Alcuni commenti a “Faccia da Oscar”.


Diciamo che l’errore potrebbe essere nel ritrovarsi il nodo perfettamente allacciato dopo essersi agitato così tanto da avere il cuore “a mille”


… neanche il ferma cravatta avrebbe impedito al personaggio di accorgersi del penzolamento assente in ogni sua azione, anche chinarsi a spegnere la luce del comodino rimarca l’assurdità dell'apparizione di un oggetto così “pesante” scenograficamente


Vediamo cosa devo inventarmi questa volta: è di troppo. Okay, stiamo calmi, qualcosa mi invento: le cose devono accadere, non serve questo intercalare peraltro ripetitivo.


Che sia un matematico a contrattare mi pare singolare, anzi non credibile. I matematici non sono portati a negoziare, non sono commerciali per natura


… sembra strano che quando lui balza in piedi non abbia istintivamente controllato con la mano l’assenza della cravatta


Capite quanto siano utili ed efficaci questi commenti? Precisi, puntuali, mirati, chiari, esatti. In una parola: eccezionali. Perché ora, grazie a voi, io so dove, cosa e come correggere, ora posso lavorare a ogni frase con la stessa precisione di un orefice. E questo fa tutta la differenza.

Ma perché avete potuto formulare questi commenti? Solo perché io ve ne ho dato modo, sforzandomi di usare una scrittura trasparente. Perché io sono andato a toccare le corde del vostro cervello e – come nell’Allegro Chirurgo – il cervello suona a ogni minimo sbaglio, per segnalare il suo fastidio.


E ora leggete invece questo commento al racconto di un altro utente.


C’è qualcosa in questo racconto che non mi arriva. Evidentemente il processo di identificazione in questo periodo mi fa cilecca e le sensazioni non arrivano come dovrebbero. L’incontro tra un testo e un lettore non è immune da questo. Ho riletto spesso con piacere libri e racconti di cui in prima lettura non sono riuscito a cogliere profondità e bellezza. Tornerò più avanti per darti un commento di seconda lettura


E quindi, ora, lo scrittore cosa dovrebbe fare? Come farà, rinchiuso nel suo laboratorio, giorno e notte, a portare avanti il suo percorso di sperimentazione? Dove, cosa e come correggere, per far arrivare quel che deve arrivare? Come realizzare quel “paziente, scrupoloso, estenuante lavoro di rifinitura, di correzione, di messa a fuoco, di puntualizzazione, di calibratura che costituisce la qualità e la forza del buon artigiano”, di cui parla Camilleri?

Oh, no, no, no! Non deve correggere nulla, ci mancherebbe: è tutto bellissimo! Sono io, lettore, che non ho capito, e chiedo venia; anzi, guarda, tornerò sul testo una, due, tre volte, anzi tutte le volte che servono, perché può succedere di leggere e non capire, e non litigheremo certo per questo; rileggo sempre le cose che non mi sono piaciute (sic!) fin quando non le capisco, e farò così anche col tuo testo.

Davvero dici?

Pensi sul serio sia colpa tua se “qualcosa non ti arriva”, se “il processo di identificazione fa cilecca”?

E vuoi davvero di rileggere un testo che non ti è piaciuto al primo giro?

Ma sì, certo, ognuno il suo tempo lo impiega come meglio crede, ci mancherebbe.

Specie se c’è da proteggere un’amicizia.


Poi, però, se vuoi, te lo spiego io perché il processo di identificazione fallisce in un qualsiasi lettore freddo, che non sia cioè legato allo scrittore da vincoli di simpatia. Fallisce perché è tecnicamente sbagliato. Perché il processo di identificazione segue uno schema preciso: o segui lo schema, o il lettore freddo non si identificherà mai (e sì che tu non saresti neppure così tanto freddo).

Fallisce per lo stesso motivo per cui, in “Faccia da Oscar”, qualcuno ha commentato così:

Acida nella trama non fa per me

No, amico mio, il problema di “Faccia da Oscar” non è la trama, anche se tu puoi aver avuto questa sensazione.

La trama non è mai un problema, se il processo di identificazione è costruito in accordo con lo schema teorico.

Il problema – che poi è il gravissimo errore di sceneggiatura che segnalavo – è nel non aver curato minimamente la cosiddetta costruzione dell’empatia. Solo che io l’ho omessa volutamente, ho sbagliato sapendo di sbagliare, mentre altri sbagliano e basta, convinti per di più di fare la cosa giusta, perché hanno il loro club di lettori caldi a confortarli che tutti ciò che scrivono è meraviglioso.


Nulla di personale, ovviamente. Ma solo un amore oggettivo per la buona scrittura.


p.s.: “lancia uno sguardo” non me lo sarei mai aspettato in un tuo testo. La frase è corretta. I verbi di percezione (vedere, sentire, annusare, etc.) sono proibiti solo per il Personaggio Punto di Vista, non per gli altri personaggi (e nel racconto è la moglie a “lanciare uno sguardo”). Questo è il classico equivoco che sorge in chi non ha chiaro cosa sia il Punto di Vista. Ma c’è di più. “Lanciare uno sguardo”, così come “sbirciare”, sono universalmente considerate azioni e non percezioni, perché sono atti compiuti intenzionalmente. Quindi, volendo, possono essere riferiti anche al Punto di Vista (anche se non bisogna abusarne).