Alan si è lasciato da Sara venerdì, non la vede da quel giorno.

È sera, mi piace un altro, Alan le chiede chi è, Sara glielo dice, e così Alan capisce una marea di cose. Ordine. Sara non è delle parti di Alan, vive al lago, Alan la vede il fine settimana. A volte Sara dorme a casa di Alan, stanno assieme da una vita. Quando Alan le chiede se lo ama, lei dice che non lo sa più, e così Alan pensa che è un modo bello per dire di no, confuso e preciso, diretto al collo, cade la testa e ruzzola. Alan piange, cerca di smettere di piangere. Allora cos’è, le chiede. Sara non risponde. Poi risponde. Alan accende la macchina, la accompagna a casa, sono pochi giri dalla piazza, Sara abita nella zona nuova. Allora come rimaniamo, le chiede Alan. Sara lo bacia di striscio, dice, aspetta. Alan passa la notte giovane a girare per la campagna, senza pensieri, vuoto rimbomba, dà alla testa. Alan pensa di andare dagli altri, ma sono anni che è fuori allenamento e gli altri lo sanno. La radio lo stanca, Alan abbassa il finestrino, tiene la strada. Aspetta. Alan corre, rallenta, cambia marcia, cambia direzione. Verso la Romea, strada larga, lunga, vuota, camionisti come spettri. Luci rosse, fanali gialli, scorre il buio fino alla spiaggia e il mare lontano alla Serbia. In cielo qualche stella. Nient’altro.

La stanza di Alan sembra così piccola, il letto troppo grande, le pareti troppo strette, lo fanno sentire chiuso e soffocato dalla sua infanzia. La tenda mormora, fuori l’estate chiama sogni che non verranno. La creatura c’è ancora, rintanata in un angolo, chiusa tra tre vertici, palpita. È più di una presenza, qualcosa che occupa uno spazio. È ovunque, universale, dentro e fuori. Alan la vede solo dove ha più paura di vederla. Laggiù, come nel novantasei, e più ancora, sotto alle lenzuola, rintanata tra le dita dei piedi, lo accarezza. Sopra allo stomaco. Sul soffitto. Riflessa nella finestra, dentro ai campi. Nella notte. Nell’estate. In Sara. In Alan.

Allora questo è come muoio, pensa Alan.

Una vita fa Alan è la stessa persona di adesso, e una vita fa sono quattro anni fa. Il tempo è troppo veloce, troppo profondo da risalire. Non è come Alan può capirlo, è come Alan può dimenticarlo. Passa a salti da momenti in cui Sara c’è, a momenti in cui Sara non c’è.

Se ne vanno dalla festa e lasciano la casa vuota e lì Alan si ritrova. C’è un ronzio che prima era gioia e ora è solo un’impronta. Ma non è solo questo. Non si cuce, rimane aperto, e più passano le ore più la notte diventa un’altra dimensione in cui tutti - tutti - quelli che sono alla festa, ritornano incarnati nei loro demoni.

Con Sara, non c’è differenza.

Questa creatura, è il figlio del tempo che Alan e Sara passano assieme. Si chiama Ged. Non ha forma umana. Ha voce solo per lamenti. Tutto in lui è dolore. Dura il tempo di portarsi con se la vita di Alan. Gli succhia via la gioia, gli lascia solo le impronte di lei. Come dentro una casa vuota. Alan è giovane e acerbo, un giorno non troppo lontano, è un bambino e pensa che il dolore se ne va se lui chiude ogni porta. Così Alan rimane, fino a quando incontra Sara, una persona mozzata. Vive tenendo la testa sopra all’acqua, galleggiando a morto sopra ai morti. Ma c’è un motivo, ed è il novantasei, e ora tutti i lui e i lei che è stato con Sara, si raggrumano in Ged. Ged non ha coscienza, non vive e vive allo stesso modo. In Ged, che è per Alan l’idea della sofferenza, c’è solo uno scopo: uccidere. Ma Ged non uccide toccando, uccide con la sua presenza. Ciò che in Alan muore, non è la sua persona fisica, è il ricordo della persona che è con Sara. Perciò Alan ritorna bambino, al dolore che non fa suo, che nega, che chiude dietro porte e mura. Ma che dolore è sempre. Sara si apre un varco, non volendo aprirsi nessun varco, verso quel dolore. Alan lo osserva, qualche notte, con lei, raccontandole la storia del bambino, di quella stanza d’agosto, della mani che scivolano via. Ma è un’osservazione passiva, senza alcun trasporto, perché nemmeno Alan sa come farlo scorrere fuori da sé.

Ged è un buco nero. Reclama l’energia, il ricordo di quello che Alan ha di più caro. Lo chiede tra la angosce di un neonato al buio. Il seno di una madre, al buio.

Alan, così muore. Così muore Sara in lui.

Questa notte, tornato bambino, nello stesso angolo, chiuso tra tre vertici, nella stessa stanza, come allora, ingombrante, Alan se ne va.