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Narrativa

GHIACCIO

Pubblicato il 29/11/2021

Grazie a Silvia per aver l'attenzione.

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34 Voti

Del ghiaccio odiava la capacità di trasformare lo spritz in una bevanda post alcolica, il dissolversi, perdere la forma e, insieme a quella, la meraviglia della trasparenza a fasce oblique. Ma se avesse potuto si sarebbe di sicuro trasferito in un paese più freddo della sua montagna, in Scandinavia o magari ancora più a est, dove il ghiaccio solidifica i laghi e comanda i cicli del calendario, più delle feste comandate. E al diavolo la primavera e i primi caldi.


Seppur provvisto di sogni, Edoardo era un uomo da poco. Bello, ma fatto del ghiaccio sottile che scompare per primo, e per quanto avesse di sé un’idea molto alta, poteva star certo di essere l’unico a vederla così. La moglie che aveva abbandonato a prendersi cura di un bimbo particolare, era per tutti la prova provata che fosse uno stronzo o un vigliacco, che poi era lo stesso; e lui, quasi a sfidarli, non aveva neppure avuto la cura di allontanarsi da quel gruppetto di case grigie, che aveva vissuto la faccenda come solo un borgo sa fare, con l’accanimento di un parentado impiccione. Era restato lì convinto che potessero ignorare il suo essere poca cosa, a mostrare d’estate le braccia muscolose alle turiste, che giravano la testa, ma non se lo portavano via a fine vacanza. Quasi nessuno entrava più nella sua officina con l’insegna rotta, e gli unici affari li faceva quando i milanesi tornavano con macchine splendenti a visitare le case vacanza e i rari parenti restati, appollaiati sui picchi.

«Sono un meccanico rifinito, sennò non mi affiderebbero i loro bolidi», ma al bar, la sera, una partita, una grappa, una sambuca con la mosca, nessuno lo stava ad ascoltare. Raccontava con tono garrulo di donne, di fiumi ghiacciati e motori – ah i motori, aveva iniziato a sporcarsi d’olio e neo patentate fin da ragazzo –, toccando ogni sera i vertici della sua pochezza. «Sei un coglione rivestito da Marchese», gli diceva la Pina, la padrona del bar, che nelle lunghe sere d’inverno lo lasciava salire in casa, per rimettere insieme il calore di quei corpi già un po’ freddi. Lo rispediva a casa subito dopo, non lo voleva tra i piedi ed era certa che si sarebbe accasato al minimo tentennamento. Eppure le faceva piacere sentirlo sopra, vigoroso e forte, ma era un lusso che non voleva permettersi.


Una sera delle tante, nella testa un residuo largo di sambuca e sesso, quando fu il momento di andare, Edoardo chiese a Pina se quell’estate le andava di sposarlo e fare una grande festa. Il camino acceso disegnava sui corpi saette di luce calda, che sembravano muovere la stanza: «Ci troviamo bene, dai. Io sono ancora un uomo con tutti i sentimenti, e tu dimostri dieci anni di meno». Le toccò un polpaccio.

«E il tuo matrimonio Edoardo? È scaduto come il latte in frigo?».

«Quello non conta, sono separato da anni, ormai».

«Separato non basta. Vuoi finire in galera per bigamia?».

«Per cosa?».

«Dico che non hai capito un tubo della vita. Vattene, dai!», si alzò, per infilarsi un pigiama da uomo, e lo guardò uscire seguito dal cigolio della porta: “Potevo fargliela sistemare”.


Fuori pensò che la vita e le donne erano davvero strane. Se non la cavalcavi la vita ti si rivoltava contro, le seconde ti trattavano di merda lo stesso. Aveva dato una possibilità a quella vecchia ciabatta e lei non era stata pronta ad acchiapparlo: era una povera stupida. Camminava sulla ciclabile deserta, un’altra invenzione per turisti, verso il soppalco nell’officina che considerava casa. Qualche auto faceva suonare le ruote sulla statale, la sigaretta in mano disegnava un puntino rosso nell’oscurità, una luce di posizione inutile. Sopra la testa un’infilata di stelle racchiusa dai monti, che sembravano l’anima nera della notte, poco lontano, sulla destra, nell’ultimo palazzo prima che la valle riprendesse il sopravvento, vide la luce accesa su quell’altra sua vita, al quarto piano senza ascensore, quella che pareva aver scordato da qualche parte. Eppure era certo che fosse la finestra della cucina: ricordò il lampadario arancione con la circolina al neon, e quel po’ d’umidità che si formava d’inverno sui vetri, colpa del troppo caldo e del troppo freddo. Pontificò che glielo diceva tutte le volte che doveva arieggiare anche d’inverno, e lei, Cate, la donna intristita che aveva sposato, gli rispondeva che al bambino non faceva bene prendere freddo. Dopo il primo anno non discutevano più, perché la suocera usciva fuori dalla sua stanza e si preoccupava di dar ragione alla figlia, e lui proprio non ce la faceva con due donne e un bambino che sbavava, e se la sarebbe sempre fatta addosso. Ne ricordò le smorfie ed espirò il fumo: non poteva essere suo figlio quello, non era roba sua. Così una sera se n’era andato al bar e non era più tornato. Un po’ si era stupito che non lo avessero cercato, ma, sicuro, c’era lo zampino della mamma di lei che gliel’aveva messa contro: non faceva abbastanza per la famiglia, ringhiava la pazza nel maglione tarmato. Di che colore era? Scuro, era scuro come lei. Cos’altro doveva fare, non lavorava già abbastanza d’estate? In quei tre mesi ne tirava su per pagare l’affitto e qualche bolletta per tutto l’anno, al resto bastavano la pensione della vecchia e qualche servizio che le trovava in casa dei villeggianti. E certo d’inverno non s’immaginava a fare il muratore: stare sotto padrone, giù nella piana, in quel paese di merda: “No, non se ne parla! In Scandinavia magari, ma lì…”. Allontanò i pensieri accendendo un’altra sigaretta col mozzicone della prima.


Urlò un paio di volte il nome della moglie, quella stronza, e quasi a rispondergli si accese la luce accanto alla cucina. Poi da lontano cominciò a salire il suono della sirena di un’ambulanza. Sì, era proprio un’ambulanza, non i pompieri, e comunque si avvicinava. Quando vide il portone illuminarsi, capì che quella era la direzione. Si fermò lì nella chiazza di buio della ciclabile. Le scarpe gli scivolarono su una lastra di ghiaccio, ma era abituato a mantenersi in equilibrio. Il mezzo infuriato lo superò, rallentò e girò verso la sua vecchia abitazione. Intravide le finestre accendersi una dopo l’altra, come un calendario dell’avvento, e aspettò. Faceva un cazzo di freddo come piaceva a lui, ma quella sera sembrava che tutto il calore l’avesse assorbito la Pina, che però lo aveva fatto sloggiare. E non lo voleva. Strana donna, anche lei. Eppure un giorno si sarebbe fatto sposare e non avrebbe più pagato grappini e sambuche.


Dalla finestra della cucina una sagoma si affacciò.

«Ci voleva l’ambulanza per farvi aprire i vetri», disse ad alta voce. Nessuno lo ascoltava e nessuno lo sentiva. Passava ancora qualche auto, dal bosco scricchiolii e fruscii a cui non dava peso. Poi dal portone vide uscire una barella di coperte da ospedale, due donne seguivano e sparivano dietro agli sportelli. Il palazzo ormai affacciato guardò il mezzo far manovra e avvicinarsi alla statale che, appena raggiunta, riaccese l’ululato della sirena che allontanò la notte, con la determinazione di un lupo.

Edoardo immaginò il bambino disteso a far massa sotto le coperte e la moglie e la suocera chine sul mucchietto che chissà se sbavava ancora. Un presepe da cui lui mancava e mancava pure il bue. «L’asino c’è: è la vecchia», ghignò.


Il suono tardava a scomparire inseguendo il moto dei lampeggianti, mentre la nuvola del fiato diventava più spessa a ogni respiro. La domanda di come sarebbe potuto essere scivolò tra i pensieri come acqua nera, ogni tanto si apriva una falla e filtravano depositi antichi; ma non fece nulla per trattenerla. No, non erano fatti suoi.

Fu richiamato da un movimento nell’oscurità, girarsi lo costrinse a correggere l’equilibrio sul ghiaccio: al limitare del bosco una femmina di cervo seguita da un cucciolo, smise di raspare alla ricerca di radici. Edoardo si mosse piano, accese un’altra sigaretta e si guardarono. La femmina, di traverso, fiutò l’aria con uno sbuffo rumoroso, mosse le orecchie a percepirne l’animo, sospese il giudizio e per un istante tutto fu un fermo immagine perfetto. Dimenticò Cate, il figlio, la Pina e le donne. Pure i motori scomparvero per un tempo che non poté calcolare: restarono lui, il gelo, quell’altra madre e l’ululato lontano. In fondo era bello quel niente gelato che nascondeva l’odore delle foglie marce e toglieva i pensieri, ma non poteva durare in eterno: la vita era una fregatura che ti aspettava da qualche parte. Ma lui era più furbo di tutti.


Quando Edoardo rilasciò il respiro l’animale rientrò nel fitto del buio. Un fruscio e tutto era finito e il mondo ripartiva. “Spero che la stufetta elettrica non abbia dato fuoco al soppalco”. Con la sigaretta in mano fece per riprendere il cammino ma scivolò sul ghiaccio, finendo col culo a terra: «’Ste cazzo di femmine del cazzo!», gemette nella notte. Nessuno lo sentì, nessuno lo aveva visto.




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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Oh, Ci arrivo un po’ in ritardo su questo racconto, quasi me lo perdevo. Davvero, come letto sotto, uno dei più belli apparsi su typee. Io sono arrivata ad immaginare almeno due finali diversi: uno, come dice il Verte, con un bello scivolone sul ghiaccio e ciao. L’altro, più buonista( visto che siamo a Natale) in cui lui vedendo suo figlio partire sull’ambulanza si fosse ravveduto tanto da volersi riavvicinare alla famiglia. Tu hai scelto la strada più giusta, quella più adatta al personaggio e la scena finale con la cerva è un piccolo gioiello. Bra-vis-si-mo Segnala il commento

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LauraFr ha votato il racconto

Esordiente

Che dire... un'altra immersione in una umana realtà di terrificante bellezza (bellezza per come è scritta). Ogni racconto letto mi lascia dentro la voglia di continuare a sapere cosa succede. Questo mi ha gelata il sangue nelle vene. La caratterizzazione di Edoardo è perfetta. Ho sentito freddo. Mi sono consolata nello sguardo della mamma cervo che, come me, ha compreso la pochezza di questa persona e le ha voltato le spalle. Bravo Giampiero. E grazieSegnala il commento

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D’orazio ha votato il racconto

Esordiente

Splendido racconto!Segnala il commento

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StefaniaSR ha votato il racconto

Esordiente

Bella scrittura, e belle descrizioni di luoghi. A tratti davvero poetico. Segnala il commento

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giumer1972 ha votato il racconto

Esordiente
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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

BelloSegnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello. ( qualche parolaccia di troppo. A me non sono mai piaciute, neppure negli scritti). Segnala il commento

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Isabella Ross ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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caio bongiorno ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo questo tuo racconto. Hai saputo racchiudere (ed esprimere) la complessità in poche battute, e con stile educato e leggero. L’incapacità di prendere forma e trasparenza (come il ghiaccio fa….) rappresentata dallo sforzo a persistere nella disarmonia, nell’aridità, nell’inconsistenza; dall’atto di vittimizzarsi, pur di giustificare la propria inettitudine e l’inadeguatezza (e il timore) a realizzare un mutamento, ad accogliere sentimenti ed affetti. Davvero complimenti.Segnala il commento

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Enrico R. ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
Editor
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GAP ha votato il racconto

Esordiente

Hanno già detto tutto gli altri, a me non resta che mettere i pallini! Bello, bravo!Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

deprimente, sì. e scritto molto bene. lui è in balia delle correnti, dei suoi rigetti e delle decisioni degli altri; uno senza un briciolo di equilibrio e infatti alla fine cade sul ghiaccio. sta perdendo anche la passione per il freddo, poi cosa gli resta? Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Splendido...Segnala il commento

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Nina Stein ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Bravo, e purtroppo è iperreale, francamente la storia è deprimente!Segnala il commento

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Antonella Avolio ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto ben scritto, sembra di stare al cinema. Addossare i nostri problemi, per colpa degli altri è una limitazione di risolverli. Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bellissimo . pare ti venga tutto così naturale … eppure hai masticato e masticato Segnala il commento

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Chiara Pesenti ha votato il racconto

Esordiente

"l’ululato della sirena che allontanò la notte, con la determinazione di un lupo." Un'immagine vivissima. Come sempre, i tuoi personaggi sono persone che sembra di poter toccare, tanto sono vere. Complimenti.Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello emozionante intenso… complimenti Segnala il commento

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Frato ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello Giampiero. Che peccato! Quanto spreco. E neppure ce ne rendiamo conto. L'unico suo punto di simpatia potrebbe essere il suo amore per la natura. Ma anche questo è misero. Ciao, Roberto.Segnala il commento

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Novalis ha votato il racconto

Esordiente
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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Intenso Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Le scene sono così ben descritte che sembra di assistere a un film. Hai ritratto alla perfezione il tipo di omino che imputa agli altri i propri fallimenti, compresa la nascita di un "bimbo particolare". Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo il momento fermo nel tempo in cui vede il cervo. In fondo per trovare il senso delle cose basta osservare la natura.Segnala il commento

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Per un attimo mi hai fatto credere che tra equilbrismi sul ghiaccio e mamma cervo, Edoardo alla fine ci avrebbe lasciato le penne, un po' come agevolato da una mano invisibile, bramante vendetta per le sue malefatte Felicissimo di essermi fatto ingannare Grande performance Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Pagine intrise di vita vissuta, bellissimo effetto di mimesi del pensiero e del vernacolo dell'uomo della strada. In men che non si dica il lettore si ritrova agganciato ! Complimenti, si vede la mano esperta: scrittura veramente libera !Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore

bravissimo Giampiero!Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Certi caratteri, della montagna conservano solo lo sgretolio della pietra. Hai scritto un racconto che mi ha emozionato e indignato. L'ambientazione è affascinante e i personaggi sono ombre di un destino che sembra rinnegare le divinità. Sinceri complimenti!Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Caro Giampiero, ormai non ti ferma più nessuno. I tuoi racconti sono uno più bello dell'altro. Come dice Vanni, questo non ha difetti. E certo non basterebbe, perché un racconto può essere scritto in stile perfetto ma non muovere la pancia. E invece. La pochezza dell'uomo si sviluppa in un crescendo fastidioso, per esplodere sul finale nel contrasto con la bellissima scena della cerva. Davvero, complimenti.Segnala il commento

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ItŌ Kiyoshi ha votato il racconto

Esordiente

Concordo al cento per cento con Katzanzakis. Merita (quanto meno) di essere inserito nel Typee Book 2021. Complimenti!Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Uno dei racconti più belli che abbia letto, e intendo in assoluto. Impossibile trovargli un difetto. Caro Giampiero, i ringraziamenti sono d'obbligo.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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di Giampiero Pancini

Scrittore
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