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Narrativa

Finestra

Pubblicato il 22/08/2021

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Le parole erano rimaste tra le pieghe dei vestiti sparsi per terra, nelle bottiglie vuote sul tavolo, dentro i cartoni di pizza e nelle croste fredde della notte passata; e forse era per questo che non sapevano più cosa dire.

Nudi sul letto fissavano immersi nei loro pensieri una Londra cristallizzata, talmente irreale e immobile in quella luce mattutina da non sembra una finestra ma un grosso poster appeso al muro.

Lei face un breve tiro dalla sigaretta che fumacchiava di tanto in tanto e lasciò che il fumo le annebbiasse la vista,

"A volte non ti sembra che la tua vita sia esattamente come quella finestra?"

"Mh?"

Rispose debolmente lui mantenendo gli occhi fissi alla vetrata, con entrambe le mani dietro la nuca a sorreggere la testa che altrimenti avrebbe appoggiato sullo spigolo della testiera del letto.

"Hai sentito..."

"No, davvero. Cosa hai detto?"

"Lascia perdere."

"No, non lascio perdere. Dimmi."

"Non ti sembra tutto immobile?"

"Come immobile?"

"Non credo sia tanto difficile come concetto, eh?"

Non sopportava ripete i concetti che tanto si era sforzata di dire, non perché fossero complimenti ma perché aveva combattuto con se stessa per riuscire a pronunciarli e non sotterrarli di nuovo sotto l'ennesimo mucchio di promesse di dirle prima o poi e perciò la cosa peggiore che le potesse capitare era che, una volta dissotterrate, qualcuno le chiedesse di scavare ancora o, peggio, ricoprirle e scoprirle di nuovo.

Il suo più grosso problema era sempre stato proprio quello: ogni singola volta ("ogni singola cazzo di volta", per essere corretti, avrebbe detto anni dopo in uno sprazzo di rara consapevolezza.) che pronunciava qualcosa di importante per lei era come prendere un bisturi affilato, palparsi piano la pelle morbida in cerca del punto giusto, aprirsi una lunga ferita nella carne crude e, con estrema cura, esporre con la punta della lama un vivissimo nervo scoperto perfettamente funzionante. Non c'era frase che non richiedesse uno sforzo così doloroso e, quindi, capirete bene che il risultato finale non poteva che essere uno: il silenzio. Il silenzio come unica possibilità anche quando vittima, anche quando colpevole. Non c'è esercizio al dolore, non ci si abitua al dolore e l'unico modo per vincerlo è evitalo; scappare è vittoria, lottare è sconfitta.

"Ho capito, sì. Ma perché dici così?" Continuò lui.

"Non sono andata da nessuna parte e non credo mi muoverò in futuro."

Lui si girò stupito scoprendo le gambe nude prima coperte dal lenzuolo bianco, il che gli donò un'inaspettata toga romana.

"Ma che cazzo dici? Sei qui a più di duemila chilometri da dove eri partita e, soprattutto, con me!"

Non si scompose molto davanti all'evidente cazzata che le aveva propinato, d'altronde lo sapeva benissimo, grazie al grosso ego che lo teneva letteralmente in piedi lui aveva questo splendido dono di omettere dettagli, ignorarli o persino piegare la realtà a seconda di come gli facesse comodo. All'inizio lei era convinta che fosse un'azione consapevole che, per quanto dolosa e spesso crudele, faceva di lui una persona estremamente intelligente capace di ottenere ciò che voleva da situazioni che, spesso, andavano controcorrente - ma il tempo gli aveva fatto capire che non c'era alcuna consapevolezza, era una sorta di deficit, non riusciva proprio a vedere nulla che non servisse alla sua mera e sola sussistenza o interesse. 

Avrebbe voluto articolare il discorso, fargli vedere che era ovvio che non intendeva uno spazio fisico ma qualcosa di più ampio che andasse dalla realizzazione personale, per passare dal vedere paralizzata il tempo passare sino al muoversi talmente tanto da girare in realtà intorno; sapeva che era tutto inutile e si limitò a:

"Ma vaffanculo." 

E fece un tiro di sigaretta.

Lui che fino a quel momento era rimasto girato a guardarlo in attesa ritornò nella posizione precedente a guardare la finestra e, nel silenzio, Londra sembrava essersi svegliata. Come piccoli modellini due autobus rossi a due piani passavano in direzioni opposte e le persone si muovevano in percorsi apparentemente casuali,

Almeno loro stanno andando da qualche parte?

Si fece la domanda ma non le importava avere una risposta.

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Maceto Pobbi ha votato il racconto

Esordiente

Accidenti se scavi nelle persone! Bella introspezione, e anche i dialoghi sono realistici e denotano ottimo spirito di osservazione. Solo il contenuto è un po’ triste, velato da un pessimismo che lascia un po’ di amaro in bocca.Segnala il commento

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Franco Battaglia ha votato il racconto

Esordiente

Non sono d'accordo sul dolore ("scappare è vittoria, lottare è sconfitta"), non hai considerato il farci amicizia. ;)Segnala il commento

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. ha votato il racconto

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azzurro_90 ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

A me il soggetto è piaciuto. Se posso dirlo, toglierei una parte, quella in cui spieghi dell'ego di lui. Non ne parlerei, troppo spiegone, piuttosto lo farei emergere dalla continuazione del dialogo, che mi sembra molto efficace. I dialoghi sono un incubo, per noi mestieranti, approfittane se ti riescono bene!Segnala il commento

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di Ma Chi?

Esordiente
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