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Narrativa

GINO L'ELETTRICISTA E "RADIO BOH" - Cronache di Lentisco

Di Roberta Spagnoli - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 28/01/2019

... "e se una radio è libera, ma libera veramente, ci piace ancor di più perchè libera la mente"

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E’ il 1995 quando per caso si viene a scoprire quello strano accrocchio dietro la croce, sulla torre del campanile. Nessuno se ne era mai accorto prima e chissà da quanto tempo stava lì, abbracciato alla croce, Cristo rattrappito e contorto. Solo ora, smontando le campane per sostituirle con due altoparlanti che possono suonare a festa o a morto con un unico bottone, si è scoperto l’aggeggio. Sarebbe meglio dire riscoperto, visto che lo ha tirato giù proprio lo stesso Gino che vent’anni fa, apprendista stregone dell’etere, lo aveva montato lassù; quello stesso Gino che allora si destreggiava tra i cavi e bande di frequenza come un giovane scienziato e oggi vende televisori all’ipermercato. E’ proprio lui che ritrova l’antenna che aveva consentito più di vent’anni prima a “Radio Boh” di imperversare in tutto il comune, disturbando perfino il bollettino del mare.

Gino la tira giù piano dalla torre campanaria, quasi fosse una reliquia anziché un pezzo di ferro vecchio. Anche lui si era dimenticato di quel pezzo di vita. Adesso ritrova la saldatura che lo aveva fatto impazzire, il collegamento a terra per cui aveva litigato con Matteo, quel rompicoglioni che credeva di sapere tutto e non capiva neanche gli occhi dolci di Elisa. Gino avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, se lei le avesse rivolto la parola, almeno una volta.

Sceso dal campanile prima di posare la reliquia a terra si guarda intorno, alla ricerca di qualcuno a cui affidare il ricordo. Ma non c’è Elisa, non c’è Anna, non c’è Matteo; incontra solo lo sguardo stanco di Giovanni che ancora riesce ad intimidirlo; chissà se quel vecchio se ne ricorda ancora.

Giovanni è vecchio, ma ricorda. Tutto era cominciato un giorno qualunque, in sezione, alle prese con il rinnovo delle tessere del PCI. Il transistor fuori sintonia; l’antenna che cade, una voce di ragazzo sconosciuta che interferisce sul bollettino del mare. Il ragazzo parla a ruota libera, fa nomi e cognomi, ridacchia sui comunisti delle salamelle, quelli che friggono alla festa dell’Unità, i “compagnosauri” li chiama. Giovanni scende in piazza e si mette a urlare, che certi commenti su chi lavora (specie su chi lavora per il partito) non si fanno, che dovrebbero farsi vedere in faccia quegli sfaccendati, invece di nascondersi dentro una radiolina.

I ragazzi dai microfoni passano al contrattacco e ogni sera, all’ora del bollettino del mare, se ne escono con una storia diversa proprio su di lui, il brontosauro più vecchio della sezione più vecchia del paese più vecchio; l’ultimo esemplare di una razza preistorica ormai estinta in tutto il mondo, forse anche in Unione Sovietica.

Giovanni diventa il capro espiatorio di tutto ciò che in paese è ormai inutile, da buttare.

Loro ridono, gli amici al bar ridono, il paese ride.

Giovanni ascolta; ci vuole un po’ per riuscire a sintonizzare il cervello sull’onda di quei pensieri intermittenti e frammentari.

Gino parla sempre dei fatti suoi; Andrea racconta solo i fatti degli altri; Elisa non parla. Sussurra pensieri slegati che nell’etere si sparpagliano in sillabe dense come le nuvole che arrivano dal mare.

Matteo mette i dischi come nessun altro li saprebbe mettere. Per lo più sono i Rolling Stones, ma anche i Pink Floyd, i Genesis, gli AC/DC.

In quel garage si accendono sogni come cerini, che bruciano nel tempo di una sigaretta. Gino fuma la sua senza Elisa; Anna se ne va a sognare da sola, sempre più lontano; quanto a Matteo, non capisce altro che la musica; Gino pensa che diventerà sordo a forza di tenere la testa dentro a quelle cuffie.

Giovanni ascolta; cerca di riconoscere le voci. Ascolta e i Rolling Stones cominciano a piacergli, anche se non riesce ad abituarsi a quella batteria che gli entra nelle gambe e non se la toglie di dosso per ore. I Pink Floyd no; quelli lo fanno star male.

Piano piano comincia a capire i suoni e le pause. Quasi senza volerlo si trova sorridere, scuotendo la testa. A volte gli scappa anche qualche risata rotonda e scopre che ridere di se stesso è proprio una cosa curiosa, se non proprio divertente.

Quei ragazzi cominciano a piacergli, magari potrebbero fare qualcosa insieme, per Lentisco, per il partito, per il Paese… ma Giovanni non fa in tempo a trovare la sintonia; da un giorno all’altro da quei microfoni non risponde più nessuno. All’improvviso i ragazzi smettono di trasmettere, distratti da altre vite, altre storie, altri impegni, altri destini. E così, come si dimenticano gli amorazzi da quattro soldi, anche “Radio Boh” si perde nell’aria di Lentisco, tra le cose che non sembrano nemmeno mai successe.

Il vecchio osserva Gino che torna sul campanile a trafficare con i cavi degli altoparlanti; non è sicuro che abbia ancora ricordo di quella stagione; magari non ascolta più nemmeno i Rolling Stones.

E intanto quell’aggeggio tirato giù dalla croce resta lì; Giovanni a cercare qualcuno per andarlo a buttare in discarica.

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Pier Giuseppe Politi ha votato il racconto

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Viola ha votato il racconto

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Karl Krasnyy ha votato il racconto

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Superfrancy ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Quando i ricordi prendono i colori della nostalgia...Segnala il commento

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isa ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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Molto bello... peccato che i sogni di gioventù si trasformino solo in ricordi (rimpianti) dell'età adulta! Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

Esordiente

In quel garage si accendono sogni come cerini. Assai bello questo racconto.Segnala il commento

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di Roberta Spagnoli

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