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Narrativa

Fotogrammi

Pubblicato il 12/11/2020

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La casa è piccola, una sola stanza con veranda esterna. Una costruzione isolata, vicina al mare. È talmente inserita nel paesaggio che sembra fatta di sabbia. La donna l’ha sognata per tanto tempo: un dentro che fosse anche un fuori, un luogo di non appartenenza.

Da bambina, quando i suoi erano ancora sposati, vivevano al secondo piano di un condominio, in un appartamento che a lei sembrava grandissimo. C’era un balcone, che dava sul giardino dei vicini. Un inverno lei e sua mamma avevano trovato un pulcino di tortora, con un’ala ferita. L’avevano curata, nutrita, tenuta al caldo. La tortora zampettava per casa, la seguiva nelle stanze. Poi venne la primavera. Portarono la tortora sul balcone, e quella volò. Un volo incerto - incerta se andare o restare prese tempo, scese nel giardino dei vicini. Quando il gatto nero si avvicinò, la tortora rimase ad aspettarlo - priva di consapevolezza.

Non ci sono foto alle pareti o sui mobili. È convinta che le foto siano inutili, congelano istanti senza anima. 

Ci sono solo cose vere, nella casa, quelle che restano immutate nel tempo: letto, tavolo, sedie, pentole. Alle pareti sono appese tavole di legno di varie dimensioni su cui nel tempo ha pennellato tutte le declinazioni di azzurro: acquamarina, polvere, ceruleo, pervinca, fiordaliso, lavanda, cobalto, lapislazzuli, blu di Prussia, blu egiziano, indaco, oltremare. Così sembra che il mare, da fuori, si rifletta sui muri della stanza.

La casa è sporca, ma priva di cattivi odori perché la donna tiene aperte la porta e le due finestre quasi tutto l’anno: c’è sempre un’aria salmastra, che può essere fresca o appiccicosa. Quando è frizzante la donna è allegra, sente il soffio del maestrale e di solito dipinge; ma le piace anche l’aria pesante dello scirocco, la sua invadente malinconia.

Entrano uccelli volando. Alcuni si posano, altri frullano qualche secondo sopra il tavolo e poi escono dalla finestra. La corrente d’aria sposta batuffoli di peli di cane, sembrano piccoli topi che si rincorrano sul pavimento. Topi veri non ce ne sono, i gatti non lo permettono. I cani entrano ed escono a loro piacimento. D’inverno salgono sul letto e la riscaldano.

La donna si siede su una delle due poltroncine sistemate sotto la veranda. La luce è magnifica. Tutto intorno a lei è bellezza, di quella che ti scava dentro e ti obbliga a costruire immagini, o ricordi sinceri per indulgere al pianto. Si sente invischiata in una ragnatela di solitudine comoda, troppo confortevole.

Deve nutrirsi di dolore per riuscire a separarsi da tutto questo.

Un’estate era in vacanza con i genitori in Calabria - un paesino di cui non ricorda il nome, assolato e polveroso. Il centro era una piazza, rossa di terra e gialla di sole. La piazza era deserta; poco più lontano, trasparenti come ombre, c’erano una donna nera, cioè vestita di scuro, e un bambino obeso, che da lontano sembrava biondo. Camminavano accostati, per andare chissà dove, fuori dal paese.

Entrò con i genitori in un bar, nell’unico bar. I suoi chiesero se potevano avere tre panini. Il proprietario rispose che aveva dei panini già preparati, con la salsiccia cotta.

Fuori, su una panchina al centro della piazza, aprirono i pacchetti: il pane era secco, la salsiccia fredda allegava sotto i denti. Un piccolo branco di cani selvatici, rinsecchiti dalla calura e dalla fame, razzolava nell’immondizia poco lontano. L’odore della salsiccia li attrasse: si avvicinarono guardinghi, muovendosi in diagonale e sollevando il labbro superiore a mostrare la dentatura aguzza. C’era anche un cucciolo, un bastardino nero. Il pelo lungo e arricciato lo faceva somigliare a una pallina, non sembrava un coyote come gli altri. Anche lui ringhiava, ma si avvicinò di più. Aveva zampe corte e piedi grossi. Suo padre disse che sarebbe diventato un cane di taglia grande, per via di quei piedi. La bambina gli tirò un pezzo di pane, e lui si accucciò a sgranocchiarlo.

Quando il cucciolo si avvicinò a lei, al suo braccio teso che finiva con una salsiccia rancida, suo padre scattò una foto. Nell’inquadratura si vedeva il cucciolo allungarsi il più possibile senza spostarsi sulle zampe, con l’illusione che la testa rimanesse indietro insieme al resto del corpo. Invece la testa era vicina alla mano della bambina, la bocca aperta nell’istante in cui afferrava la salsiccia, gli occhi chiusi dal piacere. A guardare la foto, avresti potuto pensare a un cane felice, a un’estate felice, a una famiglia felice.

Più tardi, quando erano saliti in auto, il cucciolo li aveva inseguiti. Correva dietro la macchina con quelle zampette corte che si incrociavano, sembrava una palla da bowling lanciata su una pista sbagliata. Si capiva che ci credeva, di riuscire a raggiungerli. Lei urlava, pregava suo padre di fermarsi, di farlo salire. Non aveva mai pregato più nessuno così, in tutta la vita. Il cucciolo era diventato un puntino nero, poi più niente.

La donna prova ancora la stessa sofferenza di quel giorno, lo stesso rabbioso dolore nella gola, allo sterno: si piega su se stessa per raccoglierlo.

Non sente i passi che si avvicinano, la sabbia attutisce i rumori.

È un uomo giovane, ha un sorriso affascinante. Dice Bello, qui, proprio una bella casetta.

Il cane bianco, misto maremmano, si tiene a distanza e ringhia.

Buono, Cane - dice la donna -, va bene così. A cuccia.

E ci vivi sola, vecchia?

C’è stato un tempo in cui erano in due. Abitavano in città e facevano la spesa al supermercato. La sera guardavano la televisione insieme, e accadeva che pronunciassero frasi che riflettevano i sogni di uno. O dell’altra. Se la prendevano, a volte, col destino. In estate andavano in montagna, più spesso al mare: nelle foto si vedevano i loro visi, sovrapposti a scale cromatiche di verdi o di blu, esprimere una sorta di felicità senza menzogna.

Vuoi da bere? Io sì, un bicchiere di vino mi ci vuole.

Volta le spalle all’uomo e beve il suo vino guardando il mare. Quando sente lo scatto del coltello a serramanico, è felice che lui non le legga in viso la paura.

La linea dell’orizzonte sparisce, finalmente mare e cielo si fondono.

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

fra i tanti animali che nomini nel racconto il più ingannevole e pericoloso - e definitivo- compare alla fine, proprio come nel corso dell'evoluzione. E c'é un senso di malessere e di smarrimento in tutti i frammenti di esperienza della protagonista tanto che si potrebbe pensare che accolga di buon grado l'ultimo atto. Segnala il commento

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carres ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Graziano ha votato il racconto

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nadelwrites ha votato il racconto

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Bello.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Ho letto più volte il tuo racconto per entrare meglio nella storia: il titolo stesso "fotogrammi" da' una chiave di lettura. I ricordi d'infanzia: la tortora, il cucciolo randagio, sono schegge di dolore conficcato nella testa, il male di vivere. Sotto questa luce, lo scatto del coltello a serramanico - senza un prima, un dopo, un perché - è il simbolo di un dolore cosmico, da cui non si possono trarre risposte. Da segnalare l'ambientazione onirica, la minuscola casa sul mare spazzata dal vento, cornice e presagio del dramma finale Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

La mia opinione sul tuo racconto, in realtà sono...due. La prima: se come pensa Federico è tutta una metafora e la casa rappresenta l’interiorità della donna, allora vedrei bene anche l’idea della morte che veste i panni di un bel giovane, un po’ in stile “Joe Black”. Però in questo caso, nel finale sarebbe bastata da sola la sua presenza alle spalle, senza lo scatto del coltello che toglie un po’ di pathos, a mio avviso. La seconda: è tutto reale ma perché uccidere la donna? Non c’è nessuna informazione nella trama che potrebbe far pensare a qualche vendetta e se l’uomo fosse semplicemente un rapinatore, cosa potrebbe rubare in una casa in cui non c’è nulla di valore? Ecco, in entrambi i casi il finale non mi convince. Ciò non toglie che è un bellissimo racconto per scelta delle immagini, per la cura nella stesura e per quella parte sul cucciolo randagio. Per empatia, ho provato insieme alla protagonista il dolore della rinuncia.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Mi piace molto l'immagine dell'ultimo calice. Ti manifesti e "spacchi" come dicono i miei coetanei :-) Segnala il commento

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Maiolo Mario ha votato il racconto

Esordiente

La narrazione è chiara. Mi è piaciuto. Al posto del nome “donna” avrei scritto “lei”. Poi userei la lima, solo la lima per un tocco estetico. p.s.: conosci le mie ossessioni. Ti abbraccio. Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Stefano Adesso ha votato il racconto

Scrittore

Ormai non giochi nemmeno più con le parole ma coi miei sentimenti Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo. Uno sguardo eccezionalmente sereno sugli spazi degli interni e degli esterni e su quelli del tempo.Segnala il commento

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Rosanna Oberbizer ha votato il racconto

Esordiente

"A guardare la foto, avresti potuto pensare a un cane felice, a un’estate felice, a una famiglia felice." In questa frase c'è un mondo talmente grande, che riempie il cuore. Complimenti, bellissimo.Segnala il commento

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Sonia Jurlina ha votato il racconto

Esordiente

Stupendo.Segnala il commento

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Alessandra Nitti ha votato il racconto

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Amid Solo ha votato il racconto

Esordiente

Perfetto anche se un genere che non amo :)Segnala il commento

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fobabi ha votato il racconto

Esordiente
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Verdeacqua ha votato il racconto

Esordiente

Le descrizioni sono nitide e fotografiche in un’atmosfera dai toni freddi e ventosi. La narrazione è delicata e morbida nei punti giusti così da creare un’ottimo equilibrio. Bello, ti viene voglia di sapere come proseguirà. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

BelloSegnala il commento

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Christina Carol ha votato il racconto

Esordiente

Quando il gatto nero si avvicinò, la tortora rimase ad aspettarlo - priva di consapevolezza. Il presagio. Comunque io mi ci vedo nella vecchia con casa sul mare. Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Hai un’osservazione e un’ascolto quasi chirurgico alla vita interiore e mescoli dettagli raffinati a immagini ruvide. Notevole e feroce un’immagine di luce abbagliante. Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente

come guardare attraverso una lacrima che non vuole scollarsi.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

Le "cose vere... restano immutate nel tempo". Tutto il resto svanisce: il pulcino di tortora (la fanciullezza, l'innocenza?) divorato dal gatto, gli uccelli che vanno e vengono senza mai fermarsi (come le persone che amiamo o che ci amano), i batuffoli di pelo che sembrano topi (le illusioni, le promesse, la felicità). Anche i colori sbiadiscono, come i ricordi, la memoria, i sogni. Alla fine sembra sia la morte l'unica via di fuga dal dolore. Narri il destino umano con la semplicità e la precisione di chi non esige spiegare la vita al prossimo.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

issimaSegnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Eccellente tutto. L’incipit cinematografico con primo piano che si allarga progressivamente fino a comprendere tutto il paesaggio. Lo sviluppo fondato sulla metafora della casa che rappresenta l’interiorità della protagonista. Il finale sorprendente eppure in qualche modo atteso.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Che brava che sei . Fai venire i brividi Segnala il commento

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Mercede Giovanna ha votato il racconto

Esordiente
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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Notevole la "morbidezza" del finale, che si insinua.. nonostante la ferocia che preannuncia. Lo scatto secco della lama passa quasi inosservato, per una frazione di secondo, finché ci rendiamo conto di quello che sta accadendo. Anche la paura della donna - felice che lui non le legga in viso la paura - è nascosta, dalla sua posizione, agli occhi del suo carnefice, e ai nostri, da quella - felicità - che mitiga la sua paura. E poi la linea dell'orizzonte sparisce, annegando... e fondendosi, tra sangue, mare e cielo. Un finale terribile, nella sua concretezza, ma quasi languido, nei toni che hai saputo usare. Chapeau... !!Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Fino alla fine ho sperato .... ma ma la vita mostra sempre i denti aguzzi dello sciacallo ch'è in lei... Mi hai scaldato fino a farmi rabbrividire! I miei complimenti Silvia!Segnala il commento

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di Silvia Lenzini

Scrittore
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