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Avventura

Favola antica

Di eli
Pubblicato il 24/10/2019

La nebbia confonde la realtà

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“Cerchiamo i funghi!” disse Elia scrutando tra le frasche, i suoi occhi s’erano fatti piccoli come capocchie di spillo.

“Non so riconoscerli” risposi io. “Ti insegno.”

Abbandonammo il sentiero e scendemmo nel bosco. Il tappeto del sottobosco era difficile da penetrare con lo sguardo, le radici affioravano dal terreno in grossi nodi circondati da un fitto intreccio di foglie dalle mille tonalità.

“Alice, guarda! Questi sono buoni!”

Strizzai le palpebre e ridussi gli occhi a fessure, come avevo visto fare ad Elia. Scostai gentilmente i mucchi di foglie intorno ad ogni ceppaia. “Li ho trovati!” urlai trionfante “e ci sono anche delle castagne giganti”.

Indossavo un piumino color senape di qualche taglia più grande con due ampie tasche. Spostai nel taschino dei jeans un accendino che avevo trovato in una tasca e cominciai a riempirle di castagne. 

Raggiungemmo il crinale, dove il bosco finiva in un campo di erba medica in cui s’era infiltrata qualche pianta di camomilla. L’erba aveva un colore grigio-verde, metallico, e rifletteva l’aria lattiginosa.

Sullo sfondo il profilo di una vecchia cascina spuntava dalla nebbia, il corpo era rettangolare e si appoggiava delicatamente al pendio.

Ci avvicinammo e vedemmo le finestre chiuse da malconce persiane verdi, al piano terra la vite vergine si aggrappava ai telai di legno abbracciando con le sue liane le poche assi rimaste integre e colorando il verde di sfumature rosse.

“Guarda, c’è una finestra sfondata”.

Ci affacciammo e scorgemmo una scala e una stufa di ghisa a 4 fuochi, che sembrava aspettare l’arrivo dei commensali.

“Quand’ero piccolo qua ci abitava una vecchia, tutti in paese dicevano fosse una strega. Io venivo qua di nascosto e lei mi offriva sempre l’acqua della fontana da un grosso mestolo.”

“Perché pensavano fosse una strega?”

“Da giovane perse una figlia e si rinchiuse nella sua casa in paese. Dopo un paio d’anni ricomparve stringendo al petto una bambola il cui viso era identico a quello della figlia scomparsa. Sembra che abbia gridato: - Ritornerà e non mi lascerà più! – e si sia rintanata in questa casa nel bosco.”

“Povera donna…”

“Ehi Ali, quella porta è aperta…entriamo?”

“…”

“Non fare la fifona”.

Seguii riluttante Elia ed entrammo in una camera avvolta nella penombra, sembrava spoglia. La stanza della stufa era l’unica illuminata dalla luce che entrava della finestra sfondata, non c’era molto di più di quello che avevamo già visto: qualche straccio e dei vasetti di vetro.

“Saliamo, fifona!”

La scala finiva in una stanza dove poca luce filtrava dalle persiane fendendo l’oscurità polverosa. Due porte rompevano la monotonia del muro di destra: erano di legno, con dei pomelli in ottone.

“Dividiamoci” disse.

Appoggiai con poca convinzione il palmo sul pomello e la porta si aprii senza cigolii. La stanza era buia, scorsi a malapena l’ombra di una sedia. Tirai fuori il cellulare, attivai la torcia del telefono e feci un respiro profondo. La sedia si trovava vicino ad una culla che dava l’impressione di non essere mai stata utilizzata. Mi immaginai la strega seduta a cullare il simulacro della figlia morta. “Ad ascoltare le storie di Elia finirà che non uscirò più di casa” mormorai. 

Il fascio di luce illuminò i piedi di un letto, non c’era traccia di polvere, come se il tempo si fosse fermato. Un comodino riposava sul lato destro e non c’era nessuna lampada. All’improvviso la torcia si spense. Fine della batteria. Frugai nel taschino dei jeans e ritrovai l’accendino, feci scattare la rotella e un cerchio di luce tremula si irradiò dal mio pugno. Mi avvicinai alla parete, dove uno specchio, che sovrastava un cassettone, mi restituì l’immagine della parte illuminata del mio volto. I grandi occhi marroni scrutavano il buio al di sotto di una lunga frangia di capelli rossi. “Fifona” pensai. E lo pensai con la voce di Elia.

Passai l’accendino nella mano destra e notai un oggetto sul ripiano del mobile, mi avvicinai di un passo e la luce colpì il volto di una bambola: aveva i capelli rossi, una lunga frangia ed era infagottata in un cappottino color senape troppo grande per lei, le cui tasche sembravano piene fino all’orlo. Coi suoi grandi occhi marroni fissava la mia immagine nello specchio. Urlai, e vidi il volto della bambola contorcersi nel mio stesso grido. Feci cadere l’accendino che si spense e rotolò sul pavimento. Mi voltai verso la lama di luce proveniente dall’ingresso con l’unico pensiero di correre via di lì, ma qualcosa mi afferrò le caviglie e strinse forte. Gridai più forte, con tutta la disperazione che avevo in corpo. 

In controluce vidi la sagoma di Elia e le sue mani mi afferrarono e mi trascinarono fuori dalla stanza. Volammo giù dalle scale e, una volta fuori, continuai a correre. 

“Si può sapere che è successo?” lo sentii urlare, ma ormai ero troppo lontana e volevo solo tornare a la valle, dove la nebbia non c’era e la ragione regolava ancora le cose del mondo.

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Pennina bianca ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Zeta Reader ha votato il racconto

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Rigel ha votato il racconto

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gradevole pseudo horrorSegnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Editor

La narrazione in prima persona al passato forse toglie un po' di pathos e rischia di ridurre il racconto ad un ricordo. Buona la scrittura.Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Meglio nella seconda parteSegnala il commento

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Leiber Fritz ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Mi ha fatto davvero paura, per qualche attimo....ma dovresti migliorare la prima parte. Finale discreto...Segnala il commento

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di eli

Esordiente