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Narrativa

Ginnasiali

Di Maria Cristina Vezzosi - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 27/11/2017

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Novembre 1976

Alle cinque e mezzo del pomeriggio è già buio e l'aria pizzica le guance ma io non mi muovo di qui neanche morta. Aspetto davanti al Miche, seduta sulle transenne che dovrebbero servire ad arginare la folla all'uscita da scuola. Inutile dire che non servono a niente perché ogni macchina o bus che passa deve rallentare e suonare più volte per far spostare dal centro della strada quella mandria di pecoroni dei miei compagni di scuola. La mattina questo marciapiede è bordato di motorini come una gonna charleston lo è di frange, invadono persino lo spazio dove dovrebbe fermare il bus. A quest'ora invece ci sono soltanto le auto di chi abita in zona, come la tizia che sta nel palazzo qui di fronte e che comunque riesce ad arrivare dopo il suono dell'ultima campanella.

Prendo l'autobus tutte le sere, tanto ho l'abbonamento per studenti, vengo qui e mi siedo su questo corrimano di ferro, appoggio i piedi alla sbarra più bassa e rimango con le braccia conserte per non disperdere calore mentre aspetto che arrivi qualcuno di questa compagnia sgangherata, con cui non ho niente in comune se non questa sosta quotidiana dal lunedì al venerdì. Il sabato pomeriggio, sacro fin dai tempi di Leopardi, ognuno poi lo passa con chi gli pare. In realtà io vengo qui soltanto per Alberto. Poi c'è Luca, un biondino con la lisca e la boccuccia e Silvia, colla sua zazzera castana, che sbava per lui senza ricevere alcun segnale di apprezzamento. Almeno fino a ieri quando è arrivato Stefano e in gran segreto - pissi pissi - ci ha rivelato che Luca era perso dietro la franciosa e Silvia in quel bisbiglìo distorto aveva creduto di udire il suo cognome. A me non mi avrebbe incantato uno che parla di me chiamandomi per cognome. Lei invece è partita in quarta e stamattina alla ricreazione era piena di aspettative però quando ha girato intorno all'albero del chiostro, Luca stava baciando la biondina coi riccioli appena arrivata da Parigi.

Così sono qui con Lucia tentando di consolare Silvia senza costrutto, sarà che non ci è molto simpatica e lo facciamo con poca convinzione.

Ciao

Ciao Benedetto

Lucia ha acceso gli occhi e guarda Benedetto estasiata. Lui la stuzzica perché sa di piacerle ma poi la lascia lì a cuocere nel suo brodo di giuggiole e va a parlare con un'altra. Sparge pettegolezzi più di una portinaia, conclude mettendo un po' di zizzania e se ne va. Che ci troverà Lucia in quello slavato occhi celesti e pura malignità?

Sabato scorso, uscita da scuola, ero in in coda per comprare i coccoli fritti e mi godevo il sole e la presenza silenziosa di Alberto. Arriva Benedetto a rompere.

Lo sai che tu piaci a lei?

Alberto non si scompone, io nemmeno e Benedetto se ne va indispettito perché non ho strepitato mandandolo a fanculo.

Alberto si gira verso di me.

Certo però sei stata brava...

Io? A far che...

La mia calma esteriore nasconde un intenso torcibudella.

A rimanere calma... prima... Benedetto...

Ah, già...

Il sole mi illumina la faccia mentre Alberto mi parla e io guardo la sua bocca nell'attesa che le sue labbra si muovano ancora: dai, dimmi qualcos'altro, ti prego...

Ma tu hai gli occhi verdi...

Ohh... ssì. Coosì... dai... continua, non ti fermare...

E...

E...

Tutto qui? Non ti viene in mente altro? Santo cielo almeno dimmi come ti sembrano questi occhi verdi: belli? Brutti? Non vedi altro in me? Noo? Non capisco. Sei stato con la Fiamma che non era proprio una miss, per carità io le voglio un bene dell'anima, è mia amica, è simpatica e gentile ma non è certo bella, è la sorella di Stefano, per intendersi, lo adoro, è simpaticissimo. E basta. Non so se mi spiego. Per questo pensavo di poter avere una chance con te. In verità non ho mai analizzato la questione nel dettaglio quindi non ho capito quali arti magiche siano entrate in gioco tra voi due.

E comunque oggi so che ho perso il treno: Alberto sta con una biondina con gli occhi celesti e il nasino all'insù. Io ho una gobbetta che mi accompagna da quando a quattro anni battei una boccata in piazza Santa Maria Novella, che mi morirono pure tutti i denti da latte che diventarono neri. Non c'è gara. Quella smorfiosa dai capelli fluenti si mette l'ombretto bianco anche sulle occhiaiaie, che sembra la negativa di un pugno nell'occhio su entrambi gli occhi, ma la mancanza di stile non la rende meno interessante, rimane sempre una biondina con gli occhi celesti e il nasino all'insù. Non posso competere con lei, per questo mi accontento di venire qui tutte le sere soltanto per vederlo arrivare come un principe a cavallo. Del suo Ciao bianco.

Eccolo, mia croce e mia delizia, Alberto arriva, parcheggia e vedo i suoi piccoli occhi castani incorniciati da folte sopracciglia nere, in contrasto coi capelli chiari. Li adoro e non ho motivo di dubitare che quello non sia il suo colore naturale. Per Alberto i capelli sono sacri: una volta non ricordo chi gli sfiorò la testa e ricevette una reazione esagerata. Io non lo toccherei mai se prima non lo facesse lui, non sono il tipo che salta addosso. Mi crea già disordine mentale il desiderio di essere avvicinata col timore di essere accostata.

Ciao

Ciao

Alberto non conversa con me. Sarà perché è sardo e parla poco in generale; comunque è poco più alto di me e io non indosserei mai scarpe col tacco. Ma a che serve fare congetture se i miei occhi verdi sono verdi e basta?


Novembre 2016

Luca fa l'avvocato, ha perso tutti i capelli. Silvia produce bigiotteria con le sue mani e ha i capelli lunghi fino alla vita.

Lucia ha un agriturismo in Umbria e due splendidi figli, non abbiamo mai smesso di frequentarci col gruppo delle irriducibili della quarta E.

Benedetto è un giornalista sportivo importante. Dieci anni fa l'ho incontrato in centro, dopo che mi ha salutato si è rallegrato perché dice che nessuno lo riconosce mai. Lo trovi dappertutto: sul web, in tivu nelle trasmissioni sul calcio. Qualche volta fa il gigione in teatro.

Alberto è un noto fotografo ma non me l'ha detto di persona. L'ho scoperto da me, in uno di quei raptus senili dove ti chiedi dove saranno e che faranno i vecchi amici e conoscenti della tua passata giovinezza e speri che ancora non sia morto nessuno.

Oggi come ogni venerdì pomeriggio dopo il lavoro, mi sottometto al giogo della spesa settimanale e affronto il caos del supermercato coi carreli a spina di pesce e in doppia fila. Un miraggio di calma nella corsia del riso e approfitto per fare scorta di zizzania. Alberto è lì a pochi metri. Non volge lo sguardo verso di me, non guarda nessuno e continua la cernita della verdura, a occhi bassi. Se mi ha visto preferisco pensare che non mi abbia riconosciuto. I quaranta anni che ci separano da quelle transenne hanno sortito su di me un effetto deleterio, lasciando intatta soltanto la mia sincerità che si riflette nell'orgogliosa libertà dalla schiavitù della ricrescita. Da lontano non ho potuto contare le rughe di Alberto così mi è parso identico a se stesso: ciglia nere, capelli chiari. E ancora nessun motivo per dubitare che quello non sia il suo colore naturale.

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