericoloso per lei». Cosa stai dicendo, cosa stai dicendo? pensava lei, urlava anzi nella sua mente. Lui era sempre stato bravo a trovare il suo minuscolo super-io, a punzecchiare il suo senso di colpa, come quando cambi l'orario al termostato, con lo stuzzicadenti; le aveva fatto male.


Erano tre anni che suo marito si era fatto sistemare lo studio, ma non aveva mai lavorato a casa. Adesso invece si riempiva la bocca di smart working e «per fortuna abbiamo tutte le attrezzature tecnologiche necessarie», e non faceva che refresh sulle pagine on line delle maggiori testate per tenere il conto dei contagiati. «Dobbiamo evitare i contatti per contenere il virus il più possibile» diceva, prendendo esempio da quei politici che fino a pochi giorni prima disprezzava e che oggi inconsciamente riconosceva identici nella paura.

Quando si sedeva a pranzo, tra un tortiglione e l'altro, le sciorinava i nomi delle città focolaio e gli spostamenti dei presunti untori. E se lei tossiva le domandava se avesse già misurato la temperatura, e se si stropicciava gli occhi con le mani le diceva «che fai? stai attenta.» Poi si alzava e andava di là e mentre lei raccoglieva i piatti sporchi - aveva il vizio, lui, di lasciare sempre delle briciole o delle tracce di sugo ai lati del piatto -, lo sapeva in bagno a lavarsi le mani per venti secondi sfregando bene col sapone e poi sotto l'acqua calda; noioso e ossessivo, pensava lei, la settimana scorsa non te le lavavi neanche dopo aver pisciato.


Era venerdì, era il quinto giorno di isolamento e suo marito aspettava con un'eccitazione infantile la consegna della spesa, l'aveva fatta due sere prima con qualche clic sul pc.

Era anche il compleanno di sua madre e lei non l'avrebbe vista. Suo marito non se n'era mai ricordato, figurarsi quest'anno. Lei era sicura che la madre avrebbe comunque preparato la torta con la crema al limone e poi l'avrebbe offerta alle vicine, lo faceva ogni anno.

La chiamò alle dieci, quando l'orologio a cucù smise di suonare, le fece tanti auguri e le chiese scusa, non sapeva che altro dirle, avrebbe voluto un caffè nella sua chicchera, quella coi profili d'argento. «Ma almeno posso chiamarti, tesoro? O il virus si trasmette anche attraverso il telefono?» chiese la madre, e lei sentiva che sorrideva, dall'altra parte. Per un attimo allontanò lo smartphone dall'orecchio e guardò lo schermo inquieta, poi abbozzò una risata per sua madre e infine sospirò.


Era Carnevale, l'ultimo giorno del rito ambrosiano, molte sfilate erano state annullate nei paesi di provincia lì attorno. Ma chi ha detto che ai tempi del coronavirus non si può festeggiare, chi l'ha detto? pensava lei.

La cucina sapeva di frittelle e di zucchero a velo vanigliato, polpastrelli appiccicosi e prosecco, le bollicine fanno bene, sai? Prese il bicchiere con due mani strette a coppa, il vetro era freddo, i suoi palmi rossi, lo portò alla bocca e bevve, e bevve, e poi, come se fosse un microfono, cantò a squarciagola: «J'ai deux amours, mon pay et Paris, par eux toujour mon coeur est ravi...» Poi corse in camera a cercare il suo vecchio vestito da pin up, forse non le andava più tanto bene, lo metteva che non era ancora sposata. Ah, che lycra lucida e leggera, puzzava di sigaretta, sì, di sigaretta e libertà. Voleva dare un bacio appassionato a qualcuno, a chi? Non a suo marito, lui non si faceva più baciare, e poi del marito che conosceva cos'era rimasto (e dov'era? dormiva, nello studio? o era in bagno, a lavarsi le mani?)?

Andò davanti allo specchio, era davvero vestita da pin up, buttò tutti i capelli in avanti e poi li raccolse in una coda alta. Si diede una strizzata ai capezzoli intanto si guardava negli occhi, allo specchio. Aveva l'aria troppo malinconica; chiuse la mano destra a pugno per stringere il microfono e ricominciò a cantare, a urlare: «Abbracciami ed ubriacami d'ironia e sensualità...»

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Graograman ha votato il racconto

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Scrittura efficace e piacevole. Una reclusione che dissotterra una solitudine latente. Brava.Segnala il commento

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ipa ha votato il racconto

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lucidamente ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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alberto_kassovitz ha votato il racconto

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Leda ha votato il racconto

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mattduh ha votato il racconto

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Viole ha votato il racconto

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Silvia Fuochi ha votato il racconto

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Ansel ha votato il racconto

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Elena Marra - ssini ha votato il racconto

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Decadente e attuale. Bello.Segnala il commento

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MarioB ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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Mi fanno venire un po' di ansia i racconti a tema virus, ma il tuo è molto bello. Segnala il commento

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Giulia_F ha votato il racconto

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valli ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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bauSegnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Prigioniera del virus e del marito ossessivo: storia bella e malinconica, raccontata con calma lucidità Segnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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contrasti senza attrito che stridono nelle orecchie di chi li sa cogliere. bravaSegnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Realistico e ironico q.b. Piaciuto molto il finale. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Molto bella, efficace.Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

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una bella insalata di solitudine. il Corona è meno pernicioso del maritovirus.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

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di Roberta

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