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Noir

Flamenco pulp

Di Dom
Pubblicato il 26/06/2018

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Lo spettacolo è appena iniziato. La donna sul palco trafigge il pubblico col suo sguardo appassionato. Il ritmo flamenco diventa il nostro tempo, i palmi delle mani sono clessidre. “Sentono il duende, lei e il chitarrista. Guardali, stanno scalciando in equilibrio sullo stesso filo” mi spiega Alberto, rapito dall’inferno di pathos e polsi e tacchi che sta tirando giù il bar dalle fondamenta. La ballerina avrà una quarantina d’anni. Il suo corpo cresciuto in abiti a balze e pois trasuda sensualità e comando. Riesco a non guardarla solo per qualche istante, quando abbasso gli occhi sul nostro tavolo e noto una goccia di vino sul legno. Una goccia intatta, vibrante, come se la danza si stesse svolgendo sulla medesima superficie nodosa. Alberto vi poggia un dito sopra e la scompone in una macchia umida e disordinata.

“Quello che ti ho raccontato qualche giorno fa è vero – mi sorride, accarezzandomi la mano – non sono dispiaciuto che mia moglie sia morta. Pensi di poter vivere con un uomo così sincero?”. “Cosa ti aspetti che ti dica?”. “Che mi ami così come sono”. “Così come sei, nel senso di sincero o di crudele?”. “Entrambe le cose”. Il suo sguardo si raggela. E io non sono più così sicura di aver fatto bene a mostrarmi infastidita dal poco rispetto che ha avuto per la moglie. Sorseggio il vino nel mio bicchiere. Lui ricomincia a fissare la ballerina, perso nei suoi pensieri.

Non è strano che quest’uomo sia stato il primo sospettato dell’omicidio. E non solo perché era il marito. Non solo perché la miliardaria tra i due era lei. No, in lui sono presenti anche delle caratteristiche che lo rendono spesso una calamita per l’odio e per il sospetto altrui: è sicuro di sé tanto da sconfinare nell’arroganza, è stato un fedifrago e un vizioso, è un bugiardo che si crede incredibilmente sincero. Quando ha trovato la moglie con la faccia sulle lenzuola blu, mentre si allargava in una macchia senza forma, è rimasto lì a guardarla, impassibile, per qualche minuto. Probabilmente sotto shock, ma non ne sarei così convinta. Solo dopo averla osservata attentamente, aveva preso il telefono e aveva chiamato la polizia: “Mia moglie ha un coltello da cucina conficcato nella schiena. Hanno aperto la cassaforte". Sono passati poco più di due anni da allora. Solo pochi giorni fa, però, ha ammesso di odiarla. Di amarmi, invece, ancora non se la sente di ammetterlo. Chiede conferma dei miei sentimenti, ma non dichiara i suoi. Dopo cinque anni insieme, dopo tutto quello che è successo e che abbiamo dovuto affrontare.

“Non ho mai capito una cosa della notte in cui è morta Sandra – riprende a parlare, come se mi leggesse nel pensiero – non ho capito perché il ladro ha preso quel poco che c’era in cassaforte e la fede che aveva al dito, ma ha lasciato perdere la collana di zaffiri che stava indossando. L'avrebbe potuta sfilare senza difficoltà, una volta uccisa”. “Non saprei. Se ci avesse pensato la polizia a questo dettaglio, tu saresti ancora un sospettato o peggio, in prigione. Il furto sarebbe sembrato una copertura”. “Non lo è?”. “Non lo so, Alberto. Tu credi?”. “Ultimamente, riaffiorano dettagli di quella sera a cui non avevo fatto caso. Ad esempio, a quanto è stato facile chiamarti al cellulare. A casa di tua sorella, in mezzo ai boschi, non c’è mai linea, ma ti ho trovata subito”. Le sue pupille mi esaminano, metto a fuoco la certezza di essere stata una stupida. D’altronde, non sono una professionista, sono solo innamorata e piena di rancore. Mi tiene per un polso, ma non oppongo resistenza, fingo ancora tranquillità, per prendere tempo. “E poi – continua stringendo più forte – c’è quel tuo modo maniacale di sfiorare i libri in fila su uno scaffale. C’erano macchie di sangue e nessuna impronta”. Mi piace toccarli con un solo movimento, in sequenza, come se fossero tasti di un pianoforte da far vibrare, dal primo all’ultimo, in un unico lineare suono.

Due imperdonabili errori. Non uno. Due.

Provo a staccare il braccio dalla morsa, mi alzo guardandomi attorno, mi agito insieme alle ellissi disegnate dalle braccia della ballerina. Lo vedo fare un cenno con la testa a un uomo appoggiato al bancone del bar. Viene verso di noi, dietro di lui ci sono altri tre uomini. Credo che la mia carriera da assassina finisca qui. Ma non significa che io e Alberto ci lasceremo. Questo non accadrà mai.

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Riccardo Camplani ha votato il racconto

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finale un po' frettoloso, peccato.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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....peccato che l'inizio sia così diverso dal resto, e che la fine sembri frettolosa, perché il resto è buono; secondo me.Segnala il commento

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LOU ha votato il racconto

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