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Narrativa

Fendendo l’acqua come squali

Di Bah - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 04/05/2019

Un'infanzia a Procida

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Mia madre mi raccontava che avevo origini in comune con certi eroi mitologici come Achille, che aveva combattuto impavido una lunga guerra, Eracle, che aveva vinto mostri fantastici o Enea, che aveva fondato Roma. Perché, anche se ero femmina, per metà ero figlia di un dio, un dio venuto dal mare.

Non ho mai saputo chi fosse mio padre. Nessuno lo sapeva sull’isola.

- Ninetta! -, apostrofavano mia nonna per la strada le comari - Ma com’è stato che tua figlia aspetta un bimbo? Mai la si vide in compagnia di un uomo -; e quando lei tirava dritto senza rispondere, proseguivano - Cosa fu, Immacolata Concezione? -.

Mia nonna aveva cercato di farsi dire con chi era avvenuto il fattaccio, ma mia madre serrava la mascella e scuoteva la testa. Nel frattempo le comari avevano preso a segnarsi al suo passaggio, ma lei se ne andava a testa alta, come una regina.

Effettivamente mia madre, quando si inginocchiava in Santa Maria delle Grazie Incoronata, illuminata dal fascio di raggi che filtrava dalla finestrella sopra l’altare, pur con quei capelli ricci e neri, quell’incarnato bruciato dal sole, quegli occhi della stessa tonalità dell’arena della Chiaiolella, poteva sembrare una versione in bianco e nero della Vergine Maria.

E a dire la verità, le comari non avevano tutti i torti quando accostavano mia madre alla Beata Vergine: io sono nata in una stalla, come Gesù. Perché l’Ape sulla quale mio nonno aveva caricato la figlia piegata dalle doglie aveva appena imboccato la Salita del Castello in discesa, verso l’ospedale, quando io ero affiorata dalla sua vagina come una sirena dalle acque. Così la partoriente era stata accomodata in fretta nella costruzione più vicina: una stalla, appunto.

E a mia madre, che per mesi aveva ingoiato gli insulti che le salivano dalla bocca dello stomaco di fronte alle comari che si segnavano, era bastato darmi un’occhiata per decidere di chiamare quella figlia del peccato Concetta Immacolata, in sfregio.

Le prime voci sulle mie origini mi volevano figlia di un galeotto di Terra Murata, che riusciva ad abbandonare la cella attraverso un antico passaggio, di quelli costruiti nel Medioevo per sfuggire ai pirati. Ma c’era voluto poco, ai compaesani, per capire che non ero una figlia dell’isola: i capelli rossi, gli occhi grigi maculati di giallo e la pelle chiara non s’erano mai visti a Procida.

Alla lunga qualcuno ricordò che l’estate precedente la mia nascita, un gruppo di turisti francesi si era accampato alla spiaggia della Silurenza, e i pescatori che raccoglievano le reti prima dell’alba avevano giurato che la notte, attorno al fuoco, quei corpi nudi e bianchi si erano abbandonati a danze sfrenate, in celebrazione di un sabba.

D’altronde, ero nata con una voglia rosata in mezzo alla fronte e ben si poteva dedurne che fosse il marchio del demonio. E poiché tutto combaciava, per l’isola ero diventata “la Francesa” e mia madre una strega.

Fin da subito i procidani si erano tenuti alla larga da noi, atterriti dalla malasorte che sembrava avere colpito l’isola: un incendio aveva distrutto alcuni dei più bei palazzi lungo via Vittorio Emanuele, dei pescatori sostenevano di avere tirato su con le reti un mostro marino che si era liberato attraverso uno squarcio, una barca si era rovesciata sulla rotta per Capri lasciandosi dietro un ragazzino annegato.

Così mia madre aveva cercato lavoro a Napoli e io crescevo con i nonni.

- Nonno, cosa c’è oltre il mare? -, domandavo indicando il Golfo prima dell’imbrunire, nella luce madreperlacea che ti faceva sentire al sicuro come dentro il guscio di un’ostrica. E lui segnalava Napoli e Sorrento e Capri, visibile solo quando diradava la foschia, e poi Ischia a occidente, oltre Vivara. E io allungavo la mano e mi sembrava di toccarla, quella costa.

Poi era arrivata la scuola. Il primo giorno i compagni mi avevano accolto a sassate. Non contenti, un pomeriggio, sulla via del ritorno, mi avevano sbarrato la strada: tra le dita grasse e sporche di Assuntina Cianciaruso scintillava un paio di forbici. Era stato un attimo: qualcuno aveva raccolto malamente i miei lunghi capelli in una coda e lei aveva tagliato. Neanche a farlo apposta, un paio di giorni dopo, mentre ero sull’aliscafo diretta dal miglior parrucchiere di Napoli, un’epidemia di varicella obbligava la scuola alla chiusura.

Erano stati duri, quegli anni dell’infanzia, tanto che finite le elementari avevo iniziato a studiare a Napoli ed era stata tutt’altra storia. Nessuno sapeva niente delle dicerie che circolavano sull’isola. Non ero più “la Francesa”. Poi avevo lasciato anche Napoli, perché ovunque fossi, me la trovavo davanti, Procida.

Eppure, da questo balconcino di un condominio della Barceloneta, guardo nella sua direzione. So esattamente dove sta, anche se ci separano più di mille chilometri. Lo so con la stessa precisione con cui un musulmano sa in quale direzione volgersi alla Mecca. Con la stessa sicurezza con cui un marinaio, guardando le stelle, ritrova sempre la strada di casa.

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Vincenzo Grasso ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Gabriella Pilotti ha votato il racconto

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Mi è piaciuto molto. È ben scritto, scorrevole, mai banale. Brava!Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Paul Olden ha votato il racconto

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Titolo bellissimo, racconto intenso e ecocativo. Complimenti. Segnala il commento

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Robydrum ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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Irene ha votato il racconto

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Ellerrepi ha votato il racconto

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Federico Santarini ha votato il racconto

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Befana Profana ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Brava!Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Racconti molto bene la storia, con fantasia e originalità Segnala il commento

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Fiorenzo ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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di Bah

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