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Romance

Gildo e la poesia femmina

Di Enrico Danna - Editato da Enrico Danna
Pubblicato il 24/05/2021

Anche un solo sguardo può essere pericoloso, per un poeta.

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Aveva camminato per giorni, incurante del tempo ostile e dei piedi doloranti. Dei sandali, non rimanevano che brandelli sporadici, così come dei vestiti, lisi a tal punto da non riconoscerne il verso. Il volto, patito e scarno, tradiva l'assenza di pasti regolari e ristoratori. Era accompagnato da un afrore insopportabile, che testimoniava l'irrequietezza di quel viaggio complicato. Era diretto a Spoleto, città nella quale un poeta, stante le voci che giravano per le piazze, poteva trovare la sublimazione dei propri versi (e un mecenate in grado di rendergli la vita più semplice). Lungo le strade e i sentieri percorsi, s'era procurato vitto e alloggio grazie alla sua abilità nella scrittura e nella lettura; le famiglie contadine, di norma, presentavano un grado di alfabetizzazione prossimo allo zero e quindi, qualcuno in grado di interpretare editti e decreti, risultava decisamente loro utile.

Gildo così si guadagnava il pane quotidiano, in attesa di trovare, a Spoleto, la definitiva consacrazione. Era un giovane dalla corporatura esile, ma non gracile, con una folta chioma di capelli castani ed uno sguardo gentile che celava agli occhi un animo sofferente ancorché goliardico. Non era particolarmente bello ma aveva una bocca carnosa in grado di sedurre l'animo femminile, dopo che i suoi versi, ne avevano decisamente ridotto le difese. Era questo il grande problema di Gildo: amava le donne, amava sedurle, amava il piacere della carne e il brivido del rischio.

Quel mattino, il poeta, era ripartito da Aiso alle prime luci dell'alba, dopo un bagno ristoratore nelle acque del laghetto. Aveva indossato vesti pulite e calzato nuovi sandali, frutto del baratto con un contadino del luogo, al quale aveva promesso di sbrigare un paio di incombenze in città. Lungo il sentiero, Gildo, aveva trovato un passaggio sino alle porte di Bevagna. Era giorno di mercato e, già alle nove, la piazza brulicava di gente.

Il poeta, che in un primo momento aveva pensato di proseguire alla volta di Spoleto, era stato attratto da un'ombra furtiva che gli era passata davanti. I suoi occhi non avevano catturato alcuna immagine nitida, ma il suo intuito era certo che si trattasse di una figura femminile. Gildo, la cui indole seduttiva era un qualcosa a mezza via tra il vizio e l'ossessione, non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione. Il poeta aveva quindi girato l'angolo e, a distanza di qualche metro, aveva avvertito un inebriante profumo di donna. Una figura esile ma sinuosa, si trovava pochi passi avanti a lui, intenta a mercanteggiare l'acquisto di tessuti pregiati. Accanto a lei, due personaggi indigesti, due brutti ceffi, facevano da contraltare a cotanto charme. Anche se non l'aveva vista in volto, Gildo, dentro di sé, avvertiva sensazioni inebrianti: quella donna doveva essere decisamente speciale.

“Monna Brunilde, guardate che bei colori hanno queste sete”, aveva esclamato il commerciante. E, mentre gli occhi della donna cercavano la voce del venditore, avevano incrociato quelli di Gildo. Per pochi istanti appena, i due, erano rimasti avvolti in un caleidoscopio di sguardi. Era come se il mondo si fosse fermato in quel momento; tutto attorno il nulla: né voci, né rumori, né presenze.

Nemmeno il tempo di rendersi conto di ciò che stava succedendo, che Gildo era stato avvicinato dai due brutti ceffi che, evidentemente, erano al seguito della signora.

I due, con modi alquanto rozzi, lo stavano trascinando via, proferendo parole dure e accuse gravissime nei confronti del poeta. Come aveva osato guardare Monna Brunilde, moglie del Signorotto locale? Era un reato gravissimo, da punire senza esitazione.

Gildo, ritornato in sé, aveva capito di aver osato guardare la donna sbagliata ed era ben consapevole della fine che avrebbe potuto fare.

Approfittando di un attimo di distrazione dei due uomini, convinti che il poeta fosse ormai innocuo, era riuscito a liberarsi dalla stretta e aveva iniziato a correre a perdifiato. Non sapeva in quale direzione andare, né tanto meno dove stesse andando: Gildo sapeva solo che avrebbe dovuto correre il più possibile.

Dopo parecchi minuti, si era fermato, anche perché il fiato stava venendo meno.

Forse li aveva seminati, perché non sentiva più alcun rumore. «È assurdo – pensò – fuggire quando si è innocenti». Quella donna, al mercato, l’aveva solo guardata, ma gli avrebbero creduto? No, meglio non farsi prendere. Nella semioscurità della stalla, nascosto in mezzo alla paglia, fu assalito da una grande stanchezza e chiuse gli occhi. Forse per questo non vide la lama balenare sul suo respiro ed il grido che lanciò risuonò solo nella sua testa.

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Chiara Pesenti ha votato il racconto

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Molto gradito, piacevole, scritto bene. Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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È la prima volta che ti leggo. Complimenti. Il personaggio del poeta mi è piaciuto, la trama c’è. In alcune parti ho trovato troppa descrizione ma il racconto si legge molto bene.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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