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Narrativa

Finestre

Di Maurizio Ferriteno - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 26/10/2018

Una finestra può essere protagonista di una nuova vita. O di una vita che cambia. Per sempre.

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“Idiota! Sei un idiota!”

“…”

“Se non cadi da solo, vengo su e ti aiuto io a cadere da quel davanzale.”

“Dai Pietro lascia perdere, andiamo su. Dammi la mano, fa freddo, andiamo, ti prego.”

“No Rosa, non si può sempre lasciar perdere. Quello lassù: Dico a te lassù hai capito?! Quello lì avrà pure una famiglia, no?, magari dei figli. Ce li hai dei figli tu, eh, imbecille?”

“Du Arschloch…”

“Lasci stare la prego, stia attento piuttosto, è tutto ghiacciato. Pietro fa meno cinque, andiamo a fare colazione.”

“Appunto fa freddo, è tutto ghiacciato e quello lì: Quello lì!? Devi proprio stare in piedi sul davanzale della finestra a pitturare? Capisco che la tua vita sia inutile, ma devi porvi fine in pubblico?!”

“Bitte, signora. Io devo lavorare.”

“Sì, sì ce ne andiamo!”

“Non tirarmi per il braccio Rosa. Vengo, vengo via, tanto cosa vuoi che capiscano quelli come lui: Un Fico-Secco, ecco cosa capite voi della vita! Non tirarmi Rosa. Vengo. Non capiscono niente, non si meritano di vivere. Andiamo, andiamo, dov’è che volevi andare? Ah, sì, a prendere la cioccolata calda al bar. Piaceva al nostro Marco. Ricordi?”

“Certo”

Sotto braccio l’uno all’altra, non si sa bene chi regge chi, camminano Rosa e Pietro. I marciapiedi bianchi di neve, appena caduta durante la notte sopra il ghiaccio solido ed infido delle due settimane centrali di Gennaio. Pochi incerti passi più giù c’è l’insegna de: “Il Caffè Italiano”, che lo sapevano non era italiano, ma Andreas il proprietario era tanto gentile. Si faceva chiamare da tutti Rocco. Alimentava il mito, l’immagine, diceva.

“Rosa! Pietro! Guten Morgen! Buon giorno” dice Rocco vedendoli entrare. “Pensavo non venite, ja?” Stringe la mano di Rosa con due delle sue. Sorride amichevole come sempre. Guarda Pietro che non si sa dove guarda dietro i suoi occhiali grandi fumé, il cappello tipo Sherlock calato sulle orecchie. Fa un cenno di mento a Rosa, come a dire: cos’ha? Rosa scuote la testa e si toglie il cappotto e lo toglie al marito.

“Andate, vostro tavolo è libero. Ho fatto un panettone, al bacio!” Chissà dove impara quelle espressioni Andreas. “Piace a tutti Panettone, no? Anche dopo Natale.” Sparisce dietro una porta.

Rosa e Pietro seduti sui divanetti bordeaux. Lei gli stringe le mani, con una specie di cura come si fa quando si tiene una coccinella o un grillo. Lo guarda, gli guarda il ciuffo bianco tra i capelli ancora quasi tutti neri nonostante l’età avanzata. Dal centro della testa, una striscia argentata larga tre dita nette scende verso l’orecchio destro. Era comparsa tra quei capelli corvini in una notte. Quindici anni prima.

Rocco compare al tavolo oscillando due vassoi. “Ecco vostre cioccolate! E mio panettone, al bacio!” Dispone tutto in bell’ordine e fa per andarsene.

“A cosa è servito?” Pietro chiede non si sa a chi. Rocco comunque si ferma e incrocia le mani dietro la schiena.

“A cosa è servito leggere tutti quei libri? A cosa è servito imparare a disegnare?!” Pietro batte un pugno sul tavolo. La superficie della cioccolata è gelatinosa, lucida ed ondeggia.

Le pupille grigie di Rosa tremolano guardando Andreas. “Fuori c’era un uomo, un operaio sulla finestra, in piedi senza sicurezze. E quindi sai…”

“Klar, capisco.” Dice Rocco. Sistema di qualche millimetro il piattino con il panettone. Pulisce con il fazzoletto il tavolo e va via.

Lo specchio a parete, grandi smarginati aloni del tempo, rimanda l’immagine di Rosa da un altro mondo. Si sistema istintivamente una ciocca di capelli caduti dallo chignon. Non avrei mai pensato di invecchiare così bene. Si osserva gli zigomi, quasi senza rughe, eppure non ho mai fatto il botulino, ma qualcuno me lo chiede.

“Trent’anni Rosa. Ci abbiamo parlato per trent’anni con Marco. Lo abbiamo costruito un pezzo alla volta.” Rosa alza entrambe le sopracciglia. “Sì ha fatto anche da solo, ovvio. Tutte quelle sere: libri, giornali, matite. Le matite. A che è servito Rosa?”

Lei rotea il cucchiaino nella cioccolata in piccole spirali che si muovono come minuscoli uragani su tutta la superficie. Poi alza gli occhi: “Sono passati quindici anni Pietro. Siamo venuti qui, per…”

“Non lo dire! Non dire quella parola! Dimenticare? Ma cosa?, che anche dopo tutti quei libri, quel parlare. Insomma era un uomo completo no? Gli era venuta la voglia di capire. Il mondo, la gente, ma ci pensi? Disegnava dei fumetti per capire e far capire il mondo. Viaggiava. Per capire il mondo.”

“Non so dove,…”

“Non è bastato. Doveva sedersi sul davanzale lui. Doveva tirare via quel nido di vespe, del nostro casale in Toscana. Non era nemmeno suo il casale. Era nostro. Aveva trecento anni, il casale. E lui, quel giorno. Il nido di vespe. La finestra.”

Rosa non risponde e non guarda. Pietro beve la cioccolata. Poggia la tazza ed un baffo marrone gli circonda le labbra. Rosa vorrebbe proprio ridere ora, e cerca dietro gli occhiali grandi e fumé di Pietro, dietro quelle due grandi finestre oscure, gli occhi del compagno con cui rideva quindici anni prima.

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Violeta ha votato il racconto

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Fiorenzo ha votato il racconto

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Mi ha fatto male. Bello.Segnala il commento

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annaccia ha votato il racconto

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Viola ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

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Grazia Ferro ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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"lei gli stringe la mano...come si fa con una coccinella o con un grillo".....bellissimo...Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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Demetrio Pedace ha votato il racconto

Esordiente

Che belli i dialoghi.... Segnala il commento

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Dalcapa ha votato il racconto

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Bello e ben scritto. Molto scorrevole e coinvolgente. Buon ritmo e belle atmosfere.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Germana Caranzetti ha votato il racconto

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di Maurizio Ferriteno

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