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Autobiografia

Gentile signor Rossi

Pubblicato il 11/12/2020

La mia finale dei mondiali '82

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Gentile signor Rossi,

mi permetto di scriverle, consapevole di quanto poco possa interessarle la lettera di uno sconosciuto. Tenevo però a presentarmi a lei in quanto unico italiano che quella sera dell’82 non ha visto la finale dei mondiali. Se non le spiace le racconto il motivo.

Quell’anno avevo 21 anni, finito il liceo e conclusa la mia breve esperienza universitaria, avevo trovato temporaneamente lavoro come distributore di volantini pubblicitari. Partivamo la mattina, caricavamo il bagagliaio di carta da macero, e partivamo per destinazioni più o meno vicine, dove trascorrevamo la giornata a battere la città strada per strada ripetendo ormai senza rendercene conto la routine campanello- “Pubblicità in bucaaaaa!”.

Facevano eccezione Ferrara e Bologna dove la frase diventava “Pubblicità in buca, mi dà il tiro per piacere?” perché dalle loro parti si dice così. Lo facevo da tempo, avevo la macchina e quindi ero diventato caposquadra. Questo significava paga più alta e meno sbattimento, dato che io portavo i volantinatori nei vari quartieri e andavo a riprenderli a fine giro, per il resto me ne stavo in macchina tranquillo.

Però quando c’erano strade lunghe con file di monofamiliari la tecnica era che la macchina avanzava a passo d’uomo, i due lavoranti si sedevano con una sola natica ciascuno su un angolo del cofano e ad ogni casa scivolavano giù, riempivano le cassette postali più vicine e poi risalivano sul cofano. Che c’entra questo con la finale? Ha ragione, mi sono perso per un momento a ricordare tutte le persone con le quali ho lavorato, alcune delle quali mi proponevano di rubare i documenti di identità dalle giacche in palestra per poi vendergliele, oppure di dare loro l’indirizzo di qualche mio amico che avesse in casa oggetti di valore o almeno stereo e televisione, avrebbero ripulito l’appartamento e avremmo spartito i proventi della vendita.

Dunque quell’estate dell’82 eravamo in quattro in squadra, io, Franco, Alberto e Renata, la fidanzata di Alberto. Renata era una ragazza irpina che viveva a Bologna, molto trendy e cool, noi tre maschi giocavamo con lei a fare i seduttori e lei per gioco flirtava con tutti e tre. Alberto era una persona speciale che prendeva tutto con allegria a ottimismo, perfino quando ci proponevamo in modo piuttosto triviale alla sua compagna lui rideva e stava al gioco. Insomma siamo in squadra, arriva la vigilia della finale e Renata dice che lei il giorno dopo la partita doveva tornare in Irpinia che c’era stato il terremoto due anni prima e lei doveva scendere. Però aveva bisogno dei soldi e il boss non ci avrebbe pagati fino alla settimana successiva, non sapeva come fare e nessuno poteva aiutarla. Ed ecco che entro in gioco io, a quel tempo più soave che fottuto, e mi prendo in carico il suo problema. Oltretutto ero anche il caposquadra così mi sentivo doppiamente responsabile, insomma per farla breve mi sbatto fino a che non trovo qualcuno che mi presta i soldi da dare a Renata e ci mettiamo d’accordo di vederci in piazza poco prima della partita, così le davo i soldi, ci salutavamo e poi ognuno a tifare dove più gli piaceva.

Ecco signor Rossi, lei avrà certamente capito come andò a finire. Attesi Renata, che non si fece vedere, in quella piazza deserta, circondata da strade deserte, fino a che non iniziarono i caroselli delle macchine. Lei si chiederà perché non me ne sono andato prima, da persona squisitamente cortese quale lei è capirà che un cavaliere è un cavaliere anche quando per il resto del mondo è, mi permetta, un coglione.

Il giorno dopo chiamai Alberto, non avevamo i cellulari a quel tempo, e lui serafico mi disse che Renata non era venuta perché aveva trovato un amico che le anticipava i soldi e quindi si erano visti la partita insieme ad altri amici e quella mattina all’alba era partita per l’Irpinia.

Però caro signor Rossi, in quella piazza deserta io la partita l’ho vissuta anche senza vederla, le finestre erano tutte aperte e sentivo le urla e gli incitamenti dei miei concittadini, e ad ogni suo gol sentivo l’onda d’urto.

Non me ne voglia dunque, e faccia un buon viaggio, dicono che dove sta andando non dovrà portare la mascherina e potrà abbracciare chi vuole. E ne avrà da abbracciare, da Piola a Maradona.

Grazie di tutto.

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Oh, non sai quanto mi è piaciuto. Può darsi che sotto il profilo tecnico non sia perfetto, ma è un racconto che coinvolge, è toccante senza essere sdolcinato, è il contrario di banale. Bravo. E... sei un signore.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Jean per Jean ha votato il racconto

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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, infondi una dolce nostalgia anche in me che, effettivamente, non ero ancora nato!Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Me la ricordo bene quella sera. Bei ricordi. Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Il commento sul piano tecnico lo lascio a chi è più bravo di me a scrivere. Io mi soffermo sul piano umano. "Un cavaliere è un cavaliere anche quando per il resto del mondo è, mi permetta, un coglione" e l'assenza di giudizio verso l'egoismo di Alberto e Renata, sono una lezione di vita. Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore
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blu ha votato il racconto

Esordiente

bello... quante “vite” quella seraSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Bello. GrazieSegnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Mi hai emozionato al pari di un bel ricordo. Grazie e complimenti!Segnala il commento

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di albertomineo

Esordiente
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