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Saggi

Fiiga

Pubblicato il 10/02/2019

Le accezioni del termine

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Fiiga

Figa.

Questa parola è un termine gergale, o volgare, che può assumere diversi significati, a seconda del luogo e del contesto.

Il primo, e più conosciuto e diffuso, è quello di un appellativo generico per riferirsi ai genitali femminili, presi nel loro insieme senza alcuna distinzione di ruolo o di forma.

Il secondo, molto usato ma meno del primo, è un modo per indicare una bella ragazza. La ragazza in questione può essere solo bella esteticamente, oppure può essere un misto di bellezza fisica, personalità e portamento.

Nella sua terza accezione, il termine è usato per parlare in maniera generica di ragazze o donne. È spesso usato in frasi che fanno riferimento a descrizioni di luoghi e serve per scoprire se, in un determinato posto, “c’è figa?”.

Il quarto modo per usare questo termine è molto diffuso nelle zone di Milano e Brianza, e viene usato come intercalare:

“Figa, ieri sera sono andato in un bel ristorante in centro.”

Per i più pratici, è usato anche come imprecazione:

“Ma figa!”

Infine, per gli uomini più esperti nel padroneggiare il termine, esso viene spesso usato per sostituire qualunque parola di senso compiuto.

Ad esempio, due colleghi, che si trovano nella cucina dell’ufficio, quando commentano le decisioni prese dal management, possono benissimo esprimersi in questo modo:

“Figa?” (caro collega, non ti sembra assurda questa decisione presa dal management?)

“Eh figa…” (sì, esimio collega, sono pienamente d’accordo, ma purtroppo le cose stanno in questo modo)

In questo suo utilizzo, per attribuirgli il senso voluto, è necessario pronunciarlo nel modo corretto, accentuando la “i”.

Non “figa”, ma bensì “fiiga”.

Più importanza gli si vuole dare, maggiore è l’insistenza sulla “i”.

È buona norma, ma non obbligo, accompagnare le parole da un gesto della mano, un gesto di apertura e cordialità, o comunque usando una gestualità tipica della penisola italiana.

Nell’accezione di intercalare/imprecazione/o parola, il termine raggiunge la sua massima diffusione all’interno degli ambienti aziendali, soprattutto in quelli che si occupano di consulenza o di finanzia, raggiungendo una diffusione di una volta ogni quattro parole.

Non è difficile vedere consulenti aggirarsi tra i corridoi scambiandosi “figa” di continuo.

Per poter usare il termine “figa” in questa triplice accezione, non è necessario essere nativi di Milano/Brianza, ma basta solo risiedere ed aver contatti, anche sporadici, con persone che ne fanno già uso. Basta sentirlo una volta per poter già iniziare ad usarlo, e passarlo ad altri malcapitati, diffondendolo come un virus, non letale però.

Al di fuori del contesto Milanese/Brianzolo e quello aziendale, il termine viene usato nelle sue accezioni classiche.

Perciò, se un residente di Milano, tanto peggio se consulente, si trova al sud per vacanza, magari in una zona rurale e di mare, l’utilizzo del termine come intercalare crea confusione e smarrimento nelle fasce più anziane della popolazione: le donne anziane del paese si fanno il segno della croce e gli lanciano maledizioni in dialetti per lui incomprensibili, mentre gli uomini lo guardano male, facendogli capire che rischia di essere linciato dalla folla, come se fosse un mostro proveniente da un mondo lontano.

Ma in fin dei conti, da che mondo è mondo, fin da prima che le popolazioni elleniche invadessero la Grecia, sostituendo la Dea con Zeus, non è forse vero che tutta l’esperienza umana gira intorno ad un unico concetto, dalle sue forme più pure e naturali a quelle più volgari e commerciali?

Fiiga.

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di Tomsa

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