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Romance

GIORNO DI VACCINAZIONE

Di vita e passione - Editato da Maddalena Frangioni
Pubblicato il 08/01/2021

Un racconto della memoria su una delle pratiche mediche, come la vaccinazione, divenute nel tempo diffuse e praticate a salvezza della vita delle persone. Nessun giudizio, né considerazione scientifica, solo un ricordo tenero e personale con il riconoscimento al valore della scienza. .

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A otto anni frequentavo la scuola elementare delle suore del paese. Una mattina, quando la suora superiore venne a chiamare me e le mie compagne, noi bambine subito ubbidimmo e lasciato il banco e le sedie ci mettemmo in fila. Qualche giorno prima la suora maestra ci aveva avvertito che ci sarebbe stato il vaccino. Era l’antivaiolo, un vaccino importante, uno di quelli che salva la vita della gente ci aveva detto. Mi fidavo degli adulti intorno a me, a cominciare dai genitori fino alle maestre. Il medico ci attendeva nel grande refettorio aiutato dalla suora infermiera. Non sapevo nulla dei vaccini, ma sapevo della buona cioccolata che ci avrebbero dato dopo la puntura nel braccio. In silenzio sotto lo sguardo severo e vigile della suora superiora ci avviammo nella grande sala adibita a infermeria. Ero contenta di saltare la lezione di religione di suor Celestina così noiosa e ripetitiva, sempre le stesse preghiere, sempre le stesse raccomandazioni. Dietro di me, Fiorella invece tremava e aveva gli occhi rossi. Aveva pura delle punture, ne aveva prese tante quando a cinque anni si era ammalata di polmonite, ricordava la paura dell’ago che penetrava nella natica e, subito dopo, era sfregata con energia con del cotone imbevuto di alcol. La guardai e sorrisi, avrei voluto ricordarle la cioccolata dopo la puntura. Attraversammo un lungo corridoio da cui, dalle porte chiuse delle aule non trapelava nessun rumore come se le alunne, lì dentro, o fossero morte o temessero la piccola frusta di legno che le maestre tenevano dietro la lavagna, pronta a colpire le bambine troppo chiacchierone. Scendemmo lo scalone centrale appena lustrato e levigato dalle abili mani delle suore più giovani, le novizie, pronte a prendere i voti dopo il debito percorso di preghiere e fatiche. Dopo circa un quarto d’ora un secondo battito di mani ci fermò e, alle parole: “Silenzio bambine e nessun piagnisteo, il dottore è bravo e farà in un attimo, poi…una bella cioccolata vi aspetta”, vidi le facce delle mie compagne, compresa la mia, riprendere colore. Quando le campane della piccola Chiesa del collegio batterono le nove incominciò l’operazione, che, se ricordo bene, durò quasi due ore. A sorpresa io mi ritrovai tra le ultime e il pensiero della cioccolata fredda più di quello del pizzico della puntura mi terrorizzava. A casa mia non si beveva la cioccolata, era una bevanda rara e costosa, da noi solo latte fresco impreziosito dalla panna che si sprigionava dalla bollitura e di cui io ero ghiotta. “Nadia, tocca te”, disse la suora. Entrai titubante e li per lì non riconobbi il grande refettorio dove mangiavo ogni giorno con le compagne. Una parte del locale era coperto da grandi teli bianchi e sui tavoli erano comparsi flaconi di alcol e sacchetti di cotone vicini a tante bacinelle con tante siringhe. In mezzo ai due tavoli da lavoro il dottore con guanti e camicie bianco era pronto con l’ago in mano. Aiutato dalla suora infermiera noi piccole prede venivamo bloccate e mentre il braccio destro denudato mostrava i muscoli, ancora inesistenti data l’età, il dottore infilava la siringa nel braccio e con una mossa secca e precisa inoculava il “veleno” del vaccino poi, appena finito, ci spediva e entrava la nuova vittima. Quando l’ago penetrò nella mia carne non urlai, né mi lamentai, volevo far presto per essere pronta a gustare la cioccolata, l’unica cosa che mi aveva fatto passare la paura del buco. Tenendo il braccio alzato per evitare di sbatterlo, mi avvicinai al tavolo e presi la tazza colma fino all’orlo e cominciai a bere. Man mano che bevevo e la cioccolata scendeva nello stomaco mi sentivo contenta, ma appena ebbi finito sentii aumentare il dolore, perché, come scoprii dopo alcuni giorni quando tolsi il cerotto, gli aghi nel braccio erano stati ben 40 anche se piccoli e quasi invisibili. Una rosa di puntini rossi occupava tutta la parte superiore del braccio, sembrava un marchio di fabbrica, simile a quello che si applica sugli oggetti in vendita. Mi sentii a disagio e tentai di nascondere il braccio marchiato anche in estate sotto magliette a maniche lunghe. Ci volle del tempo per abituarmi al mio nuovo braccio. Da adulta, quando capii il vero significato di quella puntura, tiravo fuori tutto il braccio con orgoglio, ricordando che, grazie al mio coraggio di bambina avevo salvato il mio futuro di donna, sconfiggendo il pericoloso nemico “subdolo e cattivo” che aveva mietuto tante vittime in giro per il mondo. Successivamente mi sono sottoposta a altri vaccini e qualche volta ho provato dolore e paura, ma ogni volta, dopo, ho pensato che, senza questo o quel vaccino, la mia vita sarebbe stata in pericolo e ero soddisfatta.    

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