Visione dall'esterno.

Al termine di una faticosa riunione, mi siedo fuori dell'ufficio ed accendo una sigaretta. E' ottobre; ancora non fa freddo ma la sera si fa sentire e mi stringo dentro al mio poncho. Mentre parlo con le colleghe, mi casca l'occhio sull'ufficio accanto, illuminato a giorno. E' vuoto; le scrivanie sono deserte. Solo una sedia sembra avere vita. Una sedia girevole, nera, dal cui schienale spunta un ciuffo di riccioli biondo scuro. La sedia gira, gira su se stessa senza fermarsi, in un vortice prodotto da due snelle gambe infilate in jens stretti e scarpe sportive. La sedia gira senza posa, in un movimento continuo, veloce ma al tempo stesso rassicurante. Sembra quasi che si sia creata una zona di non influenza, un porto franco.Il movimento mi culla gli occhi che lo guardano. Entrano due figure femminili, accalorate in una discussione evidentemente esiziale. I toni si alzano, le voci si fanno più acute. La sedia gira. E così il suo abitante non vede la madre e la collega che si urlano in faccia, né la polvere leggera posata sugli oggetti di cancelleria, ignorati quotidianamente e disposti con disordine sulle scrivanie. E non vede le montagne di fogli disordinati o, peggio, appallottolati in cestini raramente puliti. E neppure le sciarpe e gli ombrelli abbandonati sull'attaccapanni. Da chi? In quale occasione?

E, chissà: con tutto quel movimento magari si perde anche il suono non amichevole delle parole che giungono fuori, né quello delle mani che sbattono sui tavoli. Gira, Edoardo, gira, ché finché giri non ti prenderanno.