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Narrativa

Gli Arancini

Pubblicato il 03/07/2020

Quanto significa il cibo nella vita (e nella morte) delle persone?

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I capelli ingrigiti, lunghi ondulati sulla nuca (è un anno, forse più, che non li taglia). Le mani sul tavolo (un mosaico blu acquamarina lo ricopre, qui e là manca qualche tessera) parallele e ferme, puntano, tutte le dita, verso il mare. Tra le mani, equidistante, il piatto di ceramica bianco. Lì, insensati, i resti di due arancini pallidi che quasi cercano di ricomporsi, raccogliere le proprie cose, pulire l’unto che lasciano dietro di sé e sparire, sottrarsi a quello sguardo vacuo che li osserva da mezz’ora.

Mimì!, il suo nome gridato dalla spiaggia; lo riscuote quel grido (più probabilmente i gabbiani) quel tanto che basta da permettergli di abbandonare l’osservazione inquisitoria e inutile dei due arancini e di spostare la sua attenzione sul mare (nascosto ma visibile dietro l’intreccio di fichi d’india) che è sempre lì (cosa ovvia ma che pur tuttavia ora Domenico si chiede, è la sua domanda principale ora, dopo quella del perché gli arancini che fa lui non sanno di niente, non sono come quelli di Aija) sempre lì, il mare, coperto di linee dorate ed accecanti che quasi galleggiano sull’acqua e somigliano proprio ai capelli biondo platino di Aija.

Arrivò in Sicilia trentacinque anni prima Aija, assieme a Domenico (che invero voleva trasferirsi in Finlandia ed era proprio lì che era andato, uno dei tanti che della sua Isola non ne poteva più ed invece proprio lì aveva incontrato Aija, nel caldo di una sauna e gli era piaciuta subito perché non faceva attenzione a come teneva le gambe. Poi erano successe una quantità di cose piuttosto in fretta: avevano riso, era la prima cosa che avevano fatto — dopo la faccenda delle gambe —, rideva e si entusiasmava per ogni cosa — anche per quel poco che Domenico le diceva, travolto com’era dall’esuberanza di quella ragazza e stupito dal fatto che ridesse alle sue parole —, mangiava sempre — aveva scoperto con il passare dei giorni — pur essendo sottile quasi fragile — però belle tette e poi quelle gambe! — e quando mangiava spesso — non sempre però, che sarebbe stato assurdo — faceva dei versi, come dei mugugni di approvazione e soddisfazione e cominciava a dirgli cosa c’era in quello che stavano mangiando insieme — di ingredienti e di sapori —, poi lei un giorno gli aveva preparato il Kalakukko — alla maniera della sua famiglia, che non era male era pur sempre pesce, anzi gli piaceva proprio — avevano fatto l’amore — quasi subito ed anche lì i versi le venivano in quantità, sì per il piacere, ma sembrava che lo mangiasse di piacere —, molte volte, in molti posti dove Domenico non avrebbe mai pensato che avrebbe fatto l’amore, e si sa, l’amore, il corpo di una donna, i capelli lunghi distesi che si illuminavano di quel sole lungo e lontano, l’odore della foresta, sono cose che possono cambiare qualsiasi decisione presa da un uomo se è lei a chiederti: voglio vivere al mare). Così lui rimase un po’ indietro sulla scaletta dell’aereo appena atterrato a Punta Raisi a guardarsela la sua Aija felice che correva sulla pista e salutava l’aria e il sole e gli inservienti dell’aeroporto che le correvano dietro per ricondurla nel branco.

Fecero gli ottanta chilometri verso Trapani in tassì. Lei sul sedile anteriore parlava e si sbracciava indicando tutto (solo il niente di quella terra riarsa riuscì a zittirla per alcuni minuti durante i quali Domenico, seduto sul sedile posteriore, investito dall’aria che entrava dai finestrini, osservato attentamente dal silenzioso tassista che ovviamente non capiva né l’inglese né tantomeno il finlandese di Aija, pensò che quindi probabilmente lei si sarebbe resa conto del perché lui era scappato e dunque sarebbero ripartiti insieme il giorno stesso, e ne fu certo quando lei si girò verso di lui, le labbra dischiuse, gli occhi lucidi e gli disse: «It’s magnificent! I love it!»)

Arrivarono a Trapani a casa di mamma Caterina e papà Gaetano, che poi era sempre stata anche la casa di Domenico (che tutti hanno sempre chiamato Mimì e solo Aija chiamò per i successivi — quasi — trentacinque anni Domenico perché la faceva impazzire che si chiamasse come un giorno della settimana, il più bello perché diverso da tutti gli altri, diceva) e furono accolti da un silenzio di sguardi, di abbracci per Mimì, di gesti che invitavano ad entrare nella cucina fresca, di sedie gentilmente scostate ed offerte, di un vino rosso che veniva versato senza chiedere, come fosse ovvio che sarebbe stato bevuto. Aija si sedette sulla sedia impagliata soddisfatta e comoda come avesse ritrovato il suo posto di sempre, carezzò il marmo del tavolo seguendone distrattamente le venature e fermando la mano sul bicchiere di vino rosso e fissando papà Gaetano. «Come ti chiami?», lui le chiese con la mano posata sulla bocca del bicchiere, coprendo il vino. Lei fermò con un gesto la traduzione di Domenico e rispose: «Aija», e sorrise. Papà Gaetano fece un breve risucchio tra i denti e disse: «Ah, come la mia povera mamma Agata, Aita.» Sollevò il bicchiere ed Aija fece lo stesso.

Fu quello stesso giorno che Aija imparò a fare gli arancini, “imparata” da mamma Caterina che la prese sotto braccio, allontanandola dagli uomini che dovevano fare i loro discorsi da uomini e parlandole in continuazione le prese le mani e gliele spinse nel riso perché, le disse, in Sicilia due erano i tuffi che bisognava fare: in mare per imparare a nuotare e nel riso per imparare a fare gli arancini ed essere felici. Aija rideva fino alle lacrime e voltandosi verso Domenico disse: «I am happy. This is my place, with you.» La vita passa in fretta ripetono tutti: ma va’ a capirlo al momento giusto.

Domenico apre il grande libro marrone. Lo dispone sul leggio per tenerlo in posizione sul tavolo da lavoro. Ne sfoglia alcune pagine. La ricetta degli arancini è lì. Posa l’indice sulla carta, scorre ancora una volta gli ingredienti sistemandosi gli occhiali. Sono tutti lì, come le altre volte. Torna al libro e legge la procedura, la calligrafia accurata e veloce di Aijta; gratta distratto con l’unghia forse una crosta di pangrattato. Legge i passi uno ad uno: non che ci siano poi chissà che dettagli. È tutto lì come sempre. Non capisce cosa manca. Si toglie gli occhiali e si poggia con entrambe le braccia al tavolo. Guarda verso la porta della cucina, fuori c’è la terrazza che dà sul giardino, sui fichi d’india e sul mare. È una sera senza vento. Sente solo il ridere di Aijta che riempiva la cucina mentre preparava gli arancini. Ridere. Potrebbe mai essere che…? Spalanca la dispensa tenendo i due grandi sportelli di legno aperti con entrambe le braccia. Guarda l’interno come si dovesse gettare in un fuoco o in un dirupo e poi scoppia in una risata potente che si interrompe quasi subito per poi riemergere ribollendo da una qualche profondità del suo corpo. Ridere. Afferra il barattolo di pomodoro…

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Marina Mander ha votato il racconto

Scuola

Da "Dona Flor e i suoi due mariti" di Jorge Amado a "Dolce come il cioccolato" di Laura Esquivel, il cibo evoca fantasmi, provoca magie, scioglie languori in bocca. Così è in questo bel racconto dalla scrittura felice e attenta, che condensa la storia di un amore, l’ingrediente che cambia il sapore di una vita. Se la mancanza della persona amata rende insipidi gli arancini, accade, però, che un eccesso di segni di interpunzione guasti un po’ il gusto della lettura, interrompendone il flusso. Come diceva Totò nella celebre lettera: “abbondantis in adbondandum, che dicono che siamo tirati!” Non credo che tutte le parentesi o i trattini lunghi, che hanno funzione equivalente di inciso, siano necessari, in particolare nel secondo movimento del ricordo in cui si racconta dell’incontro tra i due protagonisti. Non è un inciso, cioè qualcosa di breve o incidentale, è l’antefatto che sostanzia l’affetto, come il riso è sostanza per l’arancino. E per restare in ambito culinario, diciamo che la punteggiatura è come il sale: aggiungere qb. E togliere i tre puntini finali.Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Katzanzakis ha votato il racconto

Esordiente

Un ricordare denso di profumi e di emozioni, a tratti sospese, come a trattenere il sapore dei ricordi. Toccante.Segnala il commento

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Simonetta Gallucci ha votato il racconto

Esordiente

Profumato, saporito, sa di genuino... come un arancino.Segnala il commento

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Salvatore Greco ha votato il racconto

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omALE ha votato il racconto

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Editor

Come qualcuno ha gia commeentato 3piccoli semplici elementi mare cibo amore il sapore della vitaSegnala il commento

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LASTARIA FRANCESCO ha votato il racconto

Esordiente

Piacevole a leggersi ci sono gli ingredienti più piacevoli della vita.... Il mare, l'amore e il cibo conditi con una dolce nostalgia. Segnala il commento

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

Scrittore

Bel racconto!Segnala il commento

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Maurizio Melzi ha votato il racconto

Esordiente
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Giorgia Nicolini ha votato il racconto

Esordiente

Bello! 😃Segnala il commento

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Legar Legas ha votato il racconto

Esordiente

Leggere il nome della mia città in un racconto mi commuove sempre un pò. E l'arancini sunnu sempri l'arancini.Segnala il commento

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Lisa M. ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello. Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello: amore, ricordi, nostalgia e poi il mare e il sapore degli arancini. Tutto si fonde, si perde e ritorna, in un racconto struggente Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore
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blu ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Superlativo, un realismo incantato, onirico, di ricerca. Personaggi in stato di trasognata attesa, immobilità. Uso esperto della punteggiatura e della sospensione del discorso.Segnala il commento

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Laure h ha votato il racconto

Esordiente
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Ondina ha votato il racconto

Esordiente

Tutta la sensualità della Sicilia. Anche a me sarebbe piaciuto un finale senza puntini. Molto bello comunque Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo. Una scrittura coinvolgente, si segue il flusso dei pensieri e dei ricordi come se fossimo nella tua testa. Piaciuto tanto tanto.Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
Editor

davvero bravo. tra un ragionare alla Brancati e un descrivere alla Patti costruisci un racconto in bianco e nero che ha tra i pregi quello di non cadere nemmeno per un attimo nella tentazione di rifarsi a Camilleri. ottima prova.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

BelloSegnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente

Gli arancini L'arancinu da noi di Porto Empedocle-AG Sembrano facili a farli ma quand'ero a Berlino 2 paesani miei, un calabrese e alcuni campani hanno creato gli arancioni quasi senza niente all'interno, una catastrofeSegnala il commento

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Demetrio Pedace ha votato il racconto

Esordiente
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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Andrea S. ha votato il racconto

Esordiente
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

La Sicilia, le arancine (solo i messinesi e gli ennesi usano il maschile, noi palermitani e la parte occidentale dell'isola usiamo il femminile), i profumi, i sapori, il vino rosso del trapanese, i piaceri della tavola (un culto per i siciliani). C'è tutto, c'è la vita, c'è l'amore per una terra indimenticabile.Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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RoCarver ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Delicatissimo e struggente, hai portato il lettore nella bella Sicilia, e gliel'hai fatta vedere con gli occhi di una finlandese innamorata. Meraviglia. Mi è piaciuta tantissimo la frase "sembrava che lo mangiasse di piacere". L'unico appunto che ti farei è il finale, mi stonano un po' i 3 puntini, ma forse è una fissa mia. Io farei un finale secco e non sospeso, in questo caso. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Amid Solo ha votato il racconto

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Daniela.A. ha votato il racconto

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di Maurizio Ferriteno

Scrittore