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Fuga in fa maggiore

Pubblicato il 29/05/2018

Questa è la breve storia di due brutte figure. Di una bambina che non sapeva dire no. E di una fuga andata male. Ma soprattutto questa è la breve storia del fatto che le brutte figure, e quelle belle, dovremmo farle sempre e solo per noi stessi.

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Ho cinque anni. Sono sul lungomare di Varazze. Le mani di mamma carezzano le mie. Che belle mani che hai, dice mamma. Così lunghe. Hai delle mani da pianista. 

Lo ripete teneramente, percorrendo su e giù le mie dita magre.


Ho otto anni. Chiedono se voglio studiare pianoforte. Dico sì. 

La mia insegnante sa di spezie. Scrive i compiti a matita su post-it colorati, con buffe minacce per farmi ridere. 

I brani che imparo mi si depositano dentro come neve di notte, mi capita di diteggiare contro i pali degli autobus, sul tavolo, sul cuscino.

Al pomeriggio, mentre guardo i Pokemon, mamma mi trascina in cucina per farmi ascoltare la filodiffusione. 

Mi porta a sentire concerti tre volte a settimana. Ci sono cappotti scuri, chignon canuti, panche scivolose, un uomo pallido che mi fa paura e somiglia a Mister Bean. 

Ricevo i complimenti di molti sconosciuti per il fatto di essere lì. I bambini sono rari, ai concerti di musica classica. 

Mi mimetizzo alla bell'e meglio fra tutti quegli adulti zitti. Quando mamma chiede se mi è piaciuto, dico sì.


Ho dodici anni. Mi comunicano che serve un insegnante "più qualificato".

Massimo ha occhi neri, occhiali neri, mani pelose. Mi propone un percorso "più difficile del mio livello", per "stimolarmi". Dico sì.

Massimo beve il caffé Caldo Caldo, una robaccia solubile che si riscalda in automatico. Ne è entusiasta. Mentre suono mi arrivano le ventate di Caldo Caldo sul collo. Massimo scrive i compiti con la penna nera, sottolineando le parole tre volte e chiudendole in dei riquadri asfittici.

A casa abbiamo un Bluthner nero. Mi hanno detto che durante la guerra un soldato nazista aveva bussato alla porta di nonna chiedendo di poterlo suonare. Nonna aveva detto sì.

Apro i quaderni degli esercizi di Massimo, una catena montuosa di bemolli ostili. "Devi studiare cinque ore al giorno", dice Massimo.

Strimpello la sigla di Stanlio e Ollio. Per cinque ore. Penso al soldato nazista. Quando mi chiedono come va con Massimo, dico “bene”.


Ho dodici anni e mezzo. Massimo mi chiede di esibirmi a un concerto nel comune di Lacchiarella. 

Una specie di sasso sconosciuto, gelido e scuro, mi si installa nello stomaco. Dico sì.

Scegliamo la fuga in fa maggiore di Johann Sebastian Bach.

È bellissima. È pioggia, contrappunto, fuoco allegro e feroce.

Parte la mano destra, la sinistra deve allacciarsi a canone, per tutto il pezzo le mani devono procedere separate e unite, parallele e tangenti, inesorabili, come fiumi.

La mia mano sinistra è ottusa. La destra accelera troppo. Il cuore è fuori tempo. Vorrei due mani destre con tutto il cuore.

Il giorno del concerto sono bianca, non parlo, piove. Papà guida, mamma tace, io mi schiaccio sul sedile posteriore. Spero che papà sbagli strada. Spero in un incidente che blocchi la provinciale, spero nella polizia, nella nebbia, nei fantasmi, negli alieni. 

Il cartello LACCHIARELLA si manifesta beffardo davanti a noi. Nessuno è sceso in mio aiuto.

Massimo, sulla porta dell’auditorium, mette una mano pelosa sulla mia spalla. 

Dice miraccomando, fammi fare bella figura. Senza voce, dico sì.

Sono in undici, prima di me. Mentre suonano spero nel crollo repentino del soffitto, in un mio svenimento estemporaneo, in un attacco armato da parte di qualche misericordioso gruppo separatista della Bassa Padana. Mi annunciano. Il corridoio che porta al palcoscenico è un’autostrada di volti curiosi. Le mie mani da pianista tremano e sbavano, le taglierei pur di fermarle, sono burro molle, completamente inutile. Non vedo Massimo nel buio della sala, ma sento il Caldo Caldo incombere da ogni parte.

Mi siedo. 

Inspiro.

Inizio. 

Le dita sdrucciolano sulla plastica bianca e nera.

Il cuore sguscia via dalla gola. Sudo. La cosa peggiore di suonare in pubblico è che una volta partito non ti puoi fermare. Come quando ti agganciano ai sedili delle montagne russe. Puoi solo sperare di non morire e che mani, budella e sinapsi facciano un buon lavoro di squadra. 

Il punto più difficile della fuga si avvicina. 

Mi sembra di correre contro un treno, lo sento quasi fischiare.

Si può fuggire da una fuga?

Le dita smettono di rispondere. Sbaglio. Sbaglio ancora. Avviene un tragico tamponamento fra note. Salta tutto. 

Blocco la fuga in fa maggiore di J.S. Bach a metà.

Riprendo arrancando, con la pancia in fiamme zoppico fino alla cadenza finale. Scusami, Johann Sebastian. Davvero.

Inghiotto le lacrime, sento un applauso compassionevole. Dopo di me c’è una stronza col cerchietto che esegue uno Schubert impeccabile.


Ho venticinque anni. Il mio pianoforte è stato venduto. 

Pochi minuti prima dell’esame di guida, l’istruttore dice miraccomando, fammi fare bella figura. Mi bocciano all’ultimo, per un’inversione di marcia.


Ho trent’anni. Ho preso la patente. Spesso, per schiarirmi le idee, vado a guidare sulla provinciale. Ogni tanto passo accanto al comune di Lacchiarella. Quando succede provo una sensazione curiosa allo stomaco, come se una specie di sassolino, molto piccolo, un po’ freddo, fosse rimasto incastrato lì. 

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Maria Cristina Vezzosi ha votato il racconto

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Fuggire da una fuga... mi ero già convinta con la trilogia dei primi baci. Brava GiuliaSegnala il commento

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Superfrancy ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Veramente una chicca! Brava! Segnala il commento

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Federico Santarini ha votato il racconto

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Tanit ha votato il racconto

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Jules83 ha votato il racconto

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Splendido. ComplimentiSegnala il commento

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Epiphyllum ha votato il racconto

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Roberto ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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:)Segnala il commento

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Federico Famiglietti ha votato il racconto

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Bellissimo. Ha meritato la vittoriaSegnala il commento

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Michelangelo67 ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di Giulia Lombezzi

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