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Noir

Forse erano 36

Pubblicato il 31/12/2020

Un paziente poco paziente.

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«Quindi, mh… Fino a ieri quanti ne ha uccisi?»

Alza gli occhi dai fogli e mi guarda.

«Tre.»

La sua faccia è inespressiva. Annuisce una sola volta e torna sul quaderno che ha davanti. La penna inizia a scorrere sulla carta.

«Ma non l’ho mai fatto a posta» aggiungo.

Mi fissa di nuovo, questa volta le sopracciglia dietro gli occhiali si sollevano di poco.

«Mai… fatto… a posta» sussurra, mentre le stesse parole riempiono la prima riga della pagina.

«Forse una volta sì.»

Si ferma, appoggia la penna e si toglie gli occhiali.

Lo ammetto, vista dall’esterno potrei sembrare calma, ma mi sto rompendo le palle a stare su questa sedia scomoda davanti a un tale deficiente. Sarà pure un dottore, ma è un deficiente.

Quando smetto di pensare noto che ha i gomiti pelosi sulla scrivania e le mani intrecciate sotto il mento.

«Va bene» dice calmo. «Mi racconti com’è successo.»

«Quale dei tre?»

«Tutti e tre, se possibile.»

Respiro a fondo e mi sistemo meglio sulla sedia. Non che il culo mi faccia male davvero, ma vorrei piantargli la penna nel naso e andarmene.

«Ehm… la prima volta stavo tornando in soggiorno. Le porte di casa mia sono di legno, sono pesanti, poi d’inverno con l’umidità si gonfiano e… insomma, bisogna spingerle forte per farle chiudere. E poi comunque quando sono gonfie non restano spifferi, ecco. Cioè, si incastrano proprio bene.» Mi accorgo che sto divagando, ma come altro lo capirebbe, questo idiota? «Non ho visto che il gatto era dietro di me, quindi ho dato una spinta alla porta proprio mentre stava entrando e gli ho chiuso la testa e… sì, insomma, credo che gli si sia spezzato il collo. Non ha nemmeno fatto in tempo a dire miao.»

Sono esausta, per tutto questo parlare. Lui aggrotta la fronte e annuisce, ma non sembra molto convinto.

«E gli altri due?»

«Il secondo l’ho spaventato mentre dormiva sul davanzale della finestra aperta, tanto per scherzare, però è volato giù. Lui ha fatto in tempo a dire miao. Abito all’ultimo piano, quindi un miao molto lungo.»

D’istinto tiro dentro le labbra. Il dottore in tutta sorpresa fa lo stesso, ma a differenza mia per contenere un sorriso.

Dovrei sentirmi sollevata o dovrei preoccuparmi? Perché ha voglia di ridere? Il mio sguardo serio contagia il suo.

«Bene. E l’ultimo? È lui il gatto che crede di aver ammazzato di proposito?»

Faccio sì con la testa.

«Me ne parli.»

«Stavo cenando e lui continuava a salire sul tavolo, gli dicevo di scendere e gli davo una pacca sul sedere, ma lui saliva di nuovo, quindi alla fine l’ho preso per la coda e l’ho lanciato contro il muro.»

Di colpo abbassa gli occhi sul quaderno. Si gratta la testa, io inizio a pensare che quel gatto mi era sempre stato sul cazzo.

Il dottore si copre la bocca con la mano, sempre fissando i fogli, poi la chiude in un pugno che batte piano sul mento.

«Beh… comunque tre più trentuno fa trentaquattro, quindi…»

«Trentuno?» ripeto allibita.

La solleva anche lui e annuisce, tirandosi indietro finché le spalle incontrano lo schienale della sedia. Incrocia le braccia sul petto.

«Lei ha ucciso un’intera colonia di gatti…» dice guardandomi di nuovo.

Imbarazzata, mi gratto il collo dalla clavicola fino alla gola. «Io… ecco, sì, è stato un raptus. Non credevo fossero così tanti.»

È perplesso, piega leggermente di lato la testa. «Mh, beh… no» afferma, tornando con le braccia sulla scrivania. «Un raptus è prendere un gatto per la coda e lanciarlo contro il muro perché sale sul tavolo mentre uno sta mangiando. Lei ha svuotato decine e decine di petardi per ricavare trecento grammi di polvere esplosiva e ci ha costruito una bomba carta» spiega con calma. «Una bomba perfetta, tra l’altro, visti i risultati.»

Mi studio le scarpe. Forse ho esagerato.

«Quanti giorni le ci sono voluti per quell’ordigno?»

Non me lo ricordo, ma non voglio ammetterlo: mi prenderebbe per pazza.

«Una settimana» invento.

«Una settimana?» ripete alzando la voce. «E le sembra un raptus?»

Evito il suo sguardo. Avrei dovuto dire tre ore.

«Mi sa dire almeno la ragione del suo gesto?»

All’improvviso torno vigile. Sì, so dirglielo.

«Di notte bisticciavano sempre, era impossibile dormire. Ma soprattutto di mattina la gente del quartiere si fermava a portargli il cibo, e la strada non ha parcheggi, quindi bloccavano il traffico per scaricare i sacchi dei croccantini facendo un cenno con la mano agli autisti in coda, a mo’ di scuse…» alzo la mano imitando quelle decerebrate, «e arrivavo tardi a lavoro.»

Il dottore riempie i polmoni d’aria, io mi ricompongo sulla sedia. Si rimette gli occhiali.

«Non credo che basti a giustificare l’uccisione di trentuno gatti.»

«Quindi gli altri tre non contano?»

Le sue sopracciglia folte si piegano. «Cambierebbe qualcosa?»

«Ora che ci penso sono trentacinque.»

«Un altro?» chiede sbarrando gli occhi.

«Volevo sapere se era vero che hanno sette vite.»

Si toglie di nuovo gli occhiali e si massaggia le palpebre. Sembra esausto anche lui.

Io fisso la scrivania e sospiro. «Se i suoi figli glielo chiedono, risponda che è già tanto se ne hanno una» dico scoppiando a ridere. 

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Redazione ha votato il racconto

Scuola

Caro Agorn, il tuo racconto è stato commentato da Cristina Marconi per la rubrica "La scrittrice che legge". Guarda il video su BellevilleNews.Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Bota ha votato il racconto

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Maurizio Ferriteno ha votato il racconto

Scrittore
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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

Scrittore

Un racconto di grande impatto. Perfetto il ritmo del dialogo cui fa da contrappunto una gestualità precisa e pulita. Una gran bella scrittura!Segnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

Scrittore
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Violeta ha votato il racconto

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terrybu ha votato il racconto

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Bello! Un ghigno. Segnala il commento

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lacalagna ha votato il racconto

Esordiente
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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con Franco e aggiungo: alcuni passaggi hanno bisogno di una revisione della punteggiatura, si ricorre troppo ai puntini di sospensione, alcune ripetizione. Anche io trovo il finale tiepidoSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Luigi Celardo ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Un bel soggetto. Sono d'accordo con Franco parola per parola. Facile è trovare refusi nei brani degli altri, difficile è farli notare con garbo e con il solo scopo di essere davvero utili.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, coinvolgente.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Ironico originale e ben scritto anche se: ‘a posta’ entra male. Non è sbagliato ma persino l’accademia della crusca lo definisce ormai desueto. In ogni caso - come giustamente dice Franco - non toglie valore al racconto. Finale ironico ma tiepido rispetto alle aspettative.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

piaciuto Segnala il commento

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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente
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G Gnupini ha votato il racconto

Esordiente
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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Bello, c’è parecchia qualità, in questo racconto come negli altri due che hai scritto (perché, insomma, “qualità” e “quantità” rimano solo foneticamente). Ti segnalo alcune cose, per eventuali racconti futuri. Scrivi molto bene, quindi non hai bisogno né dei verbi di percezione né degli avverbi di tempo. Li puoi eliminare con uno sforzo davvero minimo, perché, appunto, le frasi sono molto ben impostate. Ti è scappata un po’ la mano con i gerundi nei dialogue-tag (come regola pratica, io faccio sempre un “Trova” con chiave di ricerca “ndo”, per verificare se ho messo gerundi con troppo entusiasmo). Più in generale, i dialogue-tag andrebbero ottimizzati. “Sussurrò” e “interruppe” vanno bene, perché corrispondono ad azioni reali. “Aggiungere” e “ripetere” sono da evitare, perché non esprimono nulla di realmente osservabile. Qua e là ci sono “etichette” (es: “sono esausta”) e pezzettini di “raccontato”, ma nello spazio ristretto di 5000 battute è inevitabile. Per informazione di tutti: EDITARE non significa cambiare ogni tanto una parola qua e là in base ai propri gusti personali (incontrollabili, spesso contraddittori e in definitiva ininfluenti). EDITARE vuol dire garantire la coerenza del testo ai principi generali e alle regole tecniche della (buona) scrittura. Un testo avrà sempre degli "errori". La differenza è se si possono correggere (perché il testo è scritto bene) o se invece è impossibile farlo (perché il testo è quel che è). Questo testo è ottimo, quindi editabile.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

"Alza gli occhi dal foglio", caso mai, come farebbe, di grazia, ad alzare gli occhi da tutti i fogli? L'occhio umano tende a selezionare, non ha una vista multipla, come certi insetti. " a posta" suona molto demodè, anche se è corretto, come del resto accapo. "Non l'ho mai fatto apposta" suona molto meglio, però, ed ha un impatto visivo molto più nitido, oltre tutto. E poi: "Abito all'ultimo piano. Un miao molto lungo." Molto meglio di " Abito all'ultimo piano, quindi un miao molto lungo." Anche il "quindi" poco prima, è superfluo. E ce ne sarebbero vari altri, di questi esempi, a volere essere "precisini". La storia è bella, originale, quasi tremenda, un "noir" senz'altro fuori dalle righe, scritto bene, con un bel ritmo e un finale che sorprende... A me danno poco fastidio, i tuoi "errori", se così vogliamo chiamarli - e potremmo farlo, senz'altro - perché hanno uno scarsissimo impatto sulla qualità del racconto, che ne esce praticamente "illeso" a mio avviso. Volevo solo farti capire quanto sia facile, trovare i peli nelle uova degli altri, mentre mangiamo tranquillamente i nostri, senza accorgercene. E poi, prova ad immaginare come "funzionerebbe meglio", eliminando la frase iniziale, partendo subito in "medias res", senza farlo intendere... "Alza gli occhi dal foglio e mi guarda" "Tre". La sua faccia è inespressiva... etc, etc... Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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di Agorn

Esordiente
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