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Fine primavera

Pubblicato il 03/06/2018

Il racconto della prima delle notti di fine primavera. L'atmosfera del centro storico napoletano allucinato, un carosello vissuto ogni notte come un parco giochi senza biglietto d'entrata.

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Io me la ricordo, veramente, quell'aria dolce che rischiarava il mio viso stanco. Lo sguardo di un animale rintanato in una gabbia.

Come con le cose di cui mi vergogno, vorrei strizzare le palpebre e ricacciare indietro quelle immagini, dire quel giorno come se non l'avessi mai vissuto, come se non mi fossi avvicinata sempre più alla gabbia vuota. 

Davanti allo specchio di casa, quando mi sono vestita per i suoi occhi, quando ho parcheggiato il motorino nel vicolo accanto casa sua, il divano su cui dormiva. E lui che mi accoglieva con una bottiglia già aperta di Morellino; terribile, lui e il vino

Voleva parlare con me, dopo mesi che si faceva menare per il cazzo, lui voleva parlare di niente e io non ce la facevo nemmeno a guardarlo negli occhi.

Eppure quella sera, già afosa a fine maggio, non ho bevuto.

Alle undici Nana mi chiamava dalla piazza: scendiamo, senza Morellino, ti prego.

Aria di eccitazione bestiale, anime caleidoscopiche tutt'attorno, puzza di ormoni sgelati. Fine primavera, occhi inquieti, i miei primi.

Non lo so, ora, come abbiamo fatto a finire alle quattro di mattina ancora per la strada.

Forse, con Nana, ho bevuto una Peroni 66; nient'altro. Pensavo d'essere serena, quasi senza dover perdere il controllo, senza recitare, forse non ti ho pensato neppure così tanto. Ma non è vero, ho visto Gabriele che sbucava da un vicolo e si sono spente le luci in sala, ecco che la mia farsa aveva l'unico personaggio atteso; la tua ombra attaccata ai suoi piedi, quella di Alessandra attaccata ai miei. 

E gli ho pianto in faccia, al tuo missivo, mentre mi indicava con gli occhi l'altro protagonista della pantomima, lui che a torso nudo nel mezzo della piazza portava fiero il mio K-way fucsia aperto sul petto, stava bene. Era forse quello il momento in cui ho voluto sinceramente scoparmelo.

- Anche Alessandra fa come fai tu?

- Perchè che faccio io?

Come se lui non lo sapesse, come se non gliel'avessi detto proprio io come so di essere: una debole, vendicatrice pusillanime che vaga in strada offrendosi perché quel passante solo, tra tutti, la vedesse darsi; salire a casa e non aver avuto il coraggio di guardarsi nello specchio dell'ascensore.

E alla fine, già rischiarava, sono stata io a invitarlo a casa.

Alle cinque e mezza, seduti fuori al balcone, ho sentito la gabbia chiudersi dietro si me.

In trappola, docile, il sole appena sorto sui tetti sdruciti di questo cortile napoletano, la famiglia strilankese, l'unica già sveglia, muoversi di fronte; sono seduta a terra, la testa abbandonata sulla sedia impagliata.

Tutto fermo, l'agitazione è finita, non provo a scappare, sono serena.

Mi cercano ricordi delicati della mia Ischia d'infanzia, come quando sogno, guardare il mare dalla persiana socchiusa, l'ombra del pergolato, l'avanzare dei fiori viola nel verde del burrone incolto.

Non potrei giurarci, ma, mentre lui passava una mano innocente tra la schiena e il fianco sono stata io a strusciarmi su di lui. Sono stata io a decidere che bisognava farlo, di mattina, da sobria, assonnata, il vestito alzato all'ombelico.

Alle prime carezze stavo già piangendo.

Sentirsi male e il divano che cigola, scivolare a terra, il deserto arido del mio piacere, come il fruscio di due foglie secche che sfregano l'una contro l'altra.

Credo di averti provato a fingere, ma i singhiozzi si sentivano al di sotto dei gemiti. Ti giuro, avresti avuto pena per lui.

Faccia a faccia le lacrime erano inequivocabili; buttata a terra, nuda sul pavimento lurido, stretta tra le sue braccia sudate a piangere, mi baciava, mi baciava il petto impazzito, mi baciava i singhiozzi.

L'aria ancora più gialla, la calda mattina, le sedie rimaste sul balcone; mi sono rinfilata il vestitino, seduta, senza mutande, con i piedi sulla ringhiera, sto col petto ancora inquieto a respirare male.

Mi da' un bicchiere d'acqua, si muove alle mie spalle per mettere il caffè sul fuoco.

Una lota, ha ragione. Sono proprio una lota, ma i suoi occhi sono dolci mentre mi guarda.

Annego, non so come fare, come dire, non ora, quando, ora non è il momento, non è questo il posto per le parole pesanti.

Sputo solo questo.

- Perché mi vergogno a dirlo?

Mi fissa con gli occhi lucidi, gli è caduta una lacrima sui baffi.

- Perché non ce n'è bisogno.

Con un mezzo sorriso mi accusa d'essere riuscita a farlo piangere, vorrei che mi piacesse, umano com'è.

Finiamo il caffè, fumiamo un po', torniamo sul divano con la serranda abbassata; il sole ora è troppo alto, ha perso quei tratti infantili e reclama un azzurro duro, solido, senza trasparenze. E il bisogno che sento di andare a nascondermi da questo giorno che ci viene a prendere. Mi accarezza il petto, come fossi una bambina e quel seno non esistesse. Prima di andare mi bacia e io lo ricambio senza timore.

Alle dieci, in casa ancora tutti addormentati, tu mi mandi un messaggio, stasera suoni, se voglio l'evento è una figata.

Quando alzo gli occhi ho raggi di luna al posto delle iridi. 

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