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Fuori dall'acqua

Pubblicato il 29/05/2018

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Ho smesso di amarla tre mesi fa. Non che queste cose si possano mai tracciare con precisione, ma ricordo bene il momento in cui ho capito che non c’era più niente da fare. 

Eravamo sull’isola di Schinoussa, io e lei soli, dopo un anno caotico e denso. C’era stato il trasloco, la malattia di mio padre, la riorganizzazione della società per cui lei lavorava. Era riuscita a trovare subito una nuova attività. Le donne sono bravissime a riorganizzarsi, ad adattarsi alle condizioni che cambiano. Mentre lei spostava la delusione lavorativa come si sposta una bottiglia su un tavolo, io ero ancora fermo alla scatola di dischi che avevo perso tra una casa e l’altra.
"Schinoussa ti farà bene", mi continuava a dire. "Hai bisogno di qualcosa che ti dia pace".

Mi svegliavo presto, mentre lei ancora dormiva, e iniziavo a camminare per il paese fino a imboccare la strada in salita. La terra era rossa e gialla, il sentiero era circondato da rami secchi, piante basse bruciate dal sole. Seguivo la strada affiancata dal muretto di sassi che ne tracciava il percorso, fino a che davanti a me non si apriva la vista di un piccolo golfo, giù in basso. Somigliava a una spiaggia che avevo visto in Puglia anni prima, con lei, ma forse lo pensavo sperando di ritrovare la felicità che provavo allora.

Il colore del mare era intenso, sopra la spiaggia di Gerolimionas, e forse era per tutta quella terra attorno, arsa dal sole. Ricordo di aver pensato che era sempre così: la bellezza delle cose è data anche da ciò che la alimenta dai lati.

In spiaggia guardavo la sua pelle scurirsi. Da pallida, prima si era ricoperta di macchie rosse, simili a striature. Poi il colore era cambiato, diventando uniforme. A pensarci oggi, credo che anche il mio disamore per lei si sia palesato nello stesso modo: il candore aveva lasciato spazio a macchie scure che alla fine si erano prese tutto, coprendo ciò che avevo provato per lei.

Ci ho messo qualche mese prima di accettare di non amarla più. Ho provato a fare finta di niente, ho cercato di coltivare il ricordo del sentimento per lei. 
Per il nostro anniversario siamo usciti a cena. Tornati a casa mi ha cercato con le mani, avevo ancora il cappotto addosso. Eravamo ubriachi. Non avevo voglia di lei. 
Abbiamo fatto l’amore sul divano senza parlarci. Ogni tanto mi prendeva la faccia tra le mani, si avvicinava per baciarmi. Non mi sono tirato indietro, ma quando sentivo la sua lingua cercarmi, mi staccavo e infilavo la testa accanto alla sua. Potevo sentire il suo respiro nella mia testa.

Ogni giorno provavo a parlarle, ogni giorno rimandavo. Dopo l’anniversario è arrivato il suo compleanno, non me la sono sentita. Poi dicembre, i programmi per Natale. Ho inventato un viaggio di lavoro per starle lontano; tutte le cose che amavo di lei erano diventate spilli sui miei nervi.

Sono partito per Boccadasse e non ho fatto niente per due giorni. La mattina aprivo la finestra che dava sulla spiaggia e ascoltavo il suono della risacca. Ogni volta che il mare si ritirava sentivo l’ansia stringermi le viscere, mi sembrava di affogare. Quando le onde si liberavano sulla spiaggia, mi sentivo liberato anch’io; ero di nuovo fuori dall'acqua e riuscivo a vedere una possibilità.​

La sera della vigilia di Natale eravamo ospiti di alcuni amici dei suoi genitori. Una festa in abito elegante. Ricordo che mi mancava il fiato, mi passavo l’indice nel colletto della camicia, stretto dalla cravatta che cercavo di allentare. 
La guardavo da un angolo della stanza; in una mano aveva un bicchiere di vino. Parlava e rideva con persone che conosceva appena. La sentivo così distante, mi sembrava che in mezzo a noi ci fosse il mare. 

Sono uscito a fumare una sigaretta. Quando sono rientrato l’ho cercata con lo sguardo senza trovarla. Ho chiesto a suo padre se sapesse dove fosse, mi ha indicato la porta del bagno. Quando non l’ho vista tornare, ho bussato alla porta chiedendole se stesse bene; ho sentito l’acqua scorrere, la sua voce dirmi “Arrivo”. È uscita e mi ha sorriso, aveva la bocca bagnata dall’acqua del rubinetto. 

"Tutto ok?" le ho chiesto.

"Sto bene, sono solo un po’ stanca". 

Mi ha messo una mano sulla guancia e mi ha guardato negli occhi. Avrei voluto dirle molte cose, sono rimasto in silenzio. Siamo tornati in mezzo agli altri, lei ha iniziato a parlare con un’amica. Ogni tanto mi sorrideva, potevo vedere sul suo viso tutto l’amore che provava per me. La invidiavo per essere riuscita a custodire una cosa tanto preziosa e delicata. 

Dopo l’epifania, mi sono detto. Dopo l’epifania le parlo. 

Mi sono voltato verso di lei e tra di noi c’era solo una striscia di spazio, un sentiero piano, facile da percorrere. Lei ha appoggiato sul tavolo il bicchiere ancora pieno, mi è venuta incontro. Nel farlo si è toccata la pancia, di lato, sotto l’ombelico, quasi la volesse sorreggere. Poi ha preso la mia mano, l’ha messa sul suo ventre, proprio accanto alla sua, e mi ha detto, sorridendo, "Buon Natale".

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