‹‹Mati…sono io. In realtà non so nemmeno se riesci ancora a riconoscermi. Bè… volevo solo dirti che… insomma, mi piacerebbe rivederti. Ti lascio il mio numero. Magari, richiamami se…ti va. Ciao. Papà”.


Il messaggio si interrompe esattamente qui. Ogni volta. Non una parola in più, né una in meno. Per venti anni ho creduto che la sua voce mi frullasse nella testa. L’ho vista prendere vita nei miei sogni. Per tutti questi anni ho guardato fotografie che non parevano mai mute, mi entravano nella testa assordanti per poi mescolarsi tra le budella. Ho passato la vita ad incollarle alle pareti delle case in cui ho traslocato, delle stanze che ho cambiato. Ogni volta quel puzzle di vita sull’intonaco mi restituiva un suono che mi rassicurava, come fosse una grande tastiera musicale appesa al muro, dalla quale io potevo ancora riascoltare quel ‹‹attenta tesoro,potresti farti male››, ‹‹ sogni d’oro, amore ››,

‹‹ domani vengo a prenderti io a scuola››.

Quella esse forte, che, quando pronunciata, sembrava cambiare il senso delle parole, quella erre mangiucchiata tra i denti, quella zeta che moriva sul palato. Forse una particolare diversa impostazione della lingua, mi dicevo.

Rimetto su il nastro della segreteria. Ancora e ancora e ancora. Come se ogni volta quei suoni pungenti potessero spuntare fuori da un momento all’altro ma non succede mai.

‹‹Mati, sono io›› stacco. Riavvolgo. ‹‹Mati , sono io ›› stacco. Riavvolgo. Stacco, riavvolgo,stacco, riavvolgo, stacco, riavvolgo, stacco, riavvolgo, stacco, riavvolgo. Sempre più nervosamente. In un circuito incessante e continuo. Fino a che l’aggeggio non diventa incandescente e mi cade dalle mani.

Per tutta la vita ho aspettato questo momento e ha il rumore sordo di un apparecchio che cade sul pavimento di terracotta.

Non riconosco la sua voce. Non riconosco la voce di chi mi ha messa al mondo. Mi lascio scivolare lungo la parete, il peso del mio corpo sposta il ricevitore. Davanti a me, il puzzle di foto sulla parete. Mio padre non ha la voce delle canzoni degli 883 cantate a squarciagola quel pomeriggio d’estate al ritorno dal mare, non ha il suono delle risate dopo i bignè caduti sulla camicia quella sera sul lungomare, e nemmeno quello delle urla dopo la nostra vittoria al beach volley.

La mente mi ha teso un grosso inganno. Mi gira la testa. Mi manca l’aria. Mi alzo di sbotto e mi avvento sul puzzle di falsi suoni. Strappo via la carta dalle pareti con tutta la forza che mi esce dal corpo. Non sei tu. E le unghie strappano. Non sei tu e le mani annaspano. Ogni foto che tiro via è un grammo di respiro in più che mi pulsa nei polmoni.

Quando anche l’ultimo falso suono viene via, mi fermo davanti alla parete vuota. Mi asciugo le lacrime coi polsi e tiro su col naso. Con le dita lentamente traccio i contorni delle chiazze bianche lasciate dalla vernice venuta giù.

Non sei mai stato tu.

Esausta mi lascio cadere tra le fotografie. Ho il fiatone ed il cuore sembra voler fuoriuscire dal petto. Allungo una mano e prendo una diapositiva a caso : è quella in cui mio padre ride a crepapelle perché gli sono caduti i bignè al cioccolato sulla camicia. Era la sera in cui aveva deciso di portarci a passeggiare sul lungomare, prima di lasciarci sole e scomparire nel nulla.

Con l’altra mano cerco , a tastoni, il ricevitore. Lo trovo e premo il pulsante.

‹‹Mati…sono io››. Osservo la foto e l’accarezzo sorridendo tra le lacrime. Non ci sono più suoni. E’ finalmente muta. Una fotografia dannatamente muta, che sa di libertà.


‹‹ mi piacerebbe rivederti. Ti lascio il mio numero. Magari, richiamami se…ti va. Ciao. Papà ››