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Fuori misura

Pubblicato il 03/06/2018

Milano, una ragazza festeggia il suo compleanno in un simulatore di volo. Sua madre ha insistito per farle un regalo speciale. E mentre i tiranti la sollevano verso la cupola, accade qualcosa di misterioso, un definitivo chiarimento a distanza tra madre e figlia.

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La tuta da volo la avvolgeva come una seconda pelle, sottolineando la linea dei fianchi e le gambe muscolose. Non era facile uscire e mostrarsi in quel modo, con i seni schiacciati che formavano un ingombro eccessivo, sproporzionato con il resto del corpo. Si sentiva nuda e sapeva che tutti l'avrebbero guardata.

Nessuno avrebbe cercato i suoi occhi; avrebbero rovistato più in basso, dal collo in giù, sezionandola millimetro per millimetro. Anche le donne, soprattutto loro: le belle, le vanitose, le modaiole, le patite di diete e beveroni drenanti. L'avrebbero esplorata con puntiglio, compiaciute di trovare il più piccolo difetto.

Era cresciuta troppo velocemente e le mancava il leggero corpicino da bambina, il petto piatto come quello dei maschi, i fianchi stretti. Tutta quella carne addosso la infagottava, cappotto sgraziato con le falde mal cucite che si impigliano continuamente tra le ginocchia.

Calcolò la distanza che la separava dalla rete circolare che era stata montata sotto la cupola per la simulazione di volo. Non c'erano più di dieci metri dal camerino dove si era cambiata alla pedana. Li trasformò mentalmente in passi: venticinque, forse trenta.

Che strano regalo di compleanno le aveva fatto sua madre: una prova di volo nella cupola della palestra più in della città.

Scostò la tenda nera del camerino e la cercò sugli spalti. Si era seduta in alto, vicino ai gradini di accesso, davanti alle grandi vetrate che a quell'ora lasciavano filtrare una luce calda, rossastra.

Avrebbe preferito starsene fuori con lei, magari al Montestella; loro due sedute sull'erba, vicine, con una birra in mano, a parlare del più e del meno. O anche zitte, a guardare dall'alto il groviglio della città, il reticolo di strade e cavalcavia, la linea sinuosa delle rampe di acceso, i cerchi perfetti delle rotonde con il loro pulsare di traffico e vita.

Avrebbero aspettato i flash lanciati verso di loro dalle finestre delle case e dalle carrozzerie delle macchine colpite dal sole al tramonto. E li avrebbero anche contati, come in una gara, come a dicembre in macchina facevano con gli alberi di Natale. Poi avrebbero guardato lo stesso cielo slavato, strizzando gli occhi in direzione dei palazzi della nuova Milano, tutta vetro e acciaio - moderna, dinamica europea – tesa nello sforzo di guadagnare metri di prestigio verso il cielo.

Si sarebbero accese una sigaretta soffiando la prima boccata verso l'alto. Attratte dal bagliore si sarebbero spostate dall'altra parte, lo sguardo lanciato al galoppo verso quella pianura perfetta che correva senza ostacoli fino al confine francese.

Fece un profondo respiro, si diede slancio al pensiero che di lì a mezz'ora tutto sarebbe finito. Ci vado, ti faccio contenta, ti mando anche un ciao ciao con la mano dall'alto. E spalanco le braccia come fanno quelle cretine lassù, come se fosse una bella cosa far finta di volare sotto un tetto di cemento e travi di ferro.

Era uscito il suo numero: il 17, ovvio. Solo un elemento negativo in più, un'altra nota stonata. Non faceva una grande differenza, in fondo.

Vado, si comandò. Lei mi sta guardando, è preoccupata perché non sono ancora lì, pronta, vicino alla pedana, a sorridere e a farmi fotografare. Ci sono anche le foto e i video che dopo il volo si possono comprare, come a Gardaland. E so che lei comprerà tutto. Anche le foto che altri scarterebbero, anche quelle sfuocate o quelle dove io non mi piaccio.

Il linoleum nero era consumato e vecchio. L'odore di plastica, di corpi e sudore non le impedì di individuare un piccolo sentiero quasi invisibile che conduceva alla pedana. Sono passate migliaia di persone prima di me, proprio qui dove sto camminando. Sono una delle tante costrette a volare sotto la cupola il giorno del loro compleanno. Si sentì più sicura e all'improvviso spavalda.

I tiranti si tesero e cominciarono a sollevarla da terra, come un sacco da trasportare dalla banchina del porto alla stiva di una nave.

Forse si aspettano che faccia qualcosa, dovrei spalancare le braccia e cominciare a muoverle come ali, pensò mentre teneva lo sguardo fisso sul cerchio della rete sotto di lei. I piedi sono buffi visti da quassù, come un corpo estraneo che non si sa bene come usare. Cercò di mettere a fuoco il punto in cui si trovava sua madre. Seguì la linea delle scale fino all'ultima gradinata degli spalti, e la trovò. Teneva la testa rivolta verso l'alto, la bocca leggermente aperta. La stava guardando, con una tenerezza che forse si stava solo immaginando, data la distanza. Si guardarono a lungo, per la prima volta senza imbarazzo.

Poi la nausea la colpì allo stomaco con la violenza di un pugno. L'aria si fece pesante e fredda. I polmoni, compressi sotto il corpetto dell'imbragatura, si svuotarono. Cercò di aprire le braccia, doveva volare, si ricordò. Si lasciò andare, sdraiandosi nel vuoto, nel punto più alto della cupola illuminata a giorno. Sopra di lei la scritta a intermittenza: Proteine Enervit, integratori per lo sport e per la vita.

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di Bonaiti

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